Senza Nazione né Confini

I Sami: ultimo ceppo indigeno presente in Europa.
I Sami (impropriamente detti Lapponi) sono una popolazione
indigena della penisola scandinava. Nonostante il secolare processo di
colonizzazione e assimilazione, hanno conservato lingua e cultura. Oggi contano
circa 75 mila unità, sparse nelle regioni più settentrionali della Norvegia,
Svezia, Finlandia e Russia. Popolo senza confini né nazione, godono di
determinate concessioni che permettono loro di rafforzare la propria identità e
preservae gli aspetti culturali e tradizionali.

«Ascolta fratello, ascolta sorella!
Ascoltate la voce della madre primordiale! La terra è la nostra madre; se le
rubiamo la vita, moriremo anche noi…». Le note della canzone di Mari Boine,
una delle cantanti Sami più conosciute, si diffondono nella casa di Ari
Kangasniemi, poco lontano da Rovaniemi. Qui, Ari assieme alla moglie Irene, si è
trasferito nel 1995 trasformando lo stile di vita lappone, in un vero lavoro.

Considerato un’icona vivente nel
mondo dell’artigianato locale, Ari lavora le coa di renna trasformandole in
oggetti d’arte: coltelli, lampadari, statuine. Irene, invece, fabbrica vestiti,
monili, scarpe dalle fatture tradizionali di un mondo perduto, di cui sente la
mancanza.

«La città non ci piace, siamo
fuggiti dalla città per restare qui, immersi nella natura. Se non la tradisci,
la natura, la terra ti accoglie e ti offre tutto quello di cui hai bisogno»
afferma Irene mentre, nella sua casa in legno, mi offre una torta fatta in casa
e un succo di mirtilli raccolti nel bosco.

Chi può dirsi sami?

Un po’ animista, un po’
ambientalista, Irene è la tipica lappone che potrebbe vivere senza supermercati
e senza elettricità. Adora la cultura Sami, come dimostrano i tappeti, i quadri
e i tamburi di cui sono tappezzate le stanze in cui abita. Però, sia lei che
Ari, sami non lo sono, anche se potrebbero esserlo. E anch’essi, come molti
altri finlandesi, norvegesi, svedesi che vivono in Lapponia, incespicano quando
chiedo loro quali caratteristiche occorre possedere per potersi definire sami.

Questa titubanza mi conforta: dopo
diverse settimane di soggiorno in Lapponia, non ho ancora capito cosa significa
essere sami e chi si può qualificare tale ed ero arrivato al punto di pensare
di non aver capito nulla di questo gruppo etnico, l’ultimo ceppo indigeno
presente in Europa. Tutte le persone che ho interrogato sull’argomento, mi
hanno offerto risposte variegate: è sami chi parla una delle nove lingue sami
(in questo caso, secondo i dati del parlamento sami svedese, il 70% di chi si
dichiara ufficialmente sami, non dovrebbe esserlo); è sami chi è nato da almeno
un genitore sami (dunque sarebbero sami anche l’attrice Renée Zellweger e la
cantante Joni Mitchell, nate rispettivamente da madre e padre sami); è sami chi
alleva le renne (i sami che vivono di pesca, allora, a quale gruppo
apparterrebbero?).

L’ambiguità si ripercuote anche
tra gli stessi rappresentanti politici. Egil Olli, presidente del Samediggi
(il parlamento sami) norvegese, fatica a trovare una descrizione adatta,
rimandandomi alla definizione ufficiale: «Una persona è considerata sami se
egli stesso si considera sami e se ha imparato a parlare sami avendo almeno un
genitore o un nonno che parla sami come madrelingua».

Storia di colonizzazione

La difficoltà nel codificare
questo gruppo etnico scandinavo è figlia della violenta storia di
colonizzazione di cui i Sami sono stati vittime a partire dal XVI secolo. Sino
ad allora i Fenni, come li aveva chiamati nel 98 d.C. Tacito nel suo Germania,
non hanno mai avuto bisogno di identificare se stessi, essendo vissuti praticamente
isolati e commerciando pacificamente con i finnici, con cui condividono il
ceppo linguistico ungro-finnico.

