COSTRUTTORI DI PACE

Mi sarebbe tanto piaciuto poter cominciare questa pagina con una bella citazione del messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2013 (che viene ben ricordato in Amico), ma non è stato possibile perché il testo ufficiale viene pubblicato mentre noi siamo già in stampa. Questo però non impedisce di parlare di pace. Anzi, se ne deve parlare, scrivere, discutere e si deve agire sempre più, senza aspettare la benedizione dei discorsi ufficiali.
I costruttori di pace hanno la vita dura. Lo scoraggiamento è sempre alle porte, perché sembra che la natura umana voglia la pace solo a parole, mentre nei fatti investe più facilmente le sue energie nella «guerra». Ho visto lo sconforto e la delusione sulla faccia e nel cuore del vescovo di Maralal, mons. Virgilio Pante, lo scorso novembre. Se c’è una persona che ha investito tutte le sue energie per la pace è proprio lui (vedi MC 12/2012, p. 67). Da quando è vescovo, in undici anni, ha sempre lavorato, dialogato, viaggiato, sudato, danzato, bevuto tè a fiumi, mangiato carne attorno al fuoco durante incontri interminabili con anziani e giovani, ha pregato, celebrato, implorato, è stato pellegrino e nomade, è sceso nelle valli e salito sulle cime dei monti… per far crescere la pace nella sua martoriata diocesi dove, dal 1996, sembrano inutili tutti gli sforzi. Era il 13 novembre, quando una notizia, che ha appena sfiorato i nostri media, l’ha raggiunto a Torino dove si trovava per motivi di salute: ancora morti a Baragoi, oltre 40 soldati uccisi in un’imboscata dai razziatori di bestiame nella Suguta Valley, la caldissima e inospitale valle della morte. Quello di monsignore era lo stesso scoraggiamento che ha fatto rimanere senza parole i missionari che lavorano in quell’area e il cornordinatore dei programmi di riconciliazione e pace della diocesi: anni di lavoro paziente andati in fumo per un’operazione di polizia istigata da politicanti arrivisti e male organizzata da comandanti incompetenti. Il tutto ufficialmente per recuperare 480 vacche rubate dagli «altri». Non è stata la paura a zittire i missionari, ma la durezza dei cuori e l’assurdità dei giochi di potere che usano la gente spietatamente mimetizzando il tutto dietro belle parole. Risultati ottenuti: oltre 60 morti, villaggi abbandonati, fame e insicurezza, decadenza di strutture sociali e statali, aumento dell’odio tra le comunità, gente in fuga a riempire le già congestionate periferie di Maralal e Isiolo, rifugi insicuri di tanti disperati.

Occorre ricominciare da capo. Come deve ricominciare, dopo un ennesimo disastroso flash flood, quell’altro grande costruttore di pace che è fratel Argese, l’uomo che per garantire quel bene indispensabile che è l’acqua, a ottant’anni, continua a lottare con pazienza e tenacia contro avversità naturali e avidità e imbrogli umani (vedi pag. 29).
Tentati dallo scoraggiamento, ma senza mollare mai. Uomini e donne che in ogni parte del mondo sono segno, strumento e fermento di pace. Uomini e donne che, innamorati di Cristo, lo amano nei più abbandonati, schiavizzati e oppressi del mondo, siano essi i pigmei a rischio sfratto per la semplice colpa di trovarsi su terre ricchissime di minerali pregiati, o gli indios difensori di un modo di vivere alternativo, oppure le minoranze etniche e religiose schiacciate dai fondamentalismi e dai giochi di potere dei grandi; si tratti di bambini condannati a non nascere, di donne vittime della tratta per l’insaziabile mercato del sesso o di disperati che emigrano per ragioni politiche ed economiche, o di chiunque intralci progetti megaeconomici: città turistiche, dighe, centrali, agribusiness e bioenergia, fabbriche sottocosto che dir si voglia. Sono questi uomini e donne che non cercano premi e riconoscimenti, ma che aborriscono la logica degli F-35, il proliferare delle armi, il ricatto dei mercanti di morte, i tagli che si accaniscono su chi ha già meno del necessario, la crescita economica che moltiplica gli sfruttati, l’uso diseguale delle risorse.
Uomini e donne che sanno guardare avanti, con un’inguaribile fiducia nell’uomo, proprio perché hanno fede nel crocefisso e risorto Signore della Pace. Imitandolo, con la loro testimonianza, annunciano: «Stiamo in piedi, alziamo la testa, perché la nostra liberazione è vicina» (cf. Lc 21,28). Beati voi quando vi perseguiteranno.

Gigi Anataloni

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