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Affari e religioni

Caro direttore,
in riferimento a Missioni
Consolata, dicembre 2001,
pagg. 20-26, dico che faremmo
un grave torto ai
credenti di tutte le religioni
(islam compreso) se ci
limitassimo ad affermare
che la sharia è un sistema
di leggi troppo punitive e
una risposta esagerata al
permissivismo, all’ateismo,
all’indifferentismo
religioso dell’occidente.
In Sudan, Pakistan, Nigeria,
Malaysia, Indonesia…
per il musulmano
«fedele» sharia significa
facoltà di espropriare,
schiavizzare, torturare,
stuprare e inquinare campi,
foreste, fiumi… degli
«infedeli» o dei musulmani
«non troppo fedeli», come
gli pare ed è comodo.
Però, quando gli infedeli
sono ricchi e potenti e
c’è la possibilità di intascare,
grazie al petrolio e ad
altre materie prime, milioni
e milioni di occidentalissimi
dollari, le gerarchie
religiose di Khartoum, Islamabad,
Lagos, Kuala
Lampur, Djakarta… non
pongono ostacoli alle autorità
politiche e a chi dirige
grandi gruppi imprenditoriali
e finanziari.
Non mi risulta, ad esempio,
che in Sudan Hassan
El Tourabi abbia mai chiesto
alla China National Petroleum
Company, alla canadese
Talisman Energy
Inc, all’austriaca OMV
Aktengesellschaft, all’italiana
Eni o ai costruttori
del supercanale Jongley…
la conversione all’islam,
pena la sospensione dei
contratti. Così i massacri e
saccheggi in terra dinka
(la parte meridionale del
Sudan) sono continuati e i
dinka continuano a vivere
e morire nel terrore.
È quanto succede a chi
«pretende» di rimanere
nelle terre che i grandi del
mondo hanno decretato
essere di «cruciale importanza
» per l’economia,
perché ricche di petrolio:
gli u’wa della Colombia, i
waorani dell’Ecuador, i lacandones
del Messico, gli
ogoni della Nigeria, i karen
della Birmania e Thailandia,
i pigmei del Camerun
e Gabon, e molti altri.
Avendo a che fare con
interlocutori differenti per
lingua, cultura e fede, gli
uomini che si spartiscono
i profitti del business (petrolio,
cotone, ma anche
droga, legname, diamanti)
recitano parti diverse, ma
complementari:
– quelli che governano
paesi a dominanza musulmana
spiegano che la
guerra e gli attentati dipendono
dall’insufficiente
conversione del mondo all’islam;
– quelli che predicano dai
pulpiti di Washington dicono
che i bombardamenti
sono necessari, perché
gli Usa non sono ancora
abbastanza amati e rispettati;
– in Europa prevale l’idea
che gli interventi armati
(per brutti che siano) sono
necessari per eliminare
la barbarie, che contraddistingue
certi popoli e rappresenta
il sostrato ideale
per l’estremismo religioso
e il terrorismo.
In realtà tra guerra e terrorismo,
tra sharia e commercio
d’oppio, tra ateismo
e fanatismo religioso
non c’è alcuna incompatibilità:
uno ha bisogno dell’altro
e, insieme, concorrono
a consolidare le posizioni
di chi è già tanto
ricco e potente.
Francesco Rondina
Fano (PS)

Missioni Consolata di
dicembre ha riportato la
testimonianza (anteriore
all’«11 settembre») di un
profugo afghano in Pakistan,
che affermava:
«La sharia è giusta!
Quando ad un ladro viene
tagliata una mano,
non è solo una punizione,
ma anche un esempio per
far comprendere agli altri
che rubare è male».
È una convinzione pericolosa,
perché dalla mano
tagliata di un ladro
(fatto di non poco conto)
all’uccisione di una presunta
adultera… il passo
può essere breve.

Francesco Rondina

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