A parte il fugace accenno di
Tacito, i Sami rimasero pressoché sconosciuti nel continente europeo sino al
medioevo, quando Svezia, Danimarca e Russia iniziarono a contendersi la regione
settentrionale della penisola scandinava, imponendo tasse ai suoi pochi
abitanti. La necessità di procurarsi legname, di cui sono tuttora ricche le
terre del Nord, favorirono la colonizzazione da parte degli abitanti del sud:
norvegesi, russi, svedesi, finlandesi cominciarono a spostarsi oltre il Circolo
Polare Artico, appoggiati da numerosi decreti reali che favorivano gli
insediamenti e assegnavano terre «permanentemente disabitate appartenenti a Dio
e alla Corona Svedese e a nessun altro».

Poco importa se le terre «permanentemente
disabitate» erano, in realtà, già da millenni territori dei Sami: in quanto
pagani e idolatri, non avevano diritto a ciò che Dio aveva creato per i
cristiani.

L’alleanza tra Chiesa e stato, fu
una miscela esplosiva per la cultura sami: ossessionati dalla stregoneria, i
missionari luterani consideravano satanico tutto ciò che aveva un collegamento
con l’aldilà. Gli sciamani cominciarono a essere emarginati dai siida (i
villaggi), gli yoik, i canti tradizionali che identificavano ciascun
gruppo o addirittura il singolo individuo, vennero proibiti, mentre i tamburi
con i quali si cercava un passaggio nel mondo degli spiriti, furono distrutti,
tanto che i pochissimi esemplari superstiti sono gelosamente custoditi nei
musei.

L’obbligo della messa domenicale,
impose ai sami convertiti di organizzare dettagliatamente i loro spostamenti,
limitando il nomadismo e il collegamento con altri villaggi. La Chiesa, con i
suoi rituali e i suoi dogmi, giocò, quindi, un ruolo di primaria importanza
nella politica che lo stato perseguiva per sottomettere i Sami. Le varie case
reali (svedesi, danesi, russe) sfruttarono con abilità le avanguardie
missionarie perché preparassero il terreno a successive colonizzazioni.

«Oggi la Chiesa guarda in modo
differente la cultura locale» mi dice Erva Nittyvuopio, teologa finlandese
specializzata in cultura sami: «Le varie diocesi cercano di appoggiare la
società sami permettendo la pratica di usanze un tempo proibite, come il canto
dello yoik in chiesa o l’uso dei tamburi, sempre che siano finalizzate a
perpetuare la gloria di Dio».

A distruggere lo stile di vita
sami fu, però, il potere statale: la scoperta dell’argento a Nasafiaell e,
ancor più, di giganteschi giacimenti di ferro a Kiruna e a Gallivare, nel XVII
secolo, indusse la casa reale svedese a emanare la famigerata Lapland Bill,
la legge che, regolando l’uso della terra, toglieva ai Sami il diritto al suo
sfruttamento.

Ottant’anni più tardi, nel 1751,
la demarcazione dei confini tra il regno di Svezia-Finlandia e quello tra
Danimarca-Norvegia, segnò il definitivo colpo di grazia per i nativi lapponi.
Costretti a scegliere una nazionalità, venne loro tolto il diritto di migrare
nelle terre dei loro avi. «È questo, forse più di ogni altro decreto o più di
ogni altra imposizione religiosa, l’atto che segna il punto di svolta della
storia sami» spiega Evjen Bjorg, professore di sociologia al Centro di Studi
Sami dell’Università di Tromso.

Oggi i Sami sono divisi in
quattro nazioni: 50.000 vivono in Norvegia, 25.000 in Svezia, 7.500 in
Finlandia e 2.000 in Russia.

Ricerca di identità

Nel XIX secolo, vessati dallo
stato, emarginati dalla società, ostracizzati dalla Chiesa, i Sami cercarono di
trovare una propria identità aderendo al Laestadianismo. Creata da un
prete svedese, Lars Levi Laestadius, questa nuova dottrina cristiana cercò di
dare modo ai Sami di esplicitare la propria fede traendo esempio
dall’esperienza personale, veicolandola nella cultura locale minacciata
dall’alcol, dal materialismo e dal commercio.

Giunto sull’orlo di un collasso
esistenziale a causa delle sue tristi vicende famigliari (la morte della prima
moglie, dell’amato fratello Petrus e del suo primo figlio), Lars riuscì a
risalire la china grazie alla seconda moglie, Maria. Fu per merito di questa
donna, rimasta sempre in secondo piano, che Laestadius riprese vigore e fiducia
nella vita e nella fede, dedicandosi alla protezione della cultura sami. I suoi
sermoni, pronunciati nella chiesa di Karesuando, erano talmente pieni di pathos
che ogni domenica la chiesa si riempiva di indigeni.

