AMORE GENERA AMORE

Da genitori a nonni (adottivi)

Una coppia di volontari sbarca in un paese centroamericano per mettersi al servizio dei desplazados. Ma diventa anche famiglia adottiva. Storia di altri tempi o … sono solo cambiate le procedure?

La storia della nostra famiglia inizia nella tragedia, ma ha un lieto fine.
Finora, per pudore e riservatezza, non l’abbiamo mai raccontata a chi non ci conosce, anche se l’hanno ascoltata dalla nostra voce tanti amici e conoscenti. Oggi, tuttavia, pensiamo che la nostra piccola, ma felice avventura possa contribuire ad infondere fiducia a genitori e figli che stanno formando una famiglia attraverso l’adozione, in un periodo in cui la nostra società fa così fatica a trovare motivi di condivisione e di speranza.

Dal lontano Salvador

I nostri figli sono orfani di guerra: i loro genitori Eugenia e Alejandro sono stati uccisi a Ayutuxtepeque in El Salvador, vittime degli squadroni della morte, addestrati per fermare il comunismo nel piccolo paese centroamericano. Nel periodo dal 1979 al 1991, il popolo salvadoregno ha pagato alla «Guerra fredda» tra Usa e Urss un tributo di sangue altissimo: villaggi rasi al suolo, uccisioni, torture, sparizioni; i morti sono stati 70.000, i feriti non sono mai stati contati. La repressione colpiva soprattutto quella parte della chiesa cattolica che aveva fatto la scelta preferenziale per i poveri, sancita dalla Conferenza episcopale latinoamericana di Medellin. Sono stati uccisi decine di sacerdoti, suore, insegnanti, catechisti. Il 24 marzo del 1980 il vescovo Oscar Aulfo Romero è stato assassinato mentre celebrava l’Eucarestia.
Eugenia e Alejandro non erano ribelli armati, erano solo dei contadini, ma la notte del 10 marzo 1982 sono stati prelevati dalla loro casa, strappati ai loro figli e fucilati dalla Policia de hacienda, assieme ad altre venti persone del loro villaggio. La strategia della repressione militare era quella di «togliere l’acqua al pesce»: impedire, seminando il terrore, che la guerriglia ricevesse appoggio dalla popolazione rurale.
Dopo qualche mese, nell’ottobre del 1982, arrivammo in Salvador, giovani coniugi, volontari dell’associazione Mani Tese, impressionati dalle terribili testimo- nianze che arrivavano da quell’angolo del mondo. Con l’aiuto dei Padri Somaschi abbiamo realizzato il primo progetto di Mani Tese a favore dei desplazados, i poveri che arrivavano nella capitale fuggendo dalle aree dove esercito e guerriglia si combattevano. Sempre grazie ai Padri Somaschi abbiamo fondato la nostra famiglia: sono stati loro, infatti, a parlarci di quattro fratellini rimasti senza genitori e rifugiati nella parrocchia di un giovane sacerdote, cugino della madre uccisa.

Una nuova vita

All’epoca, in Italia l’adozione internazionale non era regolamentata da una legge specifica, semplicemente era deliberato il provvedimento del paese di origine del bambino. Dal canto loro, le autorità salvadoregne non stavano a sottilizzare: gli orfani erano un peso economico e un problema sociale, meglio facilitae l’affidamento a coppie straniere.
Così nel giro di un paio di mesi ci ritrovammo genitori di tre bambine, di 8, 4 e 3 anni e di un maschietto di 12 mesi.
Quando rientrammo in Italia, nel dicembre del 1982, ci presentammo al Tribunale dei minorenni di Milano che, superato lo scetticismo iniziale, ci sottopose alla procedura per ottenere l’idoneità che ci fu concessa alla fine del 1983.
Mentre affrontavamo gli aspetti giuridici e burocratici, anche con la benevola assistenza degli operatori del comune della nostra cittadina, la vita famigliare si avviava alla normalità.
Fin dal primo giorno, i bambini si sono adattati alla nuova vita, accettando tranquillamente le tante diversità: la lingua, il clima, i vestiti pesanti, la casa.
Dal punto di vista affettivo, fummo subito accettati come il nuovo papà e la nuova mamma e amati senza condizioni. Un amore grande che incluse immediatamente i nonni, gli zii, gli amici e tutti coloro che venivano in contatto con la nostra famiglia.
Tante volte ci siamo interrogati su questo inizio così «liscio», trovando delle risposte empiriche: i nostri figli non hanno subito il trauma dell’abbandono, non sono stati in istituto, la causa della loro sofferenza era estea alla famiglia, noi abbiamo conosciuto e, in parte condiviso, la loro storia…tutto vero, ma è anche vero che i bambini si affidano senza riserve a chi li cura e, sempre senza riserve, sono disposti ad amare chi li ama.

Non siamo superman

Certo è stato faticoso, lavoravamo entrambi e dovevamo gestire una famiglia di sei persone, tuttavia ce l’abbiamo fatta.
Non ci sentiamo né diversi né, tanto meno, migliori di tanti altri genitori.
I nostri figli sono cresciuti come tanti altri figli, tra successi e problemi, tra soddisfazioni e difficoltà. Oggi sono quattro adulti con una loro vita affettiva e professionale ma, quello che più conta ai nostri occhi, è che sono persone serene, sensibili e generose.
Il colore della loro pelle non ha mai creato imbarazzo in seno alla nostra famiglia e alla nostra comunità, neppure quando erano gli unici bambini «diversi». Oggi in una società, attraversata da un razzismo più sbandierato che reale, il loro aspetto «extracomunitario» e la loro identità italiana servono a far capire, anche ai più ottusi, che il mondo è in evoluzione e che la diversità è un fattore di crescita.
Quest’anno la nostra famiglia è cresciuta: nostra figlia maggiore e suo marito hanno concluso un’adozione internazionale e sono diventati genitori di tre sorelline messicane di 8, 4 e 3 anni.
Ad accogliere la nuova famiglia in aeroporto c’eravamo tutti: nonni, bisnonni, zii, prozii, amici, colleghi. La nostra allegria è risultata contagiosa, anche le altre persone davanti agli arrivi inter- nazionali hanno voluto partecipare, tenendo palloncini colorati e cartelli di benvenuto.
Avremmo, forse, dovuto essere più discreti, ma la nostra commozione era incontenibile e le bambine ci hanno ricambiato con i loro visetti sorridenti e gli occhi che brillavano. Una nuova famiglia è nata e dovrà fare il suo cammino, affrontando le giornie e i dolori di ogni famiglia. Come genitori adottivi, sentiamo una profonda riconoscenza verso nostra figlia e nostro genero che ci hanno reso nonni adottivi.
Grazie a queste bambine, la nostra famiglia sta vivendo una nuova esperienza, così densa di emozioni che vorremmo farla partecipare al mondo intero.
Ecco perché l’abbiamo voluta raccontare: la nostra storia dimostra che l’adozione è una scelta di amore che genera altro amore e semina felicità.

Di Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi

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