Fiori nei cannoni

Per approfondire il tema dell’obiezione di coscienza

Italia
Massimiliano Fortuna del Centro Studi Sereno Regis

La storiografia italiana sul «no» alle armi è ancora troppo ridotta rispetto al grande lavoro per la pace condotto nel nostro paese da molti attori. Alle panoramiche nazionali si affiancano studi utilissimi su luoghi specifici (come Torino) o personaggi che varrebbe la pena conoscere meglio.

Nella storia dell’obiezione di coscienza italiana, il 2022 che ci siamo lasciati da poco alle spalle ha coinciso con il cinquantesimo anniversario dalla promulgazione della legge 772/72, quella che ha riconosciuto l’obiezione di coscienza al servizio militare e istituito la possibilità di un servizio civile sostitutivo.

Per la storia dell’antimilitarismo italiano, quella dell’obiezione è stata una lotta di indubbio rilievo. Essa ha preso avvio nei primi anni del secondo dopoguerra e – nell’arco di un venticinquennio scandito dai processi agli obiettori e dall’attivismo intellettuale di un gruppo, piccolo ma prestigioso, di uomini di cultura – ha condotto a un risultato legislativo concreto: permettere che l’impegno richiesto dallo stato ai ragazzi maggiorenni potesse svolgersi non solo in forme militari ma anche nella modalità di un servizio civile.

Il caso torinese

Con Non un uomo né un soldo (Edizioni Gruppo Abele, 2022) Marco Labbate, ricercatore dell’Università di Urbino, ha ripercorso lo sviluppo di questa storia entro un ambito locale, quello torinese e piemontese.

Questa scelta ha la sua ragion d’essere nella considerazione di William G. Hoskins che Anna Tonelli riporta nelle prime righe della prefazione a questo libro: «Sempre più storici che lavorano su un quadro più grande hanno capito che per molte importanti domande nel loro campo le risposte dovranno essere ricercate negli studi al microscopio di regioni e luoghi particolari».

Il caso di Torino nella storia dell’obiezione di coscienza italiana si adatta perfettamente a questo schema, perché il piano locale e quello nazionale si intrecciano di continuo e servono a illuminarsi reciprocamente.

Da un lato, Torino può essere definita una capitale dell’obiezione di coscienza, dal momento che alcuni fatti che lì si sono svolti hanno avuto un rilievo nazionale: un esempio su tutti, il processo a Pietro Pinna, primo caso mediatico nel 1949 di obiettore di coscienza nell’Italia repubblicana, che portò l’obiezione al centro del dibattito pubblico.

Il Tribunale di Torino è stato poi teatro anche di altri importanti processi e dell’attivismo di Bruno Segre, che può ritenersi l’avvocato per antonomasia degli obiettori italiani.

Dall’altro lato, aspetti, temi, istanze di carattere nazionale hanno avuto una ricaduta nel contesto della realtà torinese. La contestazione dei cappellani militari, ad esempio, svoltasi in tutta Italia, ha registrato manifestazioni di protesta anche nel capoluogo piemontese. Segno di un serrato confronto sui temi della pace e della guerra che si è giocato in quegli anni all’interno dello stesso mondo cattolico e che ha rappresentato un aspetto non secondario della storia in questione.

Le lotte per i diritti civili

Il libro ricostruisce, dunque, con grande dettaglio e precisione, il microcosmo piemontese delle lotte per l’obiezione e degli attivisti e dei movimenti che le hanno portate avanti. Contribuisce, quindi, a chiarire questa vicenda nel suo complesso nazionale e rappresenta una sorta di integrazione a un altro libro dello stesso autore uscito in precedenza, Un’altra patria (Pacini, 2020), che ha come oggetto la storia dell’obiezione di coscienza sull’intero territorio italiano, tra il 1945 e il 1972, al momento lo studio più completo al riguardo.

Nella sua prospettiva d’insieme, la storia dell’obiezione al servizio militare può essere intesa come parte di un movimento più ampio di lotte per i diritti civili che hanno contribuito a consolidare le libertà individuali nel cammino dell’Italia repubblicana e a rafforzarne l’impianto democratico nel solco della Costituzione.

Obiettare negli anni ‘30

Non va dimenticato che, se è vero che l’obiezione di coscienza ha raggiunto la fase culminante della propria storia in età repubblicana a partire dalla fine degli anni Quaranta, è però altrettanto vero che, nei decenni precedenti, alcuni casi di obiettori avevano già fatto la loro comparsa.

Se ne possono trovare, ancorché pochi, sia negli anni della prima guerra mondiale, sia in epoca fascista.

Tra questi, ad esempio, figura Claudio Baglietto, amico di Aldo Capitini, il maggiore teorico della nonviolenza nell’Italia del Novecento.

Baglietto, all’inizio degli anni Trenta, sembrava avviato a una brillante carriera accademica alla Normale di Pisa, ma il corso delle cose sarebbe stato stravolto da un suo gesto dirompente: in seguito al conseguimento di una borsa di studio nel 1932, si recò a Friburgo dove decise di non fare più ritorno in Italia per non essere costretto a svolgere il servizio militare.

La morte lo colse ancora molto giovane a Basilea, nel 1940.

Da poco tempo un libro a più mani, esito di un convegno di studi e curato da Magda Tassinari, sua pronipote, e Beppe Olcese, intitolato Guerra, pace, nonviolenza. Attualità di Claudio Baglietto, Biblion, 2022, ci ha permesso di conoscere un po’ meglio la storia della sua vita, spesa all’insegna di una tensione morale che meriterebbe maggiore notorietà.

Pacifismo italiano

Si può, infine, considerare il tema dell’obiezione di coscienza con uno sguardo più ampio, che permetta di valutarne la sua storia inserendola all’interno dei movimenti pacifisti e antimilitaristi sviluppatisi in Italia nell’intero secolo XX.

È un tema del quale la ricerca storiografica italiana si è occupata raramente e nel quale molto rimane ancora da esplorare e da indagare con metodo critico.

Uno degli studi di riferimento a cui rimandare resta quello di Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni (Donzelli, 2006), che fornisce un quadro d’insieme entro il quale collocare lo sviluppo delle idee pacifiste e nonviolente nell’Italia novecentesca, cercando di tratteggiare i principali itinerari sociali, politici e culturali sui quali si sono mosse. Tra questi, uno dei più rilevanti è, senza dubbio, l’ambito dell’obiezione di coscienza all’uso delle armi e alla sistematica preparazione della guerra.

Massimiliano Fortuna

 

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Massimiliano Fortuna del Centro Studi Sereno Regis
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