URANIO POVERO

Crisi politica e insicurezza alimentare, dove va il paese

Vastissimo, ma desertico. Indicato come il meno sviluppato del mondo, ma anche quello a tasso di crescita più elevato. L’accesso all’acqua per tutti è ancora un sogno. L’educazione è da inventare, mentre chi gestisce il potere si appropria dei fondi pubblici stanziati per migliorarla. Intanto nasce un nuovo movimento tuareg ribelle, che semina morte nel nord. Ritratto di un paese estremo.

L’aria è secca a Marmari, villaggio nel dipartimento di Tanout, nel centro del Niger. Un gruppo di case in mattoni di fango essiccati, buttate in mezzo alla sabbia. Il giallo ocra tinge e domina ogni cosa in questa terra. El Hadji Mamoudou è il capo villaggio, anziano e cortese. Ci porta a visitare il pozzo subito fuori dall’abitato: una grossa fortuna per la popolazione. Siamo a mille chilometri dalla capitale, Niamey, in una zona semiarida, che prepara al deserto, dove gli allevatori convivono con gli ultimi avamposti degli agricoltori stanziali. Peulh e tamashek (più comunemente tuareg) i primi, haousa e kanouri i secondi.
Il pozzo in cemento è profondo cento dieci metri. È stato realizzato dalla cooperazione internazionale ed è entrato in funzione nel 2004.
Gli uomini attingono l’acqua da questa voragine, di cui non si vede il fondo, utilizzando asini o buoi. Fanno tirare loro una lunga corda su rudimentali carrucole. Sotto il sole che, in questa stagione, rende il caldo infeale, raggiungendo i 45-50 gradi all’ombra. Quando il recipiente con un centinaio di litri arriva in superficie, due uomini lo versano negli abbeveratorni per gli animali. E qui, tra una vacca e un asino che cercano di placare la sete, una ragazza riempie alcuni bidoni di plastica. È il fabbisogno per una famiglia.
«In questa stagione il pozzo diventa secco più volte al giorno – racconta El Hadji Mamoudou – iniziamo ad attingere al mattino presto, ma dopo che un paio di famiglie hanno riempito i loro recipienti l’acqua si è ritirata». Siamo alla fine della stagione secca, che dura da settembre a maggio. È il periodo peggiore, perché i granai sono ormai vuoti. Ma proprio adesso agli uomini occorre tanta energia per lavorare i campi e preparare il nuovo raccolto, sperando che le piogge siano abbondanti e regolari. «Occorre aspettare una o due ore, ed ecco che la falda acquifera ricarica il pozzo e altre due famiglie si fanno avanti». Così per tutto il giorno, per 4 o 5 cicli. Ma questo punto d’acqua non è sufficiente per l’intera popolazione di Marmari, e molti si spostano a Chirwa, percorrendo quasi 4 km a piedi o con il carretto. In questo villaggio, più importante, una pompa a motore estrae acqua da 700 metri di profondità e la distribuisce a cinque fontane.
In Niger il problema dell’accesso all’acqua (non solo a quella potabile) rimane enorme.

Lo spettro della fame

Durante i mesi delle piogge si coltiva una varietà di miglio che si è adattata a questo suolo sabbioso. Il cereale, immagazzinato nei granai, sarà pestato dalle donne a forza di braccia nei mortai, e dovrà fornire la farina per il pasto quotidiano della famiglia per il resto dell’anno.
Finita la stagione delle piogge e ultimato il raccolto, si tenta di coltivare un po’ di ortaggi: «A 4 km da qui c’è un avvallamento che permette all’acqua di fermarsi per qualche mese in pozze naturali. Sono stati scavati anche dei pozzi poco profondi per l’irrigazione» continua El Hadji. «Intoo facciamo i nostri orti. Quest’anno però non c’era abbastanza acqua e non siamo riusciti a far crescere nulla».
Il Niger, dove l’alimentazione dell’80% degli abitanti dipende direttamente dall’agricoltura, occupò per qualche giorno le cronache dei giornali a causa della crisi alimentare del 2005. Una cattiva stagione piovosa nel 2004, l’invasione delle cavallette, congiunta alla precaria economia di sussistenza e ai non adeguati stock nazionali di sicurezza avevano fatto scattare l’emergenza in Niger, Mali e Burkina Faso. Ma fu il Niger il paese più colpito, dove si stima che 3,6 milioni di abitanti furono interessati dalla penuria di cibo. Oltre ai 150 mila bambini che soffrono di malnutrizione cronica, se ne aggiunsero altri 800 mila (sotto ai 5 anni). L’apparato internazionale degli aiuti umanitari di emergenza si era allora mosso con gran fragore. Ma la radice del problema non è stata eliminata e l’esposizione delle popolazioni ai capricci delle precipitazioni atmosferiche e alle migrazioni di insetti è sempre drammaticamente reale.