«Il laestandianesimo si propagò
tra i Sami perché il suo fondatore fu uno dei primi preti a saper comunicare il
messaggio cristiano usando immagini e linguaggi che i Sami potevano facilmente
comprendere» dice Birgitta Simma, pastore della Chiesa Svedese presso la
comunità sami nella diocesi di Luleaa. Il modo di contestualizzare i riti, con
canti, danze, preghiere, letture, non era però approvato dalla Chiesa Svedese,
che vedeva nel laestandianesimo una forma di liikutuksia, un’estasi al
limite dell’eresia.

Da parte loro, anche i mercanti
norvegesi e svedesi cominciarono a lamentarsi: Laestadius aveva severamente
proibito l’alcornol, fedele alleato dei commercianti che lo utilizzavano per
obnubilare la mente dei Sami durante le contrattazioni.

Sobri e finalmente fieri della
loro natura, i Sami cominciarono a rifiutare le imposizioni estee. Il
laestadianesimo, che ormai veniva visto come una peculiarità dell’essere sami,
si diffuse rapidamente oltre che in Svezia anche in Norvegia, ma soprattutto in
Finlandia. Era ormai divenuto un pericolo sia per la Chiesa Svedese, che vedeva
l’eresia affondare radici sempre più profonde tra i Lapponi, sia per la Corona,
che riceveva resoconti allarmanti di sollevazioni nel nord del paese.

Sempre più oppressi da svedesi e
norvegesi, l’8 novembre 1852 un gruppo di sami laestadianisti organizzò una
rivolta a Kautokeino per abolire il commercio di liquori. Ben presto la
ribellione si trasformò in un movimento etnico che, imbracciati i fucili,
espresse le proprie frustrazioni uccidendo lo sceriffo, un mercante di liquori,
e dando fuoco alle loro case.

Sebbene sedata in poche ore, la
rivolta di Kautokeino divenne il simbolo di rivalsa dei Sami, come è stato ben
descritto in The Kautokeino Rebellion, il film del norvegese Nils Gaup,
egli stesso discendente di uno dei rivoltosi, poi impiccato.

La renna fonte di vita e cultura

Non è un caso che proprio in
questo minuscolo villaggio di 1.600 abitanti, sorga l’unica università sami
riconosciuta dall’ordinamento scolastico di Norvegia, Finlandia, Svezia e
Russia, le quattro nazioni in cui si dividono gli 85.000 sami. Tra le materie
studiate, vi è anche Allevamento delle renne: «Una delle tradizioni su
cui si basa tutta la struttura sociale sami
– spiega la professoressa Ellen Inga Turi -. L’adattamento dei Sami ai
cambiamenti politici, come la divisione del loro territorio secondo nazionalità,
e ai cambiamenti climatici in atto, potrebbe darci molte risposte al futuro
stesso dell’umanità. I Sami, per un certo verso, sono le nostre avanguardie del
mondo che verrà domani». L’importanza della renna nella vita sami si riflette
anche nel vocabolario: eallin, vita, si trasforma in eallu,
mandria, e, ancora, in eadni, madre.

Dopo che i Sami da pescatori si
convertirono in allevatori di renne, questo ruminante divenne la loro
principale fonte di sostentamento. La renna è l’animale che, letteralmente,
dona la vita: di lei non si butta nulla. La carne, magrissima e ricca di Omega
3, di ferro, selenio e calcio, viene fatta essiccare; la pelle si trasforma in
coperte, abiti, nei caratteristici goikkehat, gli stivaletti con la
punta rialzata, in cappelli; le coa e gli zoccoli vengono lavorati per fae
manici di coltello e oggetti di uso quotidiano che danno lavoro ad artigiani
come Ari Kangasniemi.

Dalla lavorazione della pelle,
abbiamo importato il termine nappa, vocabolo sami, così come sami è la
parola tundra. I Sami sono più vicini a noi di quanto pensiamo.
L’influenza della renna nella cultura sami è talmente evidente che anche un
architetto come Alvaar Alto ha disegnato l’urbanistica della città di Rovaniemi
riproducendo sul terreno la figura di una testa di renna con le coa.

