Migranti. Accogliere non è peccato

Italia
Silvia Zaccaria

La politica e le leggi attuali non aiutano, ma anche in Italia è possibile dare accoglienza ai migranti con umanità ed efficienza. L’accoglienza diffusa sarebbe una buona pratica, ma è contrastata dal sistema attuale, fondato sull’emergenza.

Di fronte alla stazione di Salbertrand, un paese di circa 600 anime tra bassa e alta Val di Susa, si trova una delle comunità per minori stranieri non accompagnati che compongono il sistema di accoglienza della Città metropolitana di Torino.

Superato l’ingresso, nella stanza subito a sinistra, alcuni anziani ci scrutano da dietro una vetrata – il secondo piano è adibito a casa di riposo -, mentre sulla destra c’è una sala letture dove incontriamo un giovane originario del Gambia, appena arrivato dal polo logistico della Croce Rossa di Bussoleno1.

Alle pareti, la locandina sbiadita con gli eventi culturali di una passata stagione turistica estiva e un poster della ricca fauna alpina della zona: camosci, caprioli, cervi e marmotte.

Anziani e giovani ospiti si ritrovano in questo spazio-tempo sospeso a condividere pezzi delle loro esistenze che si sfiorano, senza riuscire a comunicare. Come i protagonisti dei quadri di Hopper (Edward Hopper 1882-1967, ndr), sembrano in un limbo, a metà tra mondo esterno e interno, in attesa che succeda qualcosa che però non accade mai.

Un sistema emergenziale

Fare buona accoglienza è una sfida complessa anche per quegli enti pubblici e del terzo settore che accettano di raccoglierla mettendo in campo progetti di inclusione coraggiosi ma dagli esiti incerti.

La complessità deriva anche dal fatto che parliamo di un sistema italiano di accoglienza che, forse, a ventuno anni dalla sua nascita, ancora non c’è2.

Convivono piuttosto due sistemi, totalmente difformi tra loro, come le logiche che li sottendono.

Da una parte, quella emergenziale, che alimenta da circa due decenni il discorso politico mediatico. Questo approccio concepisce i flussi migratori come qualcosa di transitorio che, prima o poi, si esaurirà e l’accoglienza solo in termini di contenimento in centri di grandi dimensioni per i quali, in un inesauribile esercizio di fantasia, vengono coniati via via nuovi acronimi dietro cui si celano misure sempre più restrittive dei diritti e delle libertà delle persone migranti3.

Dall’altra parte, invece, c’è la spinta inclusiva incarnata dalla società civile organizzata che prova a sperimentare dal basso, in alleanza con le istituzioni locali (i comuni, singolarmente o in forma associata, in testa) pratiche di convivenza innovative basate su un modello di accoglienza che si nutre di pochi, essenziali, ingredienti: la micro-ospitalità diffusa e il forte coinvolgimento del tessuto socioculturale e produttivo del territorio.

Purtroppo, questo modello virtuoso si è affermato negli anni in maniera lenta e disomogenea4, cedendo così il passo al sistema dell’accoglienza straordinaria che, nato per avere funzione accessoria e transitoria, è diventato di fatto predominante5.

L’eredità di Riace

Quando si parla di «accoglienza diffusa», è immediato il collegamento con l’esperienza di Riace, su cui molto è stato scritto da quando l’esperimento di ripopolare con migranti il piccolo borgo calabrese, sino ad allora conosciuto solo per i Bronzi, prese avvio e divenne un modello riconosciuto internazionalmente, per poi cadere in disgrazia, fino alla recente riabilitazione del suo fautore6.

In realtà, negli anni si sono moltiplicate le esperienze volte a conciliare la necessità di inserimento socioeconomico delle persone migranti con quella di rivitalizzare comunità a rischio di impoverimento demografico, economico e culturale.

Era il 2017, quando, contemporaneamente al Memorandum con la Libia, l’allora ministro Marco Minniti firmava un protocollo per avviare la sperimentazione di un progetto «innovativo» in Campania: l’inserimento di migranti in attività di pubblica utilità nei luoghi simbolo della Regione, tra cui ovviamente gli scavi di Pompei e la Reggia di Caserta.

Il progetto non è mai partito, ma alcuni comuni hanno puntato comunque sull’accoglienza per riappropriarsi simbolicamente di un territorio, un tempo cuore della Campania felix, ricco di beni archeologici e architettonici abbandonati all’incuria e soffocati dal cemento, che ha trasformato proprio l’area tra Caserta e Capua in un immenso centro commerciale all’aria aperta. E così grazie all’associazione di Caserta «Solidarci», ente gestore di alcuni progetti Sai (Sistema accoglienza integrazione, vedi pagina 30), un giovane subsahariano è stato assunto presso il Real sito di Carditello, sottratto recentemente alla camorra, dove si prende cura dei pregiati cavalli introdotti dai Borbone, mentre un altro lavora per la ditta che si occupa della manutenzione del Parco reale della Reggia. Un terzo fa il pizzaiolo nel complesso dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua), dove Spartaco, lo schiavo gladiatore, guidò la rivolta e poi la fuga verso la libertà.

