«La morte non esiste»

Eugenio Susani, tra i «padri» della Cooperazione in Africa


Negli anni Sessanta nascevano le prime Ong in Italia. E
partivano i primi volontari. In quell’epoca si era un po’ pionieri della
cooperazione. Così è stato Eugenio Susani. Tra i primi a partire e cofondatore
di due importanti associazioni. Una vita dedicata all’Africa e al suo sviluppo.
Ma in modo non invasivo. Una figura, una storia, che ha ancora molto da
insegnarci.

«Eugenio Susani ci ha lasciato in una calda giornata di
agosto. Lo avevamo sentito al telefono qualche giorno prima; con voce
affaticata ma ferma ci aveva semplicemente detto: “Sto male. Speriamo di
poterci rivedere per la nostra solita passeggiata. Ma in questo momento non
sono in grado di prevedere nulla”. Poi le cose sono precipitate. In quelle
parole ritrovo tutta la personalità di Eugenio: la sua sobrietà, il suo odio
per la retorica, che non si smentisce neppure di fronte alle circostanze estreme.
Il suo stile asciutto, oggettivo, essenziale». Chi scrive è Riccardo Borghi,
già assessore alla cultura al comune di Opera e ora presidente della Unitre
locale. Borghi firma la postfazione del libro «All’ombra del baobab. Racconti
di un volontario in Africa», raccolta di storie vissute e pensieri di Eugenio
Susani.

Amico
dell’autore, ne fissa alcuni tratti essenziali: «Eugenio era uomo di grande
rigore intellettuale, ma altresì capace di grandi passioni civili. (…) Quando
ho conosciuto Eugenio, il primo pensiero è stato: “Ecco un vero illuminista”.
Tale era la sua volontà di conoscenza, la concretezza, l’entusiasmo per
l’azione razionale che trasforma la realtà, la propensione a trasmettere il
proprio sapere agli altri. Era, in verità, un’intuizione alquanto
approssimativa, ma che coglieva aspetti essenziali e nobili della sua
personalità, e dunque in qualche modo “vera”».

Tra i primi volontari

Eugenio
Susani, classe 1938, si interessò presto ai problemi del sottosviluppo e nel
1964 partecipò alla fondazione dell’Ong Mani Tese, per la quale in seguito fu
segretario nazionale (dal ’69 al ’70).

Ma è nel 1966 la scoperta
dell’Africa, quando Eugenio partì come volontario per l’Ong Coopi, fondata da
padre Vincenzo Barbieri. Arrivato a Kambia in Sierra Leone, per tre anni insegnò
lingua e letteratura francese al liceo Kolenten, gestito dai missionari
Saveriani. Erano gli anni in cui in Italia nascevano le Ong e la Cooperazione
internazionale, ai suoi albori, aveva ancora molto di militante e di
missionario. Erano i primissimi progetti al Sud ed Eugenio fu tra i primi a
partire. L’atmosfera era quella euforica della sperimentazione di qualcosa di
completamente nuovo.

Note di strada

Dai primi appunti di Eugenio
Susani da Kambia: «(…) come nel resto del paese, non esiste il municipio. Non
c’è un luogo dove il singolo cittadino possa rivolgersi per avere assistenza o
il semplice riconoscimento del proprio diritto. A dirla tutta, non ci sono
nemmeno diritti, perché tutto dipende dagli umori del momento di un’unica
persona (e dal grado di importanza del richiedente): il capo villaggio, lo chef coutumier, ossia colui che gestisce la
vita di tutti. Eppure la gente è tranquilla, serena. O almeno così pare…».

«Eugenio non smetteva di
stupirsi del fatto che, seppure nella povertà e talvolta nella miseria, gli
africani mostrassero serenità e gioia di vivere». Chi parla è Ferruccio Stella,
che fu stretto collaboratore di Susani nell’Ong Iscos (Istituto Sindacale per
la cooperazione allo sviluppo), l’organismo per la cooperazione del sindacato
Cisl. Susani ne è stato tra i fondatori nel 1983, e vi lavorò occupandosi dei
progetti in Africa fino al 1994, quando si ritirò.

