Nel fascino della croce

Spiritualità di Guglielmo Massaia, nel bicentenario della nascita

L’8 giugno 1809 nasceva Guglielmo Massaia, il grande apostolo dei Galla.
Di lui conosciamo e  ammiriamo le eroiche avventure, la creatività e la genialità con cui ha saputo unire evangelizzazione, promozione umana e attività scientifica. Poco o nulla sappiamo, invece, della sua spiritualità, saldamente fondata sull’amore a Cristo Crocifisso.

Nel presentare l’epopea del Massaia si è indugiato molto sull’aspetto umano e umanitario, sull’attività scientifica ed evangelizzatrice del protagonista, senza tenere nel debito conto la forza ispiratrice, propulsiva, direi dirompente della sua attività. Nell’intrepido missionario cappuccino si è visto l’uomo intraprendente e geniale nel crearsi quasi dal nulla metodi, lingue, strumenti indispensabili di lavoro, nell’aprirsi vie fino allora sconosciute e lottare in condizioni di solitudine quasi disperata, contro le forze avverse della natura e degli uomini ottusi e ingrati.
Mentre si è sottovalutata, o addirittura ignorata, l’alta spiritualità del prelato che, trasformando la sua croce pettorale da oggetto-simbolo in realtà, l’aveva piantata nel suo cuore di apostolo, da fargli scrivere: «Ho dato la vita alle missioni fino alla morte, e per me è lo stesso lasciarla qui o là… Purché, prima di morire, mi venga fatto di piantare la croce e circondarla del fuoco evangelico».
C’è una certa affinità tra Guglielmo Massaia e Paolo di Tarso, sia per temperamento e vicissitudini subite, che per una robusta spiritualità della croce. Infatti nei molti suoi scritti il Massaia fa proprie le idee madri della teologia paolina sulla «superscienza» e «superpotenza» della croce, vivendo le perentorie affermazioni di Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14).
«campo di meditazione»
Il 24 giugno 1879, finivano i suoi 33 anni di evangelizzazione, per ordine dell’imperatore Johannes iv, che lo avvierà sulla via dell’esilio; con il cuore lacerato il Massaia scriveva nelle Memorie: «Ho celebrato la mia ultima messa nella cappella di Fekerièghemb avanti il gran crocifisso, campo delle mie meditazioni, il quale ebbe sempre tanta virtù da cambiare le mie più dure prove di spirito in un mare di consolazione. Buon Gesù, esclamai, sarà dunque vero che io non vedrò più questo Calvario che tante volte avete cambiato in Tabor!».
Quel «campo» non lo limitava alle sue personali «meditazioni», ma lo allargava pure ai suoi intimi che condividevano la sua spiritualità, concludendo le sue lettere con le seguenti espressioni, ripetutissime: «Vi abbraccio nel santo Crocifisso», «abbracciandovi strettamente nel santo Crocifisso, nostra unica consolazione e conforto», «vi lascio ai piedi del Crocifisso, nostro divino padrone e maestro» e altre frasi simili.
Negli Statuti per i monaci del vicariato Galla (1854) il Massaia prescrive: «Dalla consacrazione sino al fine del Pater noster, coloro che assistono alla messa, inginocchiati e con le braccia distese, s’immagineranno di trovarsi sopra il Calvario ai piedi della croce con Maria ss. e offriranno a Dio l’incruento sacrifizio per la conversione dei peccatori e degli infedeli redenti col sangue di Gesù Cristo».
Passando dagli atti di culto alla vita di ogni giorno, gli Statuti indicano la passione di Cristo come un superlativo stimolo alla pratica delle virtù più eroiche; perciò esortano il monaco ingiuriato di «ricordarsi che lo stesso accadde a Gesù nostro Signore avanti a Caifa e Anna, e seguire quindi gelosamente il suo esempio, osservando il più scrupoloso silenzio».
