Bielorussia. Passaggio a Est

Viaggio nella Bielorussia profonda

Bielorussia
Ezio Cheinasso

Nonostante il periodo turbolento, una famiglia di Moncalieri (Torino) ha visitato alcuni piccoli amici nella campagna bielorussa: ragazzi e ragazze che hanno passato alcuni periodi come ospiti in Italia, nell’ambito di un programma di accoglienza post Cernobyl. Qui scopre una realtà inaspettata.

Vilnius, Lituania, stazione degli autobus, mezzanotte e venticinque. Nonostante sia prevista tra cinque minuti una partenza per Minsk (capitale della Bielorussia), sui tabelloni dei vari stalli non ce n’è traccia. Sarà per la stanchezza accumulata durante la giornata trascorsa nella città lituana, ma il fatto ci crea una certa apprensione. Decidiamo di cercare un improbabile ufficio informazioni aperto nel cuore della notte. Siamo io, mia moglie e una delle nostre due figlie. Inizia così il nostro viaggio di famiglia per raggiungere quello che, nell’animo di ognuno di noi, è un altro pezzo di famiglia. Sono i ragazzi e le ragazze bielorussi che, negli anni, abbiamo ospitato per periodi più o meno lunghi a casa nostra, allo scopo di offrire loro un’esperienza di vita lontana dalle zone contaminate.

Alla stazione di Vilnius, nel frattempo, nel buio della notte, si è materializzato un autobus e dallo spazio circostante, apparentemente deserto, è emerso anche un capannello di viaggiatori che si confortano a vicenda sulla puntualità del servizio a dispetto delle omesse comunicazioni.

La dogana fa paura

Tra di noi scherziamo su come affronteremo la dogana. I racconti di amici che hanno recentemente attraversato la frontiera Lituania-Bielorussia parlano di controlli estremamente severi e il nostro voluminoso carico di coperte, penne, cioccolato e altri regali, temiamo che non passerà inosservato. È pur vero che mia moglie, sempre previdente, ha con se una lettera della fondazione «Aiutiamoli a vivere» (vedi box) che spiega la destinazione di quei beni.

I temuti doganieri, invece, si rivelano non essere un problema, almeno per noi. L’unico disagio sono i tempi d’attesa in fila per lo scanner dei bagagli che allungano il viaggio notturno.

Alle sei in punto del mattino arriviamo finalmente a Minsk. Siamo un po’ stropicciati e stanchi ma la gioia di incontrare Irina e suo marito Dima prende subito il sopravvento e le 5 ore e mezza per coprire meno di 200 km sono già un ricordo.

Minsk, in trasformazione

In attesa che l’hotel ci dia l’accesso al check-in, Irina e Dima ci rifocillano con una abbondante colazione e poi partiamo alla scoperta della capitale. Dima è uno chaperon fantastico e Irina è estremamente paziente nel gestire le nostre curiosità che spaziano dalla cucina al sistema di viabilità. Non è nemmeno da trascurare la grande capacità di creare confusione tipica della nostra famiglia.

Con Dima nei panni di Google maps e Irina in veste di Google translate vediamo una città di circa due milioni di abitanti con un impianto urbanistico di evidente stampo sovietico (è stata quasi totalmente distrutta durante la Seconda guerra mondiale) caratterizzato da ampi viali ed enormi edifici in stile classicista socialista. Minsk è una città che sta vivendo una parziale trasformazione con la nascita di centri commerciali, di nuovi quartieri e l’innesto di costruzioni di nuova concezione come la biblioteca nazionale e i palazzetti per lo sport che paiono proiettarla decisamente nel futuro. L’apparenza è di ordine, pulizia e discreto benessere.

Le proteste del 2020 però, non sono distanti.

Memorie

Minsk, come tutto il mondo ex sovietico, è fortemente legata al passato e soprattutto alla memoria dell’evento che l’ha vista maggiormente protagonista (suo malgrado): la Seconda guerra mondiale.