I due primati

Paese di un milione e duecentomila chilometri quadrati (quattro volte l’Italia), in gran parte desertico, il Niger è abitato da circa 13 milioni di persone.
Combinando la speranza di vita, che di poco supera i 44 anni, il tasso di scolarizzazione intorno al 21% e il reddito pro capite annuo di circa 220 dollari, il paese si guadagna da tempo l’ultimo posto (su 177 paesi recensiti) nella classifica dello sviluppo umano stilata ogni anno dalle Nazioni Unite.
Un altro primato è il tasso di crescita più elevato del mondo: 3,3%. Anche questo concorre alla malnutrizione e preoccupa il governo che vorrebbe ridurlo al 2,5% entro il 2015. La media di quasi otto figli per ogni donna (2,7 è la media a livello mondiale) e l’elevato numero di matrimoni precoci (la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni, nei villaggi a 12 – 13 anni), spiegano la forte crescita. Questo nonostante i tassi di mortalità infantile restino molto elevati: oltre uno su quattro bambini non arriva all’età di 5 anni.  Valori questi che dimostrano le enormi difficoltà sul piano sanitario e nutrizionale.

uranio e ribelli

Il Niger è il terzo produttore d’uranio al mondo (dopo Canada e Australia) e i suoi giacimenti sono già sfruttati da decenni dai francesi. Il governo sta oggi vendendo concessioni per nuove prospezioni, spinte dal rialzo dei prezzi causato dal consumo cinese. Ma nel nord, nelle zone desertiche dell’Air, Azawak e Kawar la corsa è aperta anche alla ricerca del petrolio (già sfruttato nei vicini Ciad e Mauritania, e presto anche in Mali). Non è un caso quindi che tornino a far parlare di sé i gruppi di ribelli tuareg.
Nel febbraio di quest’anno il sedicente «Movimento dei nigerini per la giustizia» (Mnj) attacca una postazione militare a Iférouane, facendo tre morti e alcuni feriti. Toa così lo spettro della ribellione tuareg, degli anni ’90 conclusasi con la firma della pace di Ouagadougou, nell’aprile 1995. Le condizioni dell’accordo erano la reintegrazione dei ribelli nell’esercito (oltre 2.300 effettivi), il decentramento amministrativo e maggiori investimenti per sviluppare le terre del nord.  Tutte soddisfatte, secondo il governo. Il contrario per il neonato movimento. L’Mnj sostiene, in un memorandum, che la regione non beneficia di alcun investimento, «ha un sistema educativo in rovina, un livello degli allievi inquietante, un alto tasso di abbandono» e aggiunge «un sistema sanitario in decomposizione, che non tiene in conto della componente nomade e nessuna infrastruttura per un utilizzo duraturo delle zone minerarie».
Un movimento che vuole darsi connotati da «difensore degli oppressi» (forse a immagine dei più forti gruppi che controllano il delta del Niger in Nigeria), definendosi una «organizzazione che combatte l’ingiustizia» chiede un «forum di riflessione imparziale per una riforma globale della politica in Niger».
Si tratta di un gruppo di giovani tuareg, il cui capo Aghali ag Alambo non esita a rilasciare interviste, e che lanciano i loro comunicati sul proprio sito internet.