La pedagogia della croce dava i suoi frutti, come testimonia l’esempio di uno di quei monaci, abba Jacob: questi, a differenza di padre Cesare da Castelfranco, seppe resistere alle lusinghe del re del Kaffa, che gli proponeva di cambiare religione e sposare una delle sue figlie. «Mia sposa è la croce; prima dovete pensare ad affiggermi su di essa, come il mio Signore» rispose il monaco.
L’apostasia del padre Cesare fu un grave colpo per il Massaia: «Poco mancò che non mi costasse la vita: furono per me tre anni di lacrime e di venerdì santo, prima di arrivare a celebrare una pasqua consolante». Prima di mandargli le ammonizioni canoniche, in vescovo depose la lettera «sotto il corporale, sotto i piedi del buon Gesù» durante la celebrazione del sacrificio del Calvario. In un’altra lettera all’ex-missionario gli confessa di aver offerto la vita per vedere la sua conversione: «Vi assicuro che sarò consolato di morire quel giorno che avrò tale consolazione». E la conversione sincera di padre Cesare fu davvero per il Massaia una pasqua di risurrezione, preceduta dal penosissimo Calvario.
«In questo segno vincerai»
A tale aspetto essenziale della spiritualità del Massaia non era certo rimasto estraneo il culto che gli etiopi nutrono per la croce: le donne cristiane abissine recano il tatuaggio della croce in fronte e i sacerdoti sul dorso delle mani, mentre in ogni casa cristiana domina il simbolo della redenzione.
L’Etiopia è detta terra di Maria e della croce. Ad essa è dedicata la festa nazionale del «Maskal», dell’esaltazione della croce, il 27 settembre, celebrazione in cui si mescolano motivi religiosi, civili, culturali e folcloristici, per ricordare il ritrovamento della croce da parte dell’imperatrice Elena, madre di Costantino, che aveva ricevuto l’assicurazione: «In questo segno vincerai».
Anche per il Massaia la croce fu un segno di vittoria in vari casi inspiegabili. Un giorno, di fronte a una ricca maga nel Kaffa, pronunciò il breve esorcismo del «Christus vincit…», toccando segretamente la sua croce pettorale nascosta sotto le vesti, e quella fuggì a rompicollo.
Un’altra volta, contro gli abitanti di Celia che si erano rifiutati di concedere la pace a quelli di Lagamara, il vescovo fece piantare tante croci sui confini che i nemici furono sconfitti dallo spavento.
Ma la sua più rilevante vittoria resta il fatto che con la croce egli sia riuscito a conquistare spiritualmente tante anime ostili e a realizzare il paradosso a lui tanto caro e ripetuto spesso nei suoi scritti: ogni vittoria divina è la conseguenza logica di una sconfitta umana.
Nell’ultima fase della sua missione, quando i fedeli cattolici si dichiarano disposti a difenderlo dalle probabili violenze dell’imperatore Johannes iv, il vescovo missionario taglia corto con questo discorso: «Figli miei, vi ringrazio di tutte le vostre simpatie e attaccamento alla missione cattolica, ma dobbiamo intenderci bene, affinché non accada poi di pentirci a vicenda: io non sono venuto qui per fare la guerra e guadagnarmi un regno, ma unicamente per insegnare il vangelo di Cristo… Io non ho bisogno di soldati, ma di figli… Se Cristo è morto, non è morto perché vinto; ma all’opposto, quando noi saremo vinti dai nostri nemici, allora noi saremo vincitori di essi, ed essi entreranno nelle nostre file».
Fuoco, sangue, martirio
Il Massaia non si stanca di ribadire concetti che hanno stretta attinenza con la croce e devono necessariamente essere posti alla base di una evangelizzazione efficace: fuoco, sangue, martirio. Sembra addirittura essee ossessionato.
Scrivendo nel novembre 1847 al procuratore generale, padre Felice Fenech da Lipari, dichiara esplicitamente di essere «non solo missionario, ma di uno spirito tutto fuoco per le missioni»; e aggiunge che tale spirito è un’urgenza per tutta la chiesa. Personalmente non può «riposare tranquillo, fin tanto che i quattro quinti del genere umano corrono la via di perdizione e in un terzo del globo non scorre il Sangue adorabile di Cristo».
