«Sono un ribelle permanente»

Incontro con Adolfo Pérez Esquivel

Guerra e pace, economia e neoliberismo, risorse e multinazionali, governi e diritti umani. Tutti temi
su cui il premio Nobel per la pace ha posizioni nette, senza ambiguità. Un personaggio che confida nella forza della fede e della spiritualità. Un personaggio che, con identica sincerità, non ha paura di criticare Barack Obama o elogiare Fidel Castro.


Buenos Aires. Porta gli occhiali ed ha i capelli bianchi «sparati» alla Einstein.
Le pareti del suo ufficio presso la Fundación Servicio Paz y Justicia (Serpaj) dicono molto. Ci sono quadri: «Questa è una tappa della Via Crucis latinoamericana che dipinsi nel 1991»(1). Ci sono foto: immagini storiche e foto di incontri con religiosi e politici di ogni dove. «Qui sono con Fidel Castro, un uomo molto capace e solidale, a dispetto dei forti attacchi che subisce. È uno dei grandi statisti del nostro tempo». Lui si chiama Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace dell’anno 1980. Nato a Buenos Aires nel 1931, professore di architettura, pittore e scultore, Esquivel ha ricevuto il riconoscimento dell’Accademia svedese per la sua lotta durante la dittatura argentina, ma da allora – e sono ormai passati 30 anni – non ha mai smesso di lottare per affermare e difendere i diritti umani nel mondo.

Lei è premio Nobel per la pace come il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Come si sente?
«Sono rimasto sorpreso – risponde con un sorriso -, ma gli ho inviato una lettera di complimenti.
Ho scritto ad Obama che mi aveva sorpreso la sua designazione, ma che ora, in quanto premio Nobel, doveva essere coerente, lavorando e lottando per la pace. Però, lamentabilmente, Obama ha subito una metamorfosi. Ogni giorno di più si sta mimetizzando con George Bush. Non può essere che installi 7 basi militari in Colombia, che concordi con la riattivazione della IV Flotta della marina, che mandi 30.000 soldati in Afghanistan in una guerra persa, aggiungendo morte e dolore alla vita di quelle genti. Inclusa a quella dei soldati Usa e della Nato che tornano morti o irrecuperabili per il resto dell’esistenza.
Queste sono le guerre dei paesi ricchi contro i paesi impoveriti. Sono guerre economiche e per l’appropriazione delle risorse naturali.
Se questa è la politica degli Stati Uniti e di Obama, niente ha a che vedere con la pace. Credo che la pace sia un’altra cosa. La pace è un progetto di vita. Obama ha un progetto di morte(2)».

Tuttavia, l’elezione di Obama ha generato molte speranze, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti…
«Io capisco che Obama è arrivato al governo, ma non al potere. Una cosa è ciò che Obama può volere come persona, altra è ciò che può fare come capo di una potenza che gli impone condizioni. Lui è schiavo di alcuni centri di potere: il complesso militare statunitense, il Pentagono, la Cia, le grandi imprese multinazionali».

Lei insiste sempre molto sul ruolo che le imprese multinazionali hanno nella situazione mondiale.
«Le multinazionali non hanno frontiere e si muovono nel mondo in funzione di saccheggiare le risorse dei popoli. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme sulla sovranità alimentare. Secondo la Fao, ogni giorno nel mondo muoiono di fame 35.000 bambini. Come si chiama questo?
Questa è la sfida che dobbiamo affrontare. Le grandi multinazionali lavorano sulle monocolture. Ma la natura non ha mai creato monocolture, ma diversità per generare l’equilibrio. Stanno distruggendo una creazione di Dio. Soltanto piantando il seme della solidarietà e del lavoro, si possono generare la pace e la vita».

Per tornare alla domanda iniziale, allora perché l’Accademia svedese ha assegnato il premio Nobel per la pace a Barack Obama?
«Francamente non lo so. Come – a dire il vero – non so perché lo diedero a me. Credo che si sbagliarono anche nel mio caso. Perché io sono un ribelle permanente di fronte alle ingiustizie.
Sì, un ribelle, ma nella speranza».

La chiesa, la fede,
la speranza

Un ribelle di base cristiana…
«Sì, io ho una base cristiana, che
per me è fondamentale. La mia fonte è il vangelo. Io sono cresciuto con i francescani. E seguo molto quella spiritualità, come quella di Charles de Foucauld».