Partecipazione e formazione

Ricorda Ferruccio: «Era un
grande contrattualista e negoziatore, riusciva a creare dei rapporti con i
locali di livello paritario. La sua sfida era sempre quella di convincere le
controparti africane ascoltando le loro idee e i loro problemi. Non imponeva
mai una sua logica di impostazione dominante, da finanziatore, anzi, il suo
credo era: “Coinvolgere il più possibile il partner locale, renderlo attore
primo delle attività e degli interventi di cooperazione nei progetti”. Lavorava
affinché gli africani diventassero non solo partecipi e paritari nella
preparazione dei progetti, ma anche autonomi in vista della continuazione
dell’attività dopo il progetto». Avvicinatosi a questo mondo grazie a Eugenio,
Ferruccio, oggi anche lui in pensione, svolse tre anni come volontario in
Senegal. Rientrato in Italia, continuò a lavorare in Iscos con Susani e ne
prese poi il testimone.

Continua
Ferruccio: «Un altro elemento fondante per Eugenio era la formazione. Non c’era
progetto senza un adeguato programma formativo, in tutti i sensi: gestione,
organizzazione, amministrazione, fino all’alfabetizzazione. Aveva il desiderio
che coloro che partecipavano e non avevano cultura scolastica, potessero
farsela grazie al progetto. Questo affinché la gente coinvolta fosse cosciente
e potesse poi gestire direttamente le attività».

Chi lo ha conosciuto ricorda
il suo «Amore per l’Africa», che non è «Mal d’Africa» sostiene Ferruccio. «Eugenio
era affascinato dalla lettura della cultura locale e aveva una capacità di
analisi delle cose africane che derivava dalla sua sensibilità nel cogliere la
realtà. E un talento nell’esprimere bene quello che lui riusciva a vivere».

Scrive Borghi: «(…) nel
complesso, credo che raramente un occidentale abbia dimostrato una così totale
capacità di immergersi e immedesimarsi nella cultura profonda di popoli
lontani. Eugenio, che non amava le ostentazioni di antimperialismo ideologico
cui tanti intellettuali da salotto ci hanno abituato, con la sua vita e i suoi
scritti ci ha lasciato un esempio alto di antimperialismo vissuto, di amore
integrale per gli oppressi del mondo, di dedizione a un ideale pratico di
giustizia e di emancipazione. In lui il gusto della vita semplice, l’amore per
gli uomini si fa spesso poesia».

Mai imporre

Come operatore della
cooperazione, come occidentale che porta conoscenze e finanziamenti per
realizzare progetti nel Sud del mondo, Eugenio si trovava spesso di fronte al
dilemma di come intervenire per migliorare la situazione nel rispetto della
cultura locale, senza imporre una cultura «altra». «Eugenio aveva il massimo
rispetto delle culture e non voleva imporre niente. Intervenire senza
distruggere la cultura tradizionale, se possibile dando strumenti per vivere
meglio la loro cultura locale. Questo è un grande insegnamento che mi ha dato e
che è sempre valido per i giovani di oggi» ricorda Ferruccio.

Forse anche per questo era
molto apprezzato dagli africani: «Non ho mai sentito critiche osservazioni
contro il suo atteggiamento, anche quando c’erano dei conflitti. Eugenio
affrontava il conflitto con caparbietà e con l’obiettivo di risolverlo
attraverso il confronto e la discussione per trovare una soluzione concordata.
Il conflitto veniva superato e i locali lo rispettavano molto per questa sua
capacità di negoziatore e di affrontare il problema senza lasciarlo in sospeso.
Talvolta optava per lasciare passare un po’ di tempo, ma non voleva mai imporre
soluzioni».

Continua Ferruccio Stella: «Spesso
nei progetti di sviluppo, chi ha un ruolo di responsabilità o potere nel
territorio in cui si lavora cerca di orientare le risorse per soddisfare i
propri interessi. Su questo Eugenio era rigido e ciò era causa di conflitti con
funzionari e capi villaggio. Il suo insegnamento è stato di combattere
qualsiasi realizzazione che non andasse nel senso di una totale correttezza
nell’utilizzo dei fondi».