Ed è proprio l’urgenza della missione «che mi ha convinto ad abbandonare l’amata provincia monastica per dedicarmi alle missioni, e sono pure i sentimenti di cui vorrei fosse inondato tutto il mondo cattolico; per cui, fino a tanto che avrò fiato e voce, non lascerò di parlare persuaso anche di compiere una parte della missione che per tremendo decreto di Dio sta sulle mie spalle. Quando solamente mi riuscisse di accrescere il capitale del fuoco apostolico di una sola scintilla, io sarei molto fortunato».
In una lettera scritta al Comboni, nel 1865, pur incoraggiandolo ad attuare il suo Piano di rigenerazione dell’Africa, non manca di prospettare difficoltà, persecuzioni e perfino la morte, concludendo: «Il martirio nell’Africa non è martirio di sangue, ma piuttosto martirio di cuore e di tribolazione; e quindi per gli apostoli di energico volere e di paziente fatica, l’evangelizzazione dell’Africa non è a dirsi per nulla difficile; anzi molto semplice toerà a coloro che vi lavoreranno con semplicità.
Carissimo, dopo 18 anni di apostolato tra gli africani, parlo con cognizione di causa: l’Africa è difficile per chi, educato nella nostra patria al fasto e alle delizie, non sa vestire la semplicità e povertà degli etiopi, per renderli doviziosi. Questa è quasi l’unica difficoltà; che però non è tale per i discepoli di Cristo».
Scrivendo il 20 gennaio 1883 al confratello Luigi Gonzaga Lasserre da Morestel, appena consacrato vescovo, il Massaia rivela con tono confidenziale: «Essere consacrato vescovo vuol dire essere sposato alla chiesa di Cristo, per la quale dovete essere disposto a dare il vostro sangue, se occorrerà. Ecco il mio consiglio netto, consiglio che io ho sempre praticato e lo pratico ancora: ogni giorno, celebrando la santa messa o nelle vostre preghiere, rinnovate sempre l’atto di sacrificio della vostra vita in unione con quello fatto da nostro Signore sul Calvario, e che rinnova in modo incruento ogni giorno misticamente nella santa messa, quando dite in nome suo: Hoc est corpus… hic est calix… Se potete, abbiate un desiderio di morire per lui; se poi siete debole, dite un fiat voluntas tua. Con questo esercizio guadagnerete tutta la gloria di martire ogni giorno, anche vivendo cento anni… Vi lascio ai piedi del crocifisso nostro Signore».
«Vescovi delle missioni
vittime e non sposi»
Il Massaia aveva sperimentato in sé la ripugnanza ad accettare il peso dell’episcopato e vi si era piegato solo quando il suo vicario generale, padre Andrea da Arezzo, lo aveva persuaso «che l’episcopato di un missionario è più peso che onore… un vincolo di più al martirio dell’apostolato». Lo stesso ragionamento faceva a quanti si opponevano a essere da lui consacrati vescovi, come nel caso di Giustino de Jacobis. Questi, prefetto della missione dell’Abissinia, rifiutava ostinatamente di essere consacrato vescovo. Dopo averle provate tutte per controbattere le sue obiezioni, il Massaia riuscì a convincerlo quando, con «una forte parlata di risentimento», sentenziò che «i vescovi delle missioni sono vittime e non sposi… Tanto bastò – racconta il Massaia – e contro ogni mia aspettazione si gettò per terra, mi domandò perdono, e finì per dirmi di fare di lui ciò che Iddio mi avrebbe ispirato».
La funzione, svolta con estrema semplicità sul lido di Massaua la notte del 7 gennaio 1849, rimase indelebile nella mente del consacrante: «De Jacobis accettò, direi quasi, con un certo trasporto di piacere, quando l’episcopato si presentò a lui nudo totalmente e spogliato persino della sua maestosa cerimonia, e si presentò nel suo vero senso di sommo sacerdozio coronato di spine con Cristo nel Pretorio e crocifisso con lui sul Calvario».