«Sono solo banditi»

Ma il governo giudica l’Mnj «una banda di banditi armati e trafficanti di droga» e rifiuta ogni forma di negoziato. Allora il movimento continua con attacchi. A uno sperduto sito di prospezione della potente impresa francese Areva, all’aeroporto di Agedez, per poi catturare il 22 giugno un’intera guaigione dell’esercito a Tezirzait, nelle montagne dell’Air, uccidendo 15 soldati e facendo una trentina di feriti. Consegnati questi ultimi alla Croce Rossa internazionale.  Toa anche l’insicurezza sull’asse stradale Tahoua – Agadez – Arlit.
Alcuni analisti sospettano legami tra questo movimento e il gruppo di tuareg che ha attaccato l’11 maggio una posizione militare a Tin Zawaten, nel nord – est del Mali. Gruppo che non ha rispettato agli accordi di pace del 4 luglio 2006 (vedi MC, settembre 2006). Parlano di un movimento transnazionale spinto anche dalle idee di un grande stato tuareg, predicate dal leader libico Mouammar Gheddafi.

problemi dell’educazione

Intanto il governo, e in particolare il potente primo ministro Hama Amadou (indicato anche come futuro presidente), è travolto dallo scandalo sull’educazione. Oltre 6,1 milioni di euro del «Programma decennale di sviluppo dell’educazione» si sono volatilizzati. Si tratta di un grosso finanziamento, in larga parte di governi europei, con l’obiettivo di migliorare il tasso di alfabetizzazione e di scolarizzazione del paese. Un’audit voluta dai partner nel 2006 ha rivelato «gravi problemi nella gestione dei fondi destinati all’educazione». Due ministri dell’educazione (Hamani Harouna e Ary Ibrahim) e altri dirigenti del ministero sono stati arrestati nell’ottobre scorso. I due dichiarano di aver ricevuto «ordini dalla gerarchia», ma Hama Amadou ha rifiutato di comparire davanti all’Alta corte di giustizia che conduce l’inchiesta, dichiarando di voler rispondere a domande scritte per scritto.
Da qui la mozione di sfiducia che l’opposizione ha presentato all’Assemblea nazionale. Ma ecco il colpo di scena. Nonostante il partito del primo ministro e i suoi alleati possano contare su una netta maggioranza parlamentare (88 dei 113 seggi), 62 deputati votano la sfiducia. Hama Amadou, dopo sette anni di regno è costretto a dimettersi. Il presidente della repubblica Mamadou Tanja (che finirà il secondo mandato nel 2009) nomina il 6 giugno scorso Seyni Oumarou (un fedelissimo di Hama) nuovo primo ministro. Ma l’équipe governativa cambia poco.
Questioni molto lontane queste da El Hadji Mamoudou e gli abitanti di Marmari. L’acqua quotidiana e il prossimo raccolto tra piogge e invasioni di cavallette li preoccupano di più. Resta vero che la maggior parte dei loro bambini non vanno a scuola e hanno a disposizione solo qualche sgangherata tettornia di paglia come aula. Ma lo sviluppo di un paese deve necessariamente passare dall’educazione.

di Marco Bello

Intervista al vescovo di Maradi

Il monsignore dei grandi spazi

Monsignor Ambroise Ouedraogo è il vescovo di Maradi. La sua diocesi ha una superficie di un milione di chilometri quadrati (oltre tre volte l’Italia), ma conta appena 3.000 cristiani. Sono perlopiù immigrati dagli stati vicini (Benin, Burkina Faso, Togo, Nigeria, ecc.) arrivati qui in cerca di lavoro.
Lui stesso è burkinabè. Giunge in Niger come missionario fidei donum nel 1985, mandato dal cardinale Paul Zungrana di Ouagadougou. Nel 1999 mons. Catatregué, allora vescovo di Niamey lo consacra vescovo ausiliare. Due anni più tardi l’unica enorme diocesi del Niger viene divisa in due: nasce la diocesi di Maradi e mons. Ambroise ne diventa il primo pastore. Lavorano con lui altri 16 preti, di cui 2 diocesani e 14 redentoristi e padri bianchi. Le religiose sono una trentina, nelle diverse congregazioni dell’Assunzione, di Cluny, le figlie del Sacro Cuore di Maria (diocesane senegalesi) e le piccole sorelle di Gesù (tra cui alcune italiane). Queste ultime operano alla frontiera della diocesi, dove non ci sono preti.
Il vescovo, nella sua semplice abitazione (e ufficio) di Maradi, ci racconta il loro lavoro e la particolare evangelizzazione di pochi cristiani in una marea musulmana.