La città ha subito due assedi ed è stata teatro di scontri militari violentissimi e sanguinosi oltre a essere stata la sede di una delle più numerose comunità ebraiche poi fisicamente cancellata dalla mappa cittadina.

Visitiamo il museo che la città dedicato alla memoria di questa tragedia e, grazie a Irina e Dima, anche il memoriale di Chatyn.

Chatyn è il nome di un villaggio a 50 km da Minsk in cui tutti gli abitanti furono rinchiusi in un magazzino che venne poi dato alle fiamme dai nazisti così come tutte e 27 le altre case. Il memoriale ricorda i 628 villaggi che hanno subito la stessa sorte e lo fa tramite una scenografia che lascia il visitatore senza parole. È uno di quei luoghi che ti mostrano la ferocia umana senza veli, in tutta la sua immensa crudeltà. A Chatyn c’è il rispetto della memoria del singolo e la vastità della tragedia di un’intera nazione. Un dato su tutti: nel periodo 1941-1943 circa un terzo della popolazione bielorussa è deceduto. Al termine del conflitto si sono contati complessivamente oltre due milioni di morti.

Tutta la capitale è coinvolta nel ricordo, attraverso monumenti e musei. E si nota in questo così tanta cura e meticolosità che non può essere interpretata solo come propaganda politica. Altro luogo particolarmente toccante è via Ratomskaja, dove si trova l’avvallamento che ricorda il punto, appena fuori dalle mura del ghetto ebraico, nel quale vennero sepolti circa cinquemila ebrei (alcuni ancora vivi) durante una rappresaglia nazista nel marzo del 1942. L’olocausto costò la vita a 800mila ebrei bielorussi, ovvero il 90% della popolazione bielorussa di religione ebraica.

Incontri

Dopo due giorni dedicati a Minsk, ci spostiamo di 300 km verso nord est, a Vicebsk, base logistica del nostro viaggio.

Siamo qui infatti per incontrare di nuovo i «nostri» ragazzi e visitare le scuole nei giorni di riapertura dopo le vacanze estive, e visitare le strutture che frequentano. Affrontiamo le tre ore di viaggio sul Fiat Ducato bianco del nostro nuovo autista, l’impavido ma prudentissimo Ivan. Appena scesi dal pulmino, ecco Alesia. Credo che stesse presidiando l’albergo dove siamo diretti da almeno un paio d’ore. L’accoglienza con un abbraccio e un sorriso saranno indimenticabili. Passano pochi minuti, nemmeno il tempo di accreditarci al desk dell’hotel, e arriva Valentina, altri abbracci e saluti. Saliamo in camera e ci raggiunge anche Palina. È un tripudio di emozioni, è la meraviglia dell’amicizia che non conosce le dimensioni dello spazio e del tempo.

Il mattino del giorno successivo è dedicato alla scuola di Dobromysli, un villaggio di mille abitanti a 15 km da Liozna e 60 da Vicebsk. Siamo a due passi dal confine con la Russia.

La struttura è un vero gioiellino. Iniziamo a intuire quanto ci sarà sempre più evidente nei pochi giorni che trascorreremo qui: la cura che viene riservata agli alunni e, più genericamente all’infanzia, è veramente grande.

Ci accompagnano il direttore della scuola e la direttrice del plesso scolastico della regione. Colmi di orgoglio, ci raccontano quanto può offrire ai propri studenti la struttura che accoglie i bambini dal nido fino alla nona classe ovvero 14 anni.

Ci sono diversi edifici circondati da un parco con l’accesso diretto alla foresta (in cui è stato ricavato anche un sentiero didattico). Sul retro c’è un percorso «avventura» sospeso tra i rami dei pini. All’interno è tutto molto semplice ma estremamente ordinato e lindo.

Il giorno successivo è quello che noi, ormai drogati di inglesismi, chiamiamo il «Back to school», e abbiamo trasformato nell’ennesima occasione di shopping. Per le scuole bielorusse è invece un momento istituzionale.

