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Le spalle di Dio (Es 33)

Visiaone dell'aurora sul Monte Sinai
Italia
Angelo Fracchia

Dopo il famosissimo capitolo del vitello d’oro (Es 32), il libro dell’Esodo ce ne riserva uno probabilmente molto meno noto, anche perché di difficile comprensione, ma non meno importante.

Le interpretazioni diverse, soprattutto sui particolari, sono molte. Sembra tuttavia possibile, anche appoggiandoci a tanti biblisti che vanno nella medesima direzione, spiegare il capitolo 33 nel modo che segue.

Fuori dalla luna di miele (Es 33,1-6)

Siamo abituati, soprattutto nella liturgia della messa, a leggere la Bibbia divisa in brani corti. Questo ha il vantaggio di stimolarci ad accostarci a essi con maggiore profondità, ma comporta anche il rischio di farci dimenticare ciò che viene prima e, magari, di non considerare quello che viene dopo.

Tra l’altro, non dobbiamo trascurare il fatto che persino la divisione in capitoli e versetti non risale al tempo in cui sono stati scritti i testi.

Per cui dobbiamo ricordarci che i vari capitoli sono legati l’uno all’altro e quindi che la pagina che ci accingiamo ad approfondire viene subito dopo il racconto dell’adorazione del vitello d’oro.

Proprio quell’esperienza, infatti, spiega forse la stranissima richiesta di Dio agli israeliti, presente nei primi versetti del capitolo 33, di togliersi di dosso tutti i loro ornamenti. Dio promette nuovamente al popolo ebraico il dono della terra, ma aggiunge che Lui non prenderà più parte al cammino: si tira fuori dal gioco (Es 33,3) perché il popolo ha la testa troppo dura, è ribelle e non si fida di Lui (come ha dimostrato con l’episodio del vitello d’oro). A questo punto, quando il popolo viene informato da Mosè di questa decisione, «tutti fecero lutto: nessuno più indossò i propri ornamenti» (33,4). Nel versetto successivo sarà Dio stesso a ordinare (33,5) «ora togliti i tuoi ornamenti». Sembra, peraltro, che questa spogliazione abbia un carattere definitivo: «Gli israeliti si spogliarono dei loro ornamenti dal monte Oreb in poi» (33,6).

Nei versetti successivi, il testo prosegue presentando la normalità di una relazione del popolo con Dio (34,7-11) mediata da Mosè presso la tenda del convegno, alla quale «si recava chiunque volesse consultare il Signore». Più avanti, poi, troviamo di nuovo un Mosè che, come nell’episodio del vitello d’oro, si mette a contrattare e a richiamare Dio alla sua vocazione. Il Signore, che in 32,9-10 aveva pensato di distruggere il popolo garantendo al solo Mosè una discendenza, e che aveva cambiato idea per l’insistenza dello stesso Mosè (32,11-13), ora pare di nuovo recedere dalle sue posizioni: dapprima immagina di garantire terra e vita al popolo senza accompagnarlo, poi concede a Mosè che non lo lascerà solo, infine, quasi con riluttanza, assicura che salirà con il popolo fino alla terra promessa (32,12-17).

Il Dio che aveva detto di essersi stufato di Israele ammette, a denti stretti, che non lo lascerà.

Tuttavia, non si cambia idea sugli ornamenti.

Qualcuno ha visto in questo episodio il fondamento di una religione senza statue, quadri, immagini di Dio. Sembra però strano che un aspetto così centrale della religione ebraica sia giustificato da un passo della Scrittura che a prima vista pare marginale, quasi casuale.

Inoltre, è vero che il culto degli ebrei è molto più asciutto ed essenziale di tanti altri, ma nella storia e nella liturgia ebraica non mancheranno abiti liturgici, filatteri, mezuzot (piccole citazioni della Bibbia da affiggere alle porte o da appendere ai capelli), tallit (il mantello per la preghiera), ecc. (cfr. Es 31,10; Nm 15,38-39; Dt 11,18-20). Dunque, Es 33,4-6 è falso?

Gli ornamenti normalmente sono oggetti che sottolineano e accrescono la bellezza di chi li porta. Spesso sono citati in contesti nuziali: allo scopo della seduzione, si presentano ornate Giuditta (Gdt 10,4; 12,15) ed Ester (Est 5,1c); nei profeti, e nel contesto simbolico in cui si parla della relazione tra Israele e Dio (ossia, dove c’è bisogno che il simbolo parli in modo chiaro) si allude spesso all’unione parlando di ornamenti (Is 49,18; Ger 2,32; Ez 16,39).

La rinuncia a utilizzarne, decisione presa dal popolo ma poi ratificata dal Signore, potrebbe suggerire l’uscita della relazione tra Israele e il suo Signore dal contesto della «luna di miele».

Di fronte al primo tradimento, Dio minaccia di andarsene, ma poi rimane, con la consapevolezza che potrà essere tradito ancora, ma anche con la determinazione a concedere nuove opportunità e spazio a questo amore. Anche Dio sembra passare dall’amore ingenuo, giovanile, a quello adulto, quello consapevole dei limiti dell’altro e della relazione stessa, ma anche determinato a portarla avanti.

È l’amore più tormentato ma anche il più profondo, quello che parte dal cuore, ma coinvolge tutte le dimensioni della persona.

È l’amore con cui ora anche Dio sa di amare Israele. Perché non si ritrova semplicemente attratto dal suo popolo, ma lo ha scelto.

La gloria di Dio

È a questo punto che Mosè decide di porre a Dio una richiesta: «Signore, mostrami la tua gloria» (Es 33,18).

Se ci sembra una frase uscita dal nulla, senza collegamento con il discorso, è perché non ne cogliamo i sottintesi.

