DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

*

La nuova rivista è online dalle prime ore del 1° giorno di ogni mese.

Compassione

testo di Gigi Anataloni, direttore MC |


È il 4 ottobre, il giorno di san Francesco. Un messaggio su whatsapp mi allerta che ci sono state delle uccisioni a Suguta Marmar e a Porro, due località del Kenya che forse a voi non dicono niente, ma che a me fanno sobbalzare il cuore. Suguta Marmar è stata la «mia» prima missione nel 1989, appena arrivato. Porro (pronunciato Porò) è villaggio samburu a due passi da un punto panoramico che offre una visione di sogno della Rift Valley. Il crinale dell’altopiano di Porro segna la linea di separazione tra due tribù di pastori, i Pokot (nella valle) e i Samburu (sulla montagna). In tempi di siccità, però, non c’è confine che tenga. In più, soprattutto in tempo di elezioni, quando politicanti senza scrupoli distribuiscono armi e munizioni ai giovani guerrieri, scoppiano scontri cruenti. Chi ci rimette di più di solito sono donne, vecchi e bambini.

Il messaggio ricevuto oggi mi richiama alla mente un episodio del 2006 (ma avrebbe potuto essere uno qualsiasi degli altri anni). Al mercato di Porro scoppia un diverbio tra pastori samburu e pokot. Si viene alle armi. Dei giovani pastori pokot sono uccisi, uno è ferito grave. È presente un mio ex chierichetto, attivista di pace e riconciliazione per conto della diocesi di Maralal. Incurante dell’ostilità dei presenti, raccoglie il ferito, se lo lega sulle spalle e, in moto, su strada sterrata, lo porta all’ospedale distante 25 km. Lì, nella capitale dei Samburu, a chi gli domanda perché abbia portato «quell’animale», risponde che lui ha visto «solo un uomo». Il ragazzo si salva.

Anche nel messaggio del 4 ottobre, si racconta di un fatto molto simile. Allo stesso mercato di Porro c’è stato un attacco di Pokot. John, il giovane parroco – anche lui un tempo mio chierichetto -, è corso. Due samburu, padre e figlio, sono a terra senza vita, accanto la figlia più piccola dell’uomo con il polpaccio trapassato da una pallottola. Ha preso la bimba tra le braccia e, camminando sulla «Via della Pace», la strada costruita anni fa da padre Aldo Vettori (+2008) per promuovere la pace tra le comunità, è arrivato alla missione. Saltato in macchina l’ha portata allo stesso ospedale, dove è stata curata. Chiedo al vescovo di Maralal, monsignor Virgilio Pante, come giudica la situazione. La risposta è laconica: «Troppi fucili». Il che, conoscendolo, esprime in estrema sintesi la tristezza per una realtà che non migliora nonostante gli anni di grandissimo impegno a promuovere il disarmo, il dialogo, la pace e la riconciliazione tra i vari gruppi etnici della regione. C’è sempre qualcuno che specula sulla pelle dei poveri, specialmente in tempo di elezioni (e non solo in Kenya), e porta più consensi fornire armi (o fake news d’odio) che costruire giustizia, creare lavoro e assicurare cibo, medicine ed educazione di qualità.

Commento questi due episodi, piccoli e periferici in confronto a tanti altri che accadono nel mondo, citando papa Francesco che il 7 ottobre, in occasione dell’incontro di preghiera per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, ha detto: «Con parole chiare incoraggiamo a questo: a deporre le armi, a ridurre le spese militari per provvedere ai bisogni umanitari, a convertire gli strumenti di morte in strumenti di vita. Non siano parole vuote, ma richieste insistenti che eleviamo per il bene dei nostri fratelli, contro la guerra e la morte, in nome di Colui che è pace e vita. Meno armi e più cibo, meno ipocrisia e più trasparenza, più vaccini distribuiti equamente e meno fucili venduti sprovvedutamente. I tempi ci chiedono di farci voce di tanti credenti, persone semplici, disarmate, stanche della violenza, perché chi detiene responsabilità per il bene comune si impegni non solo a condannare guerre e terrorismo, ma a creare le condizioni perché essi non divampino».

E ha invitato a vincere l’indifferenza e l’assuefazione «alla violenza e alla guerra, al fratello che uccide il fratello quasi fosse un gioco guardato a distanza, indifferenti e convinti che mai ci toccherà. […] Ma con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti. Occorre, al contrario, entrare in empatia e riconoscere la comune umanità a cui apparteniamo, con le sue fatiche, le sue lotte e le sue fragilità. […] Oggi, nella società globalizzata che spettacolarizza il dolore ma non lo compatisce, abbiamo bisogno di “costruire compassione”. Di sentire l’altro, di fare proprie le sue sofferenze, di riconoscerne il volto. Questo è il vero coraggio, il coraggio della compassione, che fa andare oltre il quieto vivere, oltre il non mi riguarda e il non mi appartiene».

Lasciarci prendere dalla compassione, allora, diventa davvero una rivoluzione nella nostra vita, perché ci fa vedere gli altri con il cuore, e ci fa sentire e agire come parte della grande famiglia umana.

Gigi Anataloni


Disegno makua dedicato alla beata Irene Stefani, Nyathaa, madre compassionevole, la cui festa ricorrre il31 ottobre

Disegno Makua Sirima a matita dedicato alla Beata Irene, di Afonso Murupala
Sr Irene catechista evangelizzatrice.
L’artista concentra la sua composizione su un piede, è un piede sinistro che nella lingua macua sirima é il piede femminile, materno, è il piede divino, namulico. In questo contesto totalmente matriarcale della biosofia e teologia macua sirima, l’artista orchestra gli eventi di Nipepe con Sr Irene Matriarca di Nipepe: è sempre lei
– la grande antenata guidata dallo Spirito Santo,
– ispirata da Dio Luna solidale con le stelle (antenati)
– interviene salvando, curando, obbligando le armi della guerra a tacere.
La composizione ha però altre significative novità. La pianta del piede femminile è circondata da un rosario (l’arma e vessillo che Sr Irene mai abbandonava nel suo andare missionario), la cui croce coincide significativamente con la croce della chiesa di Nipepe.
Si tratta di un piede femminile materno di una missionaria evangelizzatrice e catechista,
– un piede che va, annuncia e porta altri piedi a Gesù
– raffigurato dalla elegante gazzella (agnello di Dio nel NT).
– I piedi dell’evangelizzatore devono portare altri piedi a Gesù, inserirli nel ventre del serpente boa,
– così tutto diventa Gesù e allo stesso tempo Gesù diventa tutto (camaleonte),
– assumendo tutti i colori, le culture, i cammini previ che Dio storico salvifico ha tracciato nella storia del mutthu (cfr. Col 3,11) .
I tre animali possono essere assunti come archetipi cristologici, ma anche come metafore di una metodologia missionaria che declina e coniuga fluidamente la dinamica della interculturalità e interreligiosità, la continuità con la discontinuità e alterità. (padre Frizzi Giuseppe)