Si dice spesso che la chiesa stia sempre con il potere…
«No, non la chiesa, ma la gerarchia e comunque non tutta. Guardate le pareti di questo ufficio… Lì sta Evaristo As, vescovo di San Paolo. Qui sta la foto di mons. Angelelli, un martire, assassinato dalla dittatura militare. Pensiamo a una figura come mons. Romero…
Io sono un uomo di meditazione e preghiera. Per me l’azione deve avere un retroterra trascendente. Ci sono valori e principi. Tutte le persone sono fratelli o sorelle, anche se sono miei nemici.
Quando si dice “ama anche il tuo
nemico”, cosa si sta dicendo? Di non fare loro danno, ma di cercare di trasformae il cuore.
Io sono un sopravvivente e l’unica
cosa che mi sostenne in quei momenti fu la fede. Quando, dopo 32 giorni in un calabozo(3) immondo (perché non entrava né luce né altro), aprirono la porta, vidi sul muro che un prigioniero precedente aveva scritto con il proprio sangue: “Dios no mata” (Dio non uccide). Questo è una testimonianza di fede profonda».

Ci dica qualcosa di più sulla sua prigionia durante la dittatura…
«Fui 14 mesi in prigione e quindi in libertà vigilata. Il 5 di maggio del 1977 mi presero e, incatenato, mi misero su un aereo della morte che volò alcune ore sul Rio de la Plata ed il mare. Alla fine decisero di non gettarmi fuori a causa delle forti pressioni inteazionali.
Debbo ringraziare Dio per essere
ancora qui a lavorare e a testimoniare. Dunque, come non si può avere fede? E non una fede distruttiva. Per me la fede è vita».

Si spieghi…
«Nel senso dell’allegria del vivere e non dell’angustia esistenziale. A volte la chiesa dice: “In questa valle di lacrime…”. Ma no, ciò che abbiamo è un mondo con ricchezze straordinarie da condividere. Le lacrime ci sono, ma sono la guerra, l’Iraq, l’Afghanistan, la fame, la povertà, i bambini a cui hanno rubato la speranza della vita».
A dispetto di tutto, lei parla ancora di speranza…
«Perché, nonostante tutto, abbiamo la capacità di trasformare la realtà. E questa è la speranza».

Un tribunale
per l’ambiente

Come presidente dell’Accademia internazionale di Scienze ambientali di Venezia, cosa pensa del recente vertice di Copenhagen?
«Credo che l’unica cosa che si è ottenuta a Copenhagen(4) è che non si è approvato nulla. Si è capito che c’è una guerra tra i paesi poveri o impoveriti e quelli ricchi, che vogliono appropriarsi delle risorse e che per questo mettono in campo gli eserciti, le forze multinazionali, l’Organizzazione mondiale, del commercio, il Fondo internazionale, la Banca mondiale…
Questo è il tragico.
Attraverso l’Accademia delle scienze di Venezia, di cui io sono presidente, abbiamo proposto la costituzione del Tribunale penale internazionale per l’ambiente e un Osservatorio internazionale sul comportamento ambientale delle imprese multinazionali che sono le principali responsabili della distruzione dell’ambiente.
Si pensi alle imprese minerarie o a quelle della soia. Si pensi alle imprese contaminanti del Nord che vengono mandate in America Latina, Africa ed Asia. Sono le multinazionali che si appropriano dei semi e se un contadino li usa, lo accusano di essere un delinquente».
E qui dove vede la speranza?
«Per esempio, il movimento dei
contadini senza terra dell’America Latina che si sta diffondendo anche in Africa e in Asia tentando in tal modo di stabilire dei vincoli Sud-Sud. Questi contadini vogliono la terra per lavorarla, non per sfruttarla; per dare vita, non per dare morte. Al contrario delle multinazionali che stanno distruggendo per guadagnare di più e in poco tempo. Altra cosa a cui occorre prestare molta attenzione è il movimento degli indigeni, che stanno recuperando la memoria e la lingua e che si stanno organizzando. Altro elemento importante sono i movimenti delle donne, che stanno avanzando in tutti i campi con la loro sensibilità, con il loro diverso modo di pensare. Sono leader straordinarie per le sfide che ci attendono».

L’uomo, la tecnologia e
l’accelerazione del tempo

A quali sfide si riferisce?
«Abbiamo avuto enormi progressi nel campo della scienza e della tecnologia, che ci hanno portato ad un processo di “accelerazione del tempo”. Ma in questa accelerazione noi abbiamo perso la capacità di analisi e il ritmo con la natura. Non abbiamo più tempo per guardare il sole, l’acqua, gli insetti. Siamo entrati in una dinamica che ci fa dimenticare di essere umani e ci fa diventare schiavi della tecnologia. Dobbiamo liberarci. Dobbiamo liberare la parola. In una parola, dobbiamo pensare».