Quale pastorale portate avanti in queste condizioni così particolari?
Con mons. Berlier, c’era quello che chiamiamo «la pastorale sul tappeto»: ovvero una presenza cristiana, della chiesa cattolica con i musulmani, per vivere nel quotidiano il vangelo. Incontrare la gente, visitare, partecipare alle feste di famiglia, «stare con». Questo ha permesso che la chiesa sia riconosciuta e accettata dalla popolazione a maggioranza musulmana.
Nel 1985 ci siamo chiesti: dobbiamo continuare con questo tipo di pastorale di presenza o passare a una di evangelizzazione? Abbiamo fatto questo salto. Ma allora come evangelizzare questo popolo che è credente e musulmano? Se la nostra pastorale di evangelizzazione è di fare dei cristiani battezzati, cresimati, con i sacramenti, diventa molto difficile. Ma l’evangelizzazione è osare testimoniare il vangelo, annunciare il Cristo, essere testimoni del resuscitato. Andare verso i nostri fratelli e sorelle.
Penso che sia questo, che cerchiamo di portare avanti nelle due diocesi del Niger.
La maggioranza dei nostri cristiani vengono dall’estero, pochissimi sono nigerini. Nonostante questo cerchiamo di formarli, e coscientizzarli, perché non si isolino, ma possano essere in mezzo ai loro fratelli musulmani come «sale e luce».
Questa pastorale la facciamo attraverso le nostre strutture di educazione, come le scuole, le strutture sanitarie, i progetti di sviluppo. Cerchiamo di portare lo spirito del vangelo nel cuore delle azioni di pastorale sociale. Da due anni abbiamo la Cadev (Caritas e sviluppo), nella quale cristiani e musulmani sono impegnati per la lotta contro la povertà e nella promozione umana.
Se togliessimo i musulmani dalla Cadev resterebbero in pochissimi! È proprio un luogo di concertazione, di relazione cristiano-islamica. Si cerca insieme di mettere in piedi una politica di sviluppo che possa raggiungere le popolazioni.

Con questo obiettivo, arrivate a far lavorare bene insieme le persone?
Si, anche a livello delle nostre scuole. La maggioranza dei nostri insegnanti è musulmana. Lo è anche il responsabile dell’insegnamento cattolico. È una persona molto aperta, fa bene il suo lavoro e sposa la filosofia cristiana dell’educazione. È un’apertura nella relazione tra le religioni e facciamo continuamente questo sforzo, perché il rischio è che ognuno faccia le sue cose, che i cristiani si chiudano. Questo porterebbe a un suicidio della chiesa in Niger.
Oggi i cristiani hanno più coscienza, sanno di esserlo e devono manifestarsi come tali. C’era questa frase «la pastorale offensiva», per dire «siamo cristiani e vogliamo testimoniare la nostra fede con i fratelli musulmani». Non nascondersi, restare in disparte. Direi che abbiamo superato questa paura.

Non ci sono reazioni dell’integralismo musulmano?
In Niger c’è un certo integralismo, che aspetta per svegliarsi. È forte in ambienti periferici, più poveri. È li che agisce. Quando c’è stata la conferenza nazionale, tra il 1990 e il ‘91, c’era anche una tendenza che voleva fare del Niger un paese islamico. Fortunatamente, c’erano dei politici che hanno visto il pericolo e hanno optato per uno stato laico, dove ogni fede si possa esprimere liberamente.