Con gli stessi argomenti Massaia riuscì a piegare padre Felicissimo Cecino da Cortemilia, suo ex-alunno e poi collaboratore, riluttante all’episcopato, diceva, per scarsità di scienza. «Caro mio – troncò netto il vicario apostolico dei Galla – non è tanto la sapienza quella che ci manca, ma l’umiltà e lo spirito di sacrifizio; né io, nel consacrarvi vescovo, penso coronarvi di rose, ma di spine e crocifiggervi con nostro Signore. Dunque lasciate ogni questione e lasciatevi guidare da me».
«Mi glorio
della croce di Cristo»
Il Massaia ricevette molte onorificenze (tutte custodite nel Museo etiopico «G. Massaia» di Frascati), ma la vanità non riuscì mai a sfiorarlo, come testimoniano i suoi scritti. Nel 1876, alla corte di Menelik, ricevette la croce di commendatore dell’Ordine mauriziano, conferitagli dal re Vittorio Emanuele II; dopo aver sottolineato che tale onorificenza non gli era dovuta e non l’aveva mai sollecitata, concludeva: «La croce a cui io avevo qualche diritto, era quella del Calvario pura e netta, della quale non sono stato degno».
Nel 1879 re Umberto I gli conferì la croce di grand’ufficiale dello stesso Ordine; ma l’anno seguente, quando gli fu recata a Frascati, la ricusò garbatamente. Pochi giorni dopo ne rivela la ragione scrivendo a un confratello: «Il mondo cammina a gran passi verso il paganesimo, perciò ha creduto di vedere in me un gran viaggiatore più che un missionario di Cristo… ha creduto con ciò di essermi riconoscente; e io come uomo civile debbo essere loro grato… ma nel tempo stesso resta in me vivissimo il dovere di far loro conoscere la massima evangelica, perché, educato alla scuola del nostro Signore Gesù Cristo e del nostro serafico padre san Francesco, non soglio riempirmi la pancia di vento, ma di buon pane macinato e cotto ai piedi della croce».
Anche la croce pettorale gli ricorda lo stretto legame con il mistero del Calvario e della sofferenza universale, come scrive nel 1867 all’amico esploratore Antonio Thompson d’Abbadie, per ringraziarlo della croce pettorale e relativa catena d’oro che gli aveva donato: «Senza aver l’aria di voler diminuire la riconoscenza dovuta a sì caro amico per il regalo suddetto, mi permetta di farle osservare, che alla mia persona non era dovuta una croce d’oro, ma di ferro e di spine, perché il missionario deve seguitare Cristo sulla via del Calvario… Comunque, con l’oro si può comprare del grano per i nostri poveri, che non sono pochi, e sotto questo riflesso mi è doppiamente cara, perché cangiato in pane, l’oro diventa pietra preziosa e vero diamante; sia dunque benedetto lei e la di Lei consorte; come pensano a me, Dio pensi a voi…».
«Obbediente
fino alla morte di croce»
Temperamento forte e per nulla arrendevole, immerso nella solitudine più totale, derivante dall’isolamento geografico e, soprattutto, da incomprensioni e accuse da parte dei superiori di Roma, il Massaia arrivò a dare le dimissioni. Eppure, da quel Dio umiliato e immolato, abbandonato pure dal Padre, egli seppe trovare le espressioni più confacenti per dialogare con i superiori (sia pure con difficoltà ma con dovuto rispetto) e la forza di arrendersi ai loro comandi.