È azzardato dire che spesso la gran parte dei media non aiuta a pensare?
«I mezzi di comunicazione non
stanno a servizio della gente, ma del potere. Non permettono di pensare e non informano, al contrario disinformano. E condizionano. Quando fui in Iraq, ci fu una strage di centinaia di bambini e mamme. La sola cosa che la Cnn disse è che due bombe intelligenti – perché adesso le bombe “pensano” – erano entrate per i canali di ventilazione di un bunker militare e avevano ucciso delle persone.
Una parola può essere tanto distruttiva come un’arma. E poi la menzogna, che è – come diceva Ghandi – la madre di tutte le violenze. Su una menzogna si sono fatte le guerre d’Iraq e di Afghanistan e praticamente tutte le guerre.
Oggi i mezzi di comunicazione ci
impongono il pensiero unico. Per questo, abbiamo necessità della ribellione sociale, politica e dello spirito. Per liberarci e per recuperare il senso di essere persone».

«Essere persone» sembrerebbe una ovvietà…
«Nel teatro greco, gli attori usavano maschere, che fungevano anche da amplificatore della voce. Quando si toglievano la maschera, gli attori smettevano di essere personaggi e tornavano ad essere persone. Nella nostra società ci sono persone che continuano ad essere personaggi e non si tolgono la maschera per paura di vedere se stessi. Sta capitando ai nostri politici, sta capitando ad Obama. Sta capitando a molti – politici, presidenti, premi Nobel – che si comportano come personaggi avendo paura di essere persone».

Ad ogni persona fanno capo dei diritti proprio in quanto persona. Lei ha combattuto per i diritti umani negli anni della dittatura. Com’è oggi la situazione?
«I diritti umani non sono soltanto
quelli per cui abbiamo combattuto contro la dittatura. Sono anche quelli economici, sociali e culturali. Sono quelli di educazione, di lavoro, di informare e di essere informato. Sono quelli della cosiddetta “terza generazione”, dove ad esempio si parla del diritto all’ambiente. In breve, i diritti umani sono integrali e indivisibili. Come la democrazia è indivisibile dai diritti umani».

Tutti parlano di diritti umani, ma alla prova dei fatti la realtà è spesso diversa…
«È vero. Ci sono governi che hanno firmato, ma che non hanno ratificato gli accordi. Per esempio, gli Stati Uniti che fino al giorno d’oggi non hanno ratificato la “Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia”(5). Come può essere che una grande potenza che si atteggia a difensore della democrazia si opponga?
Questo va molto al di là della volontà personale di Obama. È la politica degli Stati Uniti che impone la propria volontà al resto del pianeta. Ma tutto questo può terminare perché nessuna società è statica. Come i diritti umani che sono una dinamica permanente della vita. Una dichiarazione non è una lettera morta. C’è una dinamica nella società e nelle coscienze. Credo che nei prossimi anni assisteremo a cambi fondamentali.
Oggi c’è uno svuotamento di valori e  di contenuti, ma non dobbiamo disperare».

La fame in Argentina:
incredibile, ma vero

Come vede l’Argentina dopo gli anni del tracollo economico?
«È un paese ricchissimo, ma impoverito. E purtroppo non gli si permette di uscire da questa situazione di impoverimento. C’è una sorta di sottomissione.
Quando ci sono 10 milioni di persone in condizioni di povertà su un totale di 40, la situazione è allarmante. Quando, in un paese produttore di alimenti, muoiono di fame 25 bambini al giorno…».

Al giorno?
«Al giorno, al giorno, secondo dati ufficiali dell’Unicef. Ma la realtà è più drammatica. Il mio amico dom Helder Camara – che vedete in quella foto – raccontava che, quando egli dava un piatto di cibo ad un povero, si commentava: “Questo vescovo è un santo”. Ma quando cominciò a chiedere perché ci sono i poveri, l’opinione cambiava: “Questo vescovo è comunista”.
Non possiamo fermarci agli effetti, senza ricercare le cause. Perché c’è la povertà? Perché si espellono i contadini dalle campagne? Perché le imprese minerarie transnazionali si portano via tutti i minerali strategici? In tutto questo, c’è una grande complicità dei governi».

United Colours
of Benetton

Anche dell’attuale governo argentino?
«Del nostro governo attuale come dei precedenti. Insomma, dobbiamo domandare perché i poveri sono aumentati in un paese dove nessuno dovrebbe morire di fame. Dobbiamo attaccare le cause. Dobbiamo domandare perché si svende la terra ad un signore che voi conoscete bene…».

Si riferisce a Benetton?
«Benetton possiede più di un milione di ettari(6). E ha tolto 385 ettari ad una famiglia mapuche(7). Oltre ad essere immorale, questo è ingiusto. Ma quando protestiamo, dobbiamo anche fare una domanda: chi vendette questa terra a Benetton?».

Paolo Moiola

Paolo Moiola

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