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In questo martirologio di donne, bambini, vecchi, bisogna includere tanti sacerdoti e parroci delle zone coinvolte, che perirono insieme ai loro fedeli che non vollero abbandonare. Cercarono anzi di difenderli invitandoli a trovar «asilo» nelle chiese, cosa che però non fermò la ferocia dei nazifascisti.
Fra tanti eroici sacerdoti e parroci, ci è caro ricordare don Giuseppe Rossi.
Egli nacque il 3 novembre 1912 a Varallo Pombia (Novara), studiò nel Seminario diocesano e fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1937 a 25 anni. Era un prete alto e magro con occhiali rotondi, all’ordinazione scelse una frase di San Paolo come motto del suo ministero sacerdotale, che si rivelerà profetica: «Darò quanto ho, anzi darò tutto me stesso per le anime vostre».
Dopo qualche incarico come vice parroco, nel 1939 il vescovo lo nominò parroco di Castiglione Ossola. Un anno dopo, il 10 giugno 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania di Hitler. Negli anni che seguirono don Giuseppe Rossi, come pastore e guida di quella comunità, fece quello che poteva per gli angosciati fedeli della sua parrocchia, fino all’offerta totale della sua vita.
Quelli erano tempi difficili, portare la talare era normale, ma in certe circostanze significava assumere degli atteggiamenti che mettevano bene in luce da che parte si stava.
Cominciai a girare in bicicletta tutto il paese, visitando famiglia per famiglia, in questo modo mi accorsi subito che a causa della mancanza di generi alimentari, legata alla guerra in atto, molta gente viveva in povertà. Decisi di comprare il riso alla borsa nera per sfamare la mia gente. Mia sorella Maria cucinava diverse minestre che poi alla sera, approfittando del buio, io stesso distribuivo nelle case dei più bisognosi.

Organizzai l’Azione Cattolica per i ragazzi, la Conferenza di San Vincenzo per i più poveri. Con le poche risorse che riuscivo a racimolare cercavo di dare una mano alle missioni e nonostante il triste periodo della guerra mi impegnavo nell’attività catechetica. Attraverso la celebrazione della santa messa quotidiana, per quanto mi era possibile, cercavo di alimentare la speranza fra la mia gente.
Infatti i giovani partiti per il servizio militare mi scrivevano lunghe lettere dai diversi fronti e io, parroco della loro comunità, rispondevo a ciascuno, cercando di far sentire la mia presenza accanto a loro assicurando la mia umile preghiera.