In una lettera inviata a Pio ix, significativamente datata «In festa Exaltationis S. Crucis 1860» (14 settembre), egli confessa di essere spesso tentato di tornarsene in convento, «persino di fae qualcheduna grossa» per essere «messo a riposo». E continua: «Qualche volta ai piedi del Crocifisso, sfogando le mie malinconie, dicevo fra me stesso: che tutto il mondo mi dimentichi e anche mi calpesti è poco, perché l’uomo evangelico deve urtare la corrente del mondo… Ma che Roma, la sposa vivente del Crocifisso, la nostra madre comune per cui tanto ci affatichiamo, ella ci dimentichi, ella ci disprezzi… Questo silenzio assoluto, questo vedersi gettato come un aese inutile in un angolo della casa senza nessun segno di pensiero per noi… Ravvolgendo fra me ai piedi dell’altare queste malinconie, non una volta, ma parecchie volte mi vennero delle idee, che a prima vista mi parevano tentazioni… Per il passato non è mai stato mio costume di criticare i superiori… presentemente però la cosa mi pare accompagnata da segni tali, che il nascondere a vostra santità, avrei paura di violare i sacri doveri di figlio che mi legano a lei… Non è lo spirito di partito che mi fa parlare, ma il puro amore della Santa causa, e mentre scrivo tengo il Crocifisso nelle mani raccomandando a lui ogni parola che scrivo».
Inutilmente il Massaia aveva chiesto che tale lettera venisse distrutta. Anzi, cinque anni dopo, quando il grande missionario ripresentò le dimissioni, il prefetto di Propaganda fide, card. Alessandro Baabò, fece riferimento a quella lettera per piegare la volontà granitica del Massaia, invitandolo a riconsiderare, «ai piedi del Crocifisso», la decisione presa.
«Ho cercato di tranquillarmi e spogliarmi dell’amor proprio – rispose il Massaia -, per quanto mi è stato possibile, ed esaminare la cosa avanti al Crocifisso, come ella mi diceva… Ella mi conosce che io non sono tanto facile a convertirmi e a pervertirmi di nuovo…. Ma tenga per base una massima ogni qual volta dovrà fare qualche calcolo sopra di me: un comando dei superiori per me è più forte di un cannone, mi farà star quieto, mi ammazzerà, e mi getterà nel fango e nella polvere; la ragione è, perché, quanto bramo di dire liberamente la verità anche ai superiori, altrettanto poi mi è cara la convinzione e disposizione di morire mille volte per la fede e per l’ubbidienza alla chiesa e di ciò ella ne ha avuto prove sufficienti per il passato, senza che mi trattenga nel portare prove».
Così l’apostolo dei Galla rimase appeso alla croce della sua missione per altri 15 anni, cioè fino alle dimissioni definitive presentate a Leone xii il 23 maggio 1880, in seguito all’espulsione dall’Etiopia: e ciò «per l’amore e per il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, l’unico che mi tiene in questi paesi, non per altro che per sgravare l’obbligo di apostolicità che gravita sopra tutta la chiesa».
Calvario e Santo Sepolcro
Il Massaia avvertì il richiamo della Città Santa e vi compì quattro pellegrinaggi, polarizzando sempre più la sua attenzione sul Calvario e il Santo Sepolcro. Dal primo viaggio (aprile 1851) riportò, come souvenir, lo storico bastone con l’impugnatura di radica d’olivo del Getsemani, che lo accompagnò in tutti gli spostamenti africani, per ricordargli a ogni passo una stazione di via crucis.
Nel secondo pellegrinaggio (marzo 1864) promise sopra il Santo Sepolcro di non lamentarsi più dei suoi «gravi disgusti… perché come missionario deve fare due parti: una di maestro, che è la minima, e l’altra di vittima pacificatrice in continuazione del sacrificio del Calvario».
Per il terzo viaggio (maggio 1866), fu invitato come concelebrante alla consacrazione dell’ausiliare di Gerusalemme; la vigilia della partenza da Gerusalemme, passò «tutta la notte» nella basilica del Santo Sepolcro, dividendo il tempo tra il Calvario e il Sepolcro stesso.