Quali sono i problemi principali che avete per integrare la piccola comunità cristiana in quella musulmana?
Il primo problema che viviamo come cristiani è questa difficoltà di dire la propria fede. Già solo portare una croce ti mette in una condizione di straniero, perché per la maggioranza della gente, un nigerino non può essere che musulmano. Nella vita dei sacramenti ci sono le problematiche delle coppie miste cristiano-musulmane. Se è la donna a essere cristiana, il rischio è che per la pressione famigliare, debba rinunciare alla propria fede. È una constatazione. La sfida è formare le giovani affinché possano essere solide nella loro fede e non perderla alla prima occasione.
I cristiani sono stranieri e le questione più urgenti sono economiche: la ricerca del lavoro, sbarcare il lunario. Come legare questo con la fede e i tempi per la formazione? Non è sempre facile. Nei quartieri in cui vivono testimoniano la loro fede, anche se ci sono difficoltà. Fortunatamente non ci sono quartieri separati. Nella parrocchia di Maradi facciamo degli incontri di «Comitati cristiani di base», che si ritrovano una volta alla settimana. Pregano, leggono il vangelo, discutono su quale chiamata porta «la parola» nella loro vita. Penso che anche questo faccia in modo che i vicini li vedano e li riconoscano come cristiani.

Lo scopo di questa evangelizzazione qual è esattamente?
Siamo due religioni missionarie e ciascuno vuole avere il più gran numero di fedeli possibile. Ma nella nostra situazione, penso che sia difficile. È un sogno, ma dico che non dobbiamo mettere tra parentesi il comandamento di Cristo che ci invita ad andare in missione, fare dei discepoli, battezzare. L’evangelizzazione, fa anche vivere seriamente la mia fede, testimoniarla, rispettare la fede dell’altro e vedere insieme che cammino possiamo prendere per creare un mondo più fraterno, di giustizia, pace, solidarietà. Penso che cristiani e musulmani possono impegnarsi in questo senso e fare delle cose meravigliose.

I vescovi e i preti hanno contatti con i responsabili musulmani?
Esiste una commissione per le relazioni cristiano-musulmane. All’inizio si facevano le riunioni tra di noi, ma da circa tre anni invitiamo gli imam, con i quali cerchiamo di preparare dei moduli di formazione tra cristiani e musulmani per conoscerci reciprocamente. Il cristiano impara a conoscere il fratello musulmano e viceversa e questo ci permette di evitare conflitti inutili. Dal lato islamico la difficoltà per noi è che non sempre sappiamo verso chi andare, non essendoci una struttura ben precisa, un responsabile. Esiste l’associazione islamica. Ogni anno alle feste principali, ramadam, tabaski, mandiamo loro un messaggio di pace, solidarietà, auguri. Questo è cominciato con mons. Berlier, e porta dei frutti. A Natale i musulmani inviano una delegazione in cattedrale a Niamey, per fare gli auguri ai cristiani. Lo scorso Natale sono venuti anche ad Agadez (città del nord con scarsissima presenza di cristiani, ndr).

Lei si considera un missionario e in una situazione particolare?
È vero che essere missionario in Niger non è facile. Capisco i primi missionari che sono venuti dall’Europa per annunciare il vangelo in Africa. Oggi abbiamo condizioni di trasporto più facili, ma ci aspettiamo sempre che avendo una famiglia, questa diventi più grande. Qui in Niger non è così scontato. Io dico che bisogna vivere nella pazienza e nella speranza. Noi seminiamo, alcune piante cresceranno e dei frutti dell’albero qualcuno beneficerà. Lavoriamo e viviamo con la fede di portare il vangelo senza aver paura di annunciarlo e di dirsi cristiani. Di più: grazie al vangelo vogliamo essere al servizio dei fratelli e sorelle musulmani, dei più poveri. Questo fa parte dell’annuncio della buona novella. Quando la folla che seguiva Gesù aveva fame, lui ha fatto la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Noi siamo attenti ai bisogni della popolazione musulmana e vediamo in che misura possiamo rispondere. Senza «fare al loro posto», ma insieme. La nostra missione non è fare dell’assistenza, ma in partenariato con i musulmani lavorare per il benessere di uomini e donne, nella ricerca della pace e frateità.

Quali sono le sfide per domani?
Da due anni abbiamo elaborato una visione pastorale con tema: «Insieme con il Cristo, cammino verità e vita, costruiamo una chiesa famiglia che vive, testimonia e annuncia il vangelo in Niger».
Questo percorso dura fino al 2010 e vedremo se saremo riusciti a realizzarlo.
Le sfide per la chiesa in Niger è vivere il vangelo e attraverso a questo trovare il cammino per dare una risposta alla povertà e all’ingiustizia nel paese.

a cura di Marco Bello


Marco Bello

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