Nell’agosto-settembre 1944 nel territorio dell’Ossola fu istituita una Repubblica partigiana. Pur avendo chiaro da che parte stare, pubblicamente non presi posizione per nessuno, anzi cercai di mantenere una condotta il più prudente possibile per non far correre inutili pericoli alla mia popolazione.
Per questo volli essere un riferimento per tutti quegli uomini di ambo le parti che cercavano testimoni che incarnassero valori morali e religiosi per i quali valesse la pena di vivere e non morire, ma nel contempo soffrivo nel profondo del mio cuore nel vedere i sacrifici che i miei giovani facevano per conquistare la libertà e abbattere la dittatura.
Ne avevo coniato un’altra che esprimeva lo stesso concetto: «Io aiuto chiunque si rivolge a me, perché per me tutti sono figli di Dio».
Nell’attacco morirono due fascisti e altri 15 rimasero feriti. I partigiani si dileguarono, ma i fascisti organizzano una feroce rappresaglia, bruciando le case delle frazioni più vicine al luogo degli spari e rastrellando quanti trovano in strada per gli interrogatori. Tutti gli abitanti maschi fuggirono dal paese, mentre le donne si chiusero in casa. Alcuni parrocchiani mi invitarono a seguirli nella loro fuga, ma io non mi mossi, preferendo restare al mio posto.
I fermati, o meglio gli ostaggi, furono trattenuti fino a sera dopo un intero giorno di interrogatori. Stando con loro, a tutti raccomandavo di avere fiducia e calma, perché si faceva largo nella mia coscienza il pensiero che se la sarebbero presa solo con il pastore del gregge, ovvero io, loro parroco. Infatti dissi loro: «Prima di voi ci sono io. Sarò solo io a essere ammazzato».
Verso sera fummo tutti liberati e tornammo alle nostre case e io in canonica, dove mia sorella mi scongiurava di scappare in montagna; ma non ci fu il tempo, infatti dopo pochi minuti si presentarono quattro Camicie Nere che mi arrestarono senza darmi nemmeno il tempo di infilare le scarpe e mi portarono via.
Don Giuseppe da quella sera sparì, lo trovarono alcune settimane dopo in un vallone sotto il paese, sepolto in una fossa che era stato costretto a scavare con le proprie mani. Il cranio gli era stato spaccato dal calcio di un fucile, aveva ricevuto una pugnalata alla schiena ed era stato finito con un colpo sparato in viso. Non si seppe mai chi lo uccise. Il comandante del presidio fascista di allora fu condannato nel 1946 per crimini di guerra, poi dopo aver chiesto perdono alla mamma di don Giuseppe e al parroco don Severino Cantonetti suo successore, scontò solo qualche anno di carcere.
A cento anni dalla sua nascita, il gesuita novarese Francesco Occhetta, in un articolo su «Civiltà Cattolica» dell’agosto 2014, che illustrava i motivi dell’apertura della sua causa di beatificazione, scrisse chiedendosi se il suo sia stato un vero martirio: la risposta è più che ovvia, in quanto la sua «testimonianza di vita evangelica» – in greco, martyrion – va ben oltre la sua drammatica esecuzione e rimanda a un modo di appartenere a Cristo nascosto nell’anonimato nonostante le crisi. La fedeltà di una promessa è portata al sacrificio di sé per la salvezza degli altri. È quanto la Scrittura riassume in un versetto: «Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita» (Ap 2,10).
La vita di don Giuseppe Rossi, tramanda alle generazioni future la grandezza della missione sacerdotale nel cruento sacrificio del martire.
Don Mario Bandera

Mons. Franco Giulio Brambilla (Vescovo di Novara, diocesi che territorialmente comprende anche tutte le Valli dell’Ossola) nella messa di chiusura dell’anno centenario della nascita di don Giuseppe Rossi, celebrata il 22/09/2013 nella sua parrocchia di montagna, con il successore don Severino Cantonetti, sacerdote quasi centenario, decano del clero novarese e intrepido custode della memoria del predecessore, si era chiesto in che cosa e perché il modello di prete incarnato da don Giuseppe Rossi fosse ancora di attualità. Aveva dato tre risposte.
Anzitutto perché «il sacerdote, che don Rossi incarnava, era “per tutto e per tutti”, egli era un prete che ha vissuto, oltre alla vicinanza, la dimensione della prossimità. La parrocchia potrà cambiare le forme, ma non dovrà mai perdere questo elemento decisivo, che caratterizzò il tempo di don Rossi: dovrà sempre essere “per tutto e per tutti”. La porta della chiesa deve avere la soglia più bassa; cioè la porta deve essere la più accessibile a tutti».
Il secondo motivo – disse Mons. Brambilla – è la cura personale verso ogni parrocchiano. Quel sacerdote modello ha fatto sì che la parrocchia tradizionale fosse anche «per ciascuno». Non era, cioè, riferita solo «al quantitativo, ma anche al qualitativo»: sapeva valorizzare la storia, la vocazione, l’intuizione di ciascuno, e curare le persone con uno sguardo personale. Don Giuseppe era un parroco che proprio grazie alla sua grande umanità ha costruito la sua storia, insieme alla storia delle famiglie della piccola porzione di terra che era chiamato a servire, il suo essere prete fu un servizio totale e gratuito alla sua gente fino all’offerta della propria vita.
Infine la terza dimensione – aveva concluso il vescovo – è quella di aver avuto a cuore «il privilegio dei poveri, quelli che hanno la vita che fa fatica ad andare avanti nelle relazioni. Le relazioni sono oggi quelle che vengono più penalizzate».