Sulla via dell’esilio, si fermò nella Città Santa per oltre un mese per stare «accanto al sepolcro di nostro Signore con la Maddalena – racconta – per vedere se mi riesce di vedere una volta il volto del mio caro Padrone». E sembra che gli si sia proprio disvelato il martedì santo, 23 marzo 1880, come scrisse due giorni dopo in una lettera: «L’altro giorno ho celebrato la santa messa sul Calvario… dopo ho voluto sentire una messa di ringraziamento; ma, arrivata all’Agnus Dei, caddi svenuto e passai qualche minuto immobile e come morto. Poi, sollevato dai circostanti, mi rinvenni e conobbi per mia disgrazia d’essere condannato a vivere ancora qualche tempo. Oh, quanto sarebbe stato bello per me morire sul Calvario, dopo aver portato la croce per ben 35 anni di miserabile missione! Ma fui indegno di tanto onore e la mia gran messa, incominciata con Cristo e per Cristo nella mia consacrazione vescovile, non è ancora arrivata all’Ite missa est».
La causa di quell’incidente va ben al di là del deliquio dovuto all’estrema debolezza fisica, ma lascia intravedere una dimensione mistica, come il Massaia scrive nelle Memorie: «Quel fatto lasciò in me un non so quale incantesimo, che ancora oggi mentre scrivo, più di sei anni dopo, il solo presentarsi alla mia mente il caso di allora mi causa una crisi tale che non posso spiegare, senza ricorrere al fascino del luogo santo. Bisogna confessare, che in una persona che abbia fede, il pensiero del Calvario produce sempre un effetto che non posso spiegare e che serve molto a ravvivare il mio spirito nella meditazione». 

Di Antonino Rosso

CRONOLOGIA

1809    8 giugno: nasce a Piovà d’Asti (ora Piovà Massaia); è battezzato lo stesso giorno con i nomi: Lorenzo Antonio.
1824-1826: frequenta il seminario di Asti.
1826    6 settembre: a Torino veste il saio cappuccino, assumendo il nome: Guglielmo.
1832    16 giugno: ordinazione sacerdotale a Vercelli.
1834    cappellano all’Ospedale Mauriziano di Torino.
1836    insegna filosofia e teologia a Moncalieri-Testona.
1846    nominato vicario apostolico dei Galla (12 maggio), consacrato vescovo (24 maggio), salpa da Civitavecchia (4 giugno) e sbarca a Massaua (28 ottobre), dove incontra, il 26 novembre, Giustino De Jacobis, prefetto dell’Abissinia.
1847    25 novembre: esiliato da Ubiè, capo del Tigrè.
1849    7 gennaio: a Massaua consacra vescovo Giustino De Jacobis.
1850    aprile: parte da Massaua per Aden, Suez, Marsiglia; raggiunge Roma e torna a Marsiglia.
1851    da Marsiglia passa in Terra Santa, raggiunge l’Egitto e risale il Nilo, travestito da viaggiatore, con il nome di Giorgio Bartorelli.
1852    21 novembre: legato a un otre traghetta il Nilo Azzurro, entra nel Galla, si stabilisce in Asandabo.
1854    aprile: fonda la missione dell’Ennerea.
1855    maggio: fonda la missione del Kaffa.
1859    3 maggio: a Ennerea consacra vescovo coadiutore Felicissimo Cecino.
1861    agosto: esiliato dal Kaffa, ripara nell’Ennerea, poi si stabilisce a Lagamara, quindi nel Gudrù.
1863    maggio: inizia il viaggio per l’Europa. 
1864    torna in Europa dove rimane fino al 1867, incontrando varie personalità religiose e politiche in Italia e in Francia.
1868    marzo: su invito del re Menelik II raggiunge Liccè, capitale dello Scioa, dove fonda le missioni di Fekerièghemb e Finfinnì, la futura Addis-Abeba.
1875    14 febbraio: a Escia consacra vescovo Taurino Cahagne, suo successore.
1879    nominato Grand’Ufficiale dell’Ordine Mauriziano e accreditato dal governo italiano plenipotenziario del trattato italo-scioano.
    3 ottobre: è esiliato dall’imperatore Johannes IV.