In montagna, da «Barba Gust»

Sulle orme dei tanti migranti diretti oltre confine, torniamo in Alta Val di Susa, questa volta nel borgo di San Sicario, dove i residenti sono una cinquantina. La titolare di un’impresa familiare, Elena Bermond, nata e cresciuta tra queste montagne, stimolata da un progetto di agricoltura sociale, decide di ospitare tre minori stranieri non accompagnati per uno stage all’agriturismo «Barba Gust» (dal piemontese «barba», zio e «Gust», diminutivo di Augusto, il nome di suo padre). Soddisfatta dell’esperienza, la consiglia ad altre realtà della zona: albergatori, ristoratori e piccoli artigiani che, come lei, accettano di mettersi in gioco malgrado le barriere linguistiche e culturali.

Sono centinaia i comuni montani in cui l’accoglienza diffusa è una buona prassi già da tempo, che si rafforza tanto quanto più le persone accolte si inseriscono gradualmente nel contesto produttivo locale.

«Gli immigrati stanno contribuendo, per quanto spesso loro malgrado, a rimettere al centro le “terre alte” del Paese. Termini come “accoglienza” o “resilienza” negli ultimi anni sono associati a questi territori, in passato visti dalla città come “chiusi” o addirittura “ostili” verso l’esterno, anche grazie alla presenza straniera, percepita ora come stimolo per riconquistare le posizioni perdute in decenni di marginalizzazione culturale prima ancora che socioeconomica»7.

Il modello dell’accoglienza diffusa, dalle Alpi all’estremo sud della nostra penisola, modifica il paesaggio nutrendosi di storie di riscatto in cui i destini delle persone migranti si intrecciano con quelli delle comunità locali.

Silvia Zaccaria


Note al testo

(1) Il Polo accoglie persone migranti, anche minori, arrivate a Lampedusa e respinte al confine francese. Grazie al progetto PrIns del Consorzio intercomunale socio assistenziale della Valle di Susa e Val Sangone, ConIsa, i minori sono poi trasferiti nelle strutture di seconda accoglienza della valle.

(2) Medici del mondo Italia, Il sistema che ancora non c’è. Le riflessioni e le proposte dal tavolo asilo e immigrazione a vent’anni dalla nascita dello Sprar.

(3) Il DL n. 124 del 19 settembre 2023 prevede la realizzazione di Cpr su tutto il territorio nazionale per cittadini di paesi terzi non richiedenti asilo destinatari di un provvedimento di espulsione o di respingimento e per richiedenti asilo che costituiscano un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, con tempi di trattenimento sino a 1 anno e 6 mesi. Secondo il decreto, i richiedenti asilo provenienti dai cosiddetti «paesi sicuri» possono evitare il trattenimento versando una cauzione pari a 4.938 euro.

(4) L’adesione da parte dei Comuni alla rete di secondo livello Sai – Sistema accoglienza e integrazione – è su base volontaria.

(5) Sito: www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it. A metà ottobre, erano 34.367 le persone migranti inserite in progetti Sai in 1.800 comuni su 7.900. Se consideriamo il totale di 141.106 persone accolte, il 75% è ospitato in Centri di accoglienza straordinaria.

(6) Nel 2018 è aperta l’inchiesta Xenia contro Mimmo Lucano. È la fine del progetto di accoglienza che, in pochi anni, aveva portato il paese calabrese da 900 a 2.000 abitanti. Il 12 ottobre scorso si è celebrato il processo d’appello conclusosi con l’assoluzione di Lucano dalle accuse più pesanti, che andavano dall’associazione a delinquere al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

(7) Cfr. «Chi ha bisogno della montagna italiana?» di Bergamasco, Membretti, Molinari, in Scienze del territorio, vol.9, 2020.

 


Il sistema di accoglienza italiano

Di decreto in decreto, di sigla in sigla

Il sistema italiano di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) nasce nel 2002 con la Bossi-Fini dopo una sperimentazione in alcuni comuni attraverso il Programma nazionale asilo.

Quando nel 2005 l’Italia si trovò a scegliere quale sistema intendeva darsi, optò per il «modello binario»: parallelamente all’accoglienza ordinaria, vennero create le strutture di prima accoglienza come i Cpsa (Centri di primo soccorso e accoglienza) e i Cara (Centri per richiedenti asilo), da cui, trascorso lo stretto tempo necessario alle procedure di identificazione e richiesta asilo, la persona migrante sarebbe dovuta passare al secondo livello, quello dello Sprar appunto.

Negli anni queste strutture si sono moltiplicate: nel 2011 sono stati introdotti i Cas – Centri accoglienza straordinaria – e, nel 2015, gli hotspot. I migranti provenienti dai cosiddetti «paesi terzi sicuri» vengono invece inviati ai Centri per il rimpatrio (Cpr, ex Cie e prima Cpt).

Arriviamo al 2018 quando il Decreto sicurezza ha trasformato lo Sprar in Siproimi (Sistema protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati). Infine, nel 2020 il Decreto Lamorgese rinomina il Siproimi in Sai (Sistema di accoglienza e integrazione), riammettendo i richiedenti asilo.

Per quanto riguarda i minori ad oggi sono solo 6.574 quelli in seconda accoglienza, pari a circa il 31% del totale, mentre il 40% si trova nei Centri di accoglienza straordinaria.

Si.Za.


Sul sito MC

Sull’argomento rimandiamo ai reportage di Simona Carnino – autrice anche delle foto di questo articolo – pubblicati nella sezione «MC Notizie» del nostro sito: www.rivistamissioniconsolata.it.

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