Racconta
l’imprenditore Luciano Cervone, coinvolto in un progetto in Senegal: «Ricordo
di Eugenio le sorde e diutue battaglie per garantire l’onesta e l’appropriata
utilizzazione dei fondi stanziati, sottraendoli alle manomissioni e alle
pretese delle locali burocrazie.

Dopo i suoi incontri-scontri
con i vertici locali diceva: “La battaglia si combatte sempre per l’enveloppe (letteralmente la busta, cioè i
fondi, ndr) e per chi deve gestirla”. Ma non l’ho mai visto scoraggiato anzi
era sempre animato da una fiducia e da una perseveranza che mostravano il suo
“amore evangelico” per quelle popolazioni e per quel continente».

Scelte di vita

Liviana Susani, moglie di
Eugenio, ci racconta come in famiglia fecero scelte coraggiose e generose. «Decidemmo
di fare un’adozione e nel 1981 partimmo per l’Ecuador. Qui Manuel entrò a far
parte della nostra famiglia. Mi ricordo che il paese era in guerra con il Perù,
per cui le preoccupazioni non mancarono. Ma poi tutto andò bene. Anche in
seguito».

Una volta ritirato dal lavoro
nella cooperazione internazionale, Eugenio non si allontanò dalla lotta per i
diritti civili. A Opera dove viveva, divenne l’anima di un movimento contro
l’azienda Jelly Wax che stoccava rifiuti tossici sul territorio comunale. La
società interruppe l’attività. In seguito si candidò e fu eletto consigliere
comunale, ruolo che ricoprì per una legislatura (2003-08).

La sua
ultima impresa fu la fondazione, insieme ad alcuni intellettuali di Opera, tra
cui sua moglie e lo stesso Riccardo Borghi, della sezione locale della
Università delle tre età (Unitre). Era il 2006. In questo ambito teneva lezioni
sull’Africa: tradizioni, problemi socio-economici e politici, colonialismo e
neocolonialismo, guerre, aiuti umanitari, cooperazione. Ferruccio Stella: «Quello
che sapeva non se lo teneva per sé. Cercava in tutti i modi di trasmetterlo
agli altri, ai giovani. Lo ha sempre fatto. E con la Unitre rese questa dote
ancora più concreta».

Secondo Borghi, Eugenio aveva
una: «“Concezione quasi sacra dell’istruzione” e della cultura, l’impossibilità
di vedere la teoria disgiunta dall’azione con essa coerente, l’atteggiamento
antidogmatico e, nello stesso tempo, il grande rispetto per le tradizioni
radicate nel tempo e nell’adesione popolare. Eugenio vede l’immobilismo che
soffoca il continente, lotta per il cambiamento e il progresso, ma
“l’importante – pensa – è che il cambiamento avvenga senza sciupare quei valori
di fondo, che rendono ancora oggi così vitale la società africana”. In questo
passaggio è racchiuso il senso della vita e della politica di Eugenio».

Dentro la cultura

Eugenio amava penetrare nella
cultura africana, cercare di capire. E spesso i suoi «maestri» erano vecchi
saggi, che lui si prendeva il tempo di ascoltare. Come il vecchio Assane, che
racconta nel suo libro. «Passiamo qualche tempo in silenzio, poi chiedo: “Cos’è
la morte per te, Assane?”. “La morte non esiste” è la sua risposta. “Allora la
tua storia non è vera” lo provoco. “I miti sono miti, amico mio. Servono a
rendere la vita più sopportabile alla gente. Talvolta servono per dire una
verità. Ma, in genere, non bisogna prenderli troppo sul serio”. “Eppure la
gente muore. Perché dici che la morte non esiste?”. Assane, i gomiti appoggiati
sulle ginocchia, la testa tra le mani, resta di nuovo in silenzio. Poi riprende
col tono di sempre, la voce lenta, pesando le parole come se parlasse a se
stesso, forse vedendo qualcosa che io non vedo. “Muoiono i corpi. Non le
persone. La realtà è più grande di quello che vedono gli occhi”».

Marco Bello

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Tags: volontariato, cooperazione, Susani

Marco Bello

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