1880    a tappe forzate giunge al Cairo disfatto; sosta alcuni mesi in Medio Oriente, giunge a Roma, è ricevuto in udienza da Leone XIII (7 settembre) e inizia la stesura delle sue memorie, lavorando anche 15 ore al giorno.
1884    febbraio: termina di scrivere le sue memorie.
    10 novembre: Leone XIII lo crea cardinale.
1889    6 agosto: muore a S. Giorgio a Cremano (NA)

LA VERA FELICITA’

I n un momento particolarmente critico della sua missione nel Kaffa, l’11 ottobre 1860, il Massaia scriveva all’ex-alunno e confidente, padre Pier Maurizio da Cossato, la seguente lettera, in cui rivela il segreto della felicità sicura e stabile: il totale abbandono nel Padre, espresso dal mistero della croce e vissuto dal Figlio di Dio.
«Ho ricevuto la vostra carissima e grata lettera: fra i 30 e più studenti che ho allevato, voi siete il solo che mi scrivete; tutti gli altri si sono dimenticati di me… Poiché vi ho sempre amato, e vi amo tuttora, io non cambio linguaggio con voi e tanto più ora che mi vedo invecchiato, distrutto dalle fatiche e vicino a lasciare questo mondo.
Voi dite che questo mondo è crudele, ma sapete voi che cosa è il mondo? Il mondo è il cuor vostro, figlio mio; e appunto diventa crudele, perché non avrà forse ancora saputo riposare bene in Dio… Persuadetevi, figlio mio, che trovando la vera bussola della carità divina, potrete trovare anche tutta la tranquillità in questo mondo. Io vedo che questi selvaggi, e io stesso divenuto mezzo selvaggio, dormiamo sulla nuda terra saporitamente, mentre i delicati d’Europa non possono riposare sopra un monte di piume, di cotone e lana; non è il letto, ma sibbene la diversa disposizione del dormiente che si fabbrica dei bisogni a capriccio.

C osì è il caso nostro; parlando di me stesso, quando ero in convento, io trovavo o tutto buono o tutto cattivo, secondo come stava il mio cuore; presentemente frammezzo a questi selvaggi… in mezzo ai pidocchi, pulci, cimici e altri insetti infiniti che non si conoscono in Europa, e che tormentano la povera umanità, pure basta un momento di fervore che tutto scompare, tutto pare dolce e soave; un tantino che Iddio ritiri la mano, subito compare un vero inferno; cosa volete di più? Persuadetevi di questo, attaccatevi al vero elemento di felicità e sarete felice… Iddio, che mette l’equilibrio ai cardini cosmologici, è quello l’unico che deve ricomporre l’equilibrio del cuore e non altro… Umiltà, figlio mio, e tutto verrà dietro con la benedizione di Dio; io credevo di farmi dotto studiando, ma ho veduto che si guadagna di più meditando, e non cose sublimi, no, il Crocifisso.
Del resto, figlio mio, io sono sempre quello, perché Iddio è sempre lo stesso e la sua parola creatrice e ricreatrice dei cuori non si cambia. Sto occupandomi qui, aspettando che il Padrone mi chiami alla gran cena; il lavoro che faccio, se piaccia o non piaccia a Dio, non lo so e non mi curo di saperlo, purché sciens et volens non faccia ciò che dispiace a lui, anzi, mi sforzi di fare la sua volontà per quanto so e posso.
Dalla mia entrata in questi boschi abbiamo qualche anima che conosce Iddio, un bel numero mi ha preceduto nel riposo eterno di quelli che prima non ci pensavano, una certa quantità di cristiani vi sono che incominciano a temere Iddio; un raggio di luce evangelica è stato gettato in questi luoghi di tenebre; Iddio farà il resto, e noi non sappiamo nulla di più. Vi abbraccio nel santo Crocifisso, e lasciandovi ai piedi di nostra Madre Maria santissima godo rinnovarmi,
aff.mo fra’ G. Massaia, vescovo

Antonino Rosso

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