Un orto… didattico

Il direttore ci tiene a sottolineare che sono ormai alcuni anni che questa scuola viene premiata nell’ambito del gruppo di istituti a cui appartiene, e ci porta a visitare una serra dove gli alunni si cimentano nella coltivazione di ortaggi e verdure che in parte vengono consumati da loro stessi e in parte venduti per raccogliere fondi per la scuola.

Natalia, una delle insegnanti, che già conosciamo perché è stata in Italia con l’accoglienza dei bambini, ci guida attraverso i corridoi, le classi, la palestra e, per finire, ad una tavola imbandita.

Il pomeriggio è riservato a Samir e alla sua fantastica «nonna». Un momento molto intimo, una vera immersione nella realtà dei villaggi (molto diversa dalla patinata Minsk o anche solo dalla vicina Vicebsk), ma soprattutto l’occasione per riabbracciarsi e giocare a freccette.

Inizia la scuola

La seconda giornata assistiamo alla cerimonia ufficiale di apertura della scuola di Veleshkovichi. È un momento importantissimo e tutti, dai bambini vestiti in modo impeccabile alle maestre affaccendate, fino ai poliziotti, hanno ben chiara la «sacralità» del rito di inizio dell’anno scolastico. Il pensiero corre immediatamente a quanto poca sia l’attenzione che da noi si presta all’istituzione scolastica e al diritto all’istruzione. Li si dà per scontati, mentre non è sempre stato così e il loro valore è inestimabile.

Veleshkovichi è un minuscolo raggruppamento di case sull’unica altura dei dintorni, una collinetta alta forse un centinaio di metri. La scuola non è piccolissima ma non ci sono molti ragazzi, i sintomi dello spopolamento delle campagne si colgono chiaramente. La zona è rurale e non certo tra le più ricche del Paese, tuttavia anche qui, nonostante i pochi mezzi a disposizione, l’attenzione nell’accogliere i ragazzi in un ambiente il più gradevole possibile è percepibile. Qui incrociamo Svetlana, la prima maestra che abbiamo conosciuto in Italia come accompagnatrice dei bambini. Svetlana, in forma smagliante, si sta occupando di una classe del primo anno.

Ci spostiamo a Liozna per visitare il centro Raduga. Un’eccellenza per l’assistenza dei bambini con disabilità o in «transito» in attesa di famiglia affidataria.

Inutile sottolineare l’accoglienza entusiasta di Piotr e Gallia, i direttori del centro. La gioia nel mostrarci quanto fatto e quanto in progetto e la felicità nel rivedere qualcuno dall’Italia. La pandemia e la guerra hanno creato una barriera che pesa tantissimo: siamo i primi, e quasi casuali, membri di un comitato di accoglienza per ragazzi che si rivedono dopo quattro anni.

Arriviamo in concomitanza con una festa organizzata in onore di uno sponsor del centro e, sarà per le bolle di sapone che volteggiano, sarà per i fiori presenti ovunque, ma l’aria che si respira è di serena allegria.

Anche qui restiamo ammirati dall’ordine e attenzione per i dettagli. Siamo in un bel posto (nonostante tutto).

Ci raggiunge la direttrice della gestione dei minori per accompagnarci a visitare la nuovissima casa famiglia realizzata alla periferia di Liozna. Ospiti sei ragazzi in un ambiente molto accogliente. Una vera isola felice e la testimonianza dell’impegno verso chi è in difficoltà.

La cena è il momento dei brindisi. Se ne susseguono parecchi, tutti innaffiati abbondantemente con cognac e wodka.

La mattina successiva è già ora di rientrare a Minsk dove ci attende l’autobus di linea che ci permetterà di ripercorrere la strada fino Vilnius dove arriviamo verso le 2 di notte stanchi ma con il cuore pieno di gioia. per aver rivisto – anche se per poco – i «nostri» ragazzi che studiano, lavorano, si fidanzano. Insomma, vivono la loro vita nella quale, per un po’, ci siamo stati anche noi.

Ezio Cheinasso

Fondazione «Aiutiamoli a vivere»

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Ezio Cheinasso
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