Infine, le orecchie dei 120.000
cuccioli di renna che ogni anno nascono alla metà di maggio negli allevamenti
sami, vengono marchiati con segni distintivi durante una cerimonia a cui
partecipa tutto il villaggio. In quest’occasione anche i Sami che, per svariate
cause, hanno dovuto trasferirsi in città o al sud, tornano al loro siida,
rinsaldando così i legami tra le famiglie. «Ogni volta che too con la moglie
e i figli, i nostri genitori ci preparano il lavvu (la tenda Sami). È
qui che, abbandonando per qualche giorno le comodità della casa, ritrovo la mia
identità» mi confida Emel Perrtula, che dalle pendici del monte sacro Saana, a
Enontekio, si è trasferito a Helsinki, dove oggi lavora come ricercatore
chimico. «Mangiare in silenzio attorno al fuoco e dormire su brandine, permette
a tutti noi di unirci ai nostri antenati e non dimenticare dove affondano le
nostre radici».

Emel mi confida che sua moglie,
dopo aver avuto due figlie, pregava l’intervento di Jouksahkka, lo spirito che
permette al feto, che secondo le credenze sami all’inizio è sempre femminile,
di trasformarsi in sesso maschile. «So che è illogico e che la scienza nega
questa credenza, ma alla fine abbiamo avuto il desiderato bambino».

Fierezza ritrovata

La consapevolezza e, soprattutto,
l’orgoglio di appartenere al gruppo sami, sono rinati alla fine degli anni
Settanta, dopo che per secoli i governi svedese, finlandese e quello norvegese
con particolare accanimento, avevano cercato di smantellare la cultura indigena
per affermare l’unità dello stato sulla base di uno specifico gruppo nazionale
predominante. Le battaglie combattute dalle associazioni sami, spesso isolate
dai loro stessi consanguinei, hanno portato i loro frutti: nelle scuole si è
ricominciato a insegnare la lingua sami, la musica tradizionale viene
riscoperta e ci sono radio che trasmettono radiogiornali dalla Samiland,
programmi per bambini e per giovani. La Radio Sami Norvegese, la più
strutturata tra le tre esistenti in Scandinavia, trasmette anche circa 20 ore
di programmi televisivi al mese, mentre l’ufficio locale di Kiruna della
televisione nazionale svedese, ne trasmette dieci.

Politicamente i Sami hanno una
propria rappresentanza nei parlamenti nazionali, mentre in ognuno dei tre stati
scandinavi, vi sono parlamenti sami eletti ogni quattro anni, dove il governo
locale dibatte le questioni più spinose. Nei raduni ufficiali viene cantato il Sàmi
soga làvlla
, la Canzone dei Sami, l’inno nazionale dei Sami scritto da Isak
Saba. La fierezza del sentirsi sami la si vede girando nella Samiland dove, nei
giardini delle case sorgono le tipiche tende accanto alle quali sventola la Sàmi
leavga
, la bandiera disegnata da Astrid Bahl nel 1986.

In un territorio dove il sole e
la luna regnano sovrani alternando la propria presenza per sei mesi l’anno, è
naturale che questi due elementi vengano riprodotti anche nel simbolo
nazionale: su un campo cromaticamente variegato con i colori tradizionali,
sorge un cerchio, che simboleggia nella sua interezza il tamburo magico,
equamente diviso tra il rosso del sole e il blu della luna.

Rispetto per la natura

La preponderante presenza della
natura nella vita sami, esaltata dai fenomeni atmosferici del sole di
mezzanotte, della notte continua per diversi mesi e, soprattutto, dalle aurore
boreali, oggi spiegati scientificamente, sono stati i soggetti di un’epica
orale che, senza l’intervento della Chiesa sarebbe, probabilmente, perduta. «I
missionari cristiani possono aver commesso degli errori valutando le credenze
dei Sami, ma è ormai appurato che i primi testi tradotti in sami sono stati
redatti dalla Chiesa Svedese. Erano testi biblici, ma hanno permesso all’intera
letteratura sami di non andar perduta» chiarisce Birgitta Simma.

I sami più rispettati erano i taidis,
coloro, cioè, che possedevano il taidid, la capacità di adattamento e di
orientamento, che conferiva loro uno status superiore perché li poneva
perfettamente in simbiosi con la natura e con gli spiriti che l’abitavano.

Oggi, con l’avvento del Gps,
delle motoslitte, del goretex, forse il taidid non è poi più così
necessario per la sopravvivenza dei Sami, ma rimane comunque il fatto che la
rinnovata ricerca della semplicità, il ritorno a una vita più austera e in
linea con i cicli della natura forse permetteranno a questa civiltà millenaria
di superare anche le sfide del tempo e del progresso che tutto appiattisce.

Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali

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