La «gloria», nella lingua e nello stile dell’Antico Testamento, è mostrare chi si è davvero. Non si glorifica qualcuno perché lo si acclama o lo si esalta, magari in modo esagerato. La «gloria» di un atleta, ad esempio, può essere la sua medaglia d’oro, il suo record personale, che dicono chi è e che cosa è stato capace di fare, non l’urlo della folla che lo festeggia riconoscendo soltanto quello che lui è. Allo stesso modo la «gloria» di Dio non consiste nelle parole di lode che noi diciamo, ma nel suo mostrarsi per quello che Lui è davvero.

Mosè, insomma, chiede a Dio di poterlo vedere, di poter capire chi è, senza più filtri. Ne avrebbe il diritto, dopo aver fatto per lui tanta fatica. Ed è poi anche il desiderio di ogni innamorato, che vuole sempre contemplare il volto dell’amato. È la richiesta di ogni mistico.

Se ci pensiamo, capita anche a ognuno di noi, magari con meno meriti di Mosè e con parole diverse, di chiedere la stessa cosa: «Dio, se ci sei, fammi capire che cosa vuoi, che cosa progetti… Fammi capire perché tanta ingiustizia, tanta sofferenza… Mostrati, facci vedere chi sei davvero».

Noi potremmo anche pensare di non meritarcelo, ma chi negherebbe che Mosè, forse, questo eventuale privilegio se lo è proprio guadagnato?

Un Dio invisibile?

E invece no, Dio non lo concede. «Non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo» (Es 33,20).

Ci sembra veramente di trovarci davanti a un Dio spietato, insensibile. Forse persino un po’ ottuso. Perché mai bisognerebbe morire solo per averti visto? Non puoi fare in modo che ciò non accada? Non puoi fare un’eccezione almeno per un campione della fede come Mosè?

«Ti coprirò con la mia mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,22-23). Meglio di niente, certo, anche se dalle spalle non siamo sicuri di riconoscere una persona.

E quanto previsto accade: Dio pone Mosè in una fessura della roccia e gli passa davanti, coprendogli il volto con la mano e proclamando, nello stesso tempo, la propria gloria. La proclama, non gliela lascia vedere. La dice, anche se non lascia che la si veda in faccia. E questa gloria, la natura stessa di Dio, non è quella di un giudice giusto e severissimo, non è quella del creatore o del signore assoluto dell’universo. Il nome che Dio proclama di se stesso è: «A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia» (Es 33,19). Un Dio liberissimo, autonomo, che non rende conto a nessuno. Ma anche un volto che, nel proclamare la propria libertà, riesce a dirla soltanto in positivo: parla di grazia e misericordia, non di castigo. Ciò che si può dire di Dio è bontà, misericordia, salvezza. Peccato solo non poterne vedere il volto.

Quando Dio passa, toglie la mano, e Mosè può vederne le spalle.

Il senso del racconto

L’Antico Testamento molto spesso fa teologia raccontando storie. È quello che fa anche Gesù, con le sue parabole e i suoi discorsi. Dobbiamo quindi provare a capire se per caso questa pagina voglia dirci qualcosa su Dio. Data la domanda di Mosè, è molto probabile.

E ciò che il testo vuole dirci è nascosto tra le sue righe, anzi, forse non è neppure troppo nascosto, si lascia intuire bene.

Quante volte nella nostra vita capita che solo guardandoci indietro possiamo cogliere il valore di certi passaggi, di certe persone, di certi tempi di gioia o di fatica. Quando c’eravamo in mezzo, coglievamo, certo, il sudore che ci chiedevano, a volte persino anche il bene che ricevevamo, ma il valore pieno del tempo vissuto lo capiamo soltanto quando lo ripensiamo a distanza, dopo che è passato.

Guardando indietro possiamo forse anche intuire la presenza di Dio sulle pagine della nostra vita. Anche là dove ci sembrava di essere stati lasciati da soli.

Questo succede soprattutto per le questioni davvero importanti: è necessario che siano passate, che siano chiuse, per riuscire a tracciarne un bilancio e capire a che cosa ci sono servite. È guardando indietro ai tempi della nostra vita ormai sigillati che possiamo apprezzarne e valutarne fino in fondo il valore, cogliendo anche magari come Dio vi fosse all’opera. Ne vediamo le spalle: solo quando Dio è passato riusciamo a capire che c’era, che era con noi. Anche a Mosè è capitato lo stesso.

Chi vede Dio, muore?

Ecco allora la dimensione più profonda del rifiuto di Dio di mostrare il proprio volto a Mosè, di fargli vedere la sua gloria. Per cogliere la realtà autentica, completa, di Dio, occorrerebbe che la nostra storia con lui fosse ormai conclusa. Occorrerebbe, cioè, che la nostra relazione con lui fosse finita, oppure che la nostra vita sia ormai giunta alla fine. Quello che Dio afferma non è che chi lo vedesse, morirebbe, ma che per vederlo completamente, per capire fino alla fine ciò che ha fatto nella nostra vita, per cogliere il suo volto, occorre essere morti, bisogna che la nostra vita abbia detto tutto ciò che doveva dire. Oppure, che la nostra storia con Dio sia ormai conclusa.

Il messaggio divino a Mosè, ma anche ai lettori, è esattamente questo: per vedere Dio occorre essere morti, in quanto lui non ha nessuna intenzione di lasciare che la nostra storia insieme finisca prima. Finché non saremo arrivati alla fine dei nostri giorni, dice Dio, Lui continuerà a essere presente e parlare e camminare con noi. Quindi, non si può ancora vedere fino in fondo il suo volto, non si può tirare un bilancio della relazione con Lui.

Angelo Fracchia
(Esodo 17-continua)

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Angelo Fracchia