Musica dell’anima

I ritmi vivi dell’Africa dell’Ovest

La musica può essere l’identificazione di un paese. Così si parla di mbalax
in Senegal, di musica mandinga in Mali. E di tackborsé e couper decaler
in Burkina Faso. E anche di  nomi  famosi sulla scena internazionale:
Youssou Ndour, Salif Keita, Yeleen. Breve viaggio nell’Africa «musicale».

La musica è molto presente sul continente africano. L’Africa è un universo in cui il ritmo è magico. Ogni paese possiede il proprio e ogni regione utilizza strumenti differenti. Ma il tutto converge verso una cultura della festa, della sensualità, del sogno e dell’emozione. La musica è percepita come una comunione tra l’uomo e la natura. Per questo i 53 paesi africani rivaleggiano d’ingeniosità.

Ritmi dal Senegal

Così il Senegal si esprime musicalmente attraverso il mbalax. È un tipo di musica popolare molto ritmata e che spinge alla danza. È basata sulle percussioni come il tama e il sabar, strumenti tipici di questa musica senegalese. Attinge le sue origini dai canti dei griot (cantastorie, detentori della tradizione orale cantata). In Senegal, come ovunque in Africa, i griot sono importanti.  Trasmettono la musica tradizionale e la poesia di generazione in generazione. In Senegal, dunque, questi griot cantano la gloria dei re e dei principi. All’arrivo dell’Islam, i musulmani sono diventati i maestri «parolieri» e hanno sviluppato l’arte delle preghiere cantate. Le generazioni di cantanti che sono seguite si sono appropriati di questa tradizione, dandole uno stile più moderno.
La particolarità del mbalax è quella di essere riusciti a sposare i ritmi tradizionali e le danze locali. Nato alla fine degli anni Settanta, è stato reso popolare sulla scena internazionale da Youssou Ndour. Classe 1959 Ndour è oggi una star a livello mondiale. Nel 1998 ha composto l’inno della coppa del mondo di calcio «La Cour des Grands» (La corte dei grandi). L’ha cantato con la francese Axelle Red.  Youssou Ndour ha al suo attivo una ventina di album e una decina di compilation. Ha ricevuto numerosi premi, tra i quali quello di miglior artista africano 1996 e dell’artista africano del secolo nel 1999.
Baba Maal, Ismaèl Lo, Coumba Gawlo … sono ugualmente delle vedette senegalesi conosciute a livello  mondiale.
Quando si parla di musica rap del Senegal uno dei grandi nomi è quello di Didier Awadi. Nato nel 1969 a Dakar, il suo primo album da solista «Kaddu gor» (parola d’onore), del 2002 gli varrà il premio «Rfi (Radio France internazionale) Musiche dal mondo», edizione 2003. Nell’ottobre 2005 pubblica il suo secondo album «Un altro mondo è possibile». È una vibrante arringa per delle politiche più umane e una più grande considerazione del cosiddetto terzo mondo. Il suo ultimo album, uscito nel 2007, s’intitola «Presidenti d’Africa». Vi si trovano i rapper africani e le voci dei presidenti del dopo indipendenza. Didier Awadi fa un discorso panafricanista. Per materializzare la sua visione, ha battezzato il suo studio con il nome di Thomas Sankara, il presidente burkinabè assassinato il 15 ottobre 1987. In Senegal, dunque rap e mbalax si completano.

blues e Tradizione

La musica è una delle principali risorse culturali del Mali. Risalendo a imperi tanto antichi come quello Mandingo, esiste una tradizione ricchissima di canti di lode. Queste canzoni di lode malinké o mandinghe sono dominio esclusivo dei griot (chiamati djeliw), musicisti ereditari, che sono allo stesso tempo genealologi e storici. Questa musica dei griot è sempre viva e cantata.
Ma la musica maliana è molto più variegata e nuovi stili sono apparsi. Per esempio, c’è la musica bambara che è più ritmica, il mali blues di Kar Kar, il blues songhai di Ali Farka Touré, Afel Bocoum o Sidi Touré. Ancora la musica del wassoulou resa celebre da Oumou Sangaré. La musica maliana ha sempre saputo combinare modeità e tradizione. Non si può parlare di essa senza ricordare Ali Farka Touré. Nato nel 1939, questo virtuoso della chitarra, si è spento il 7 marzo 2005. Con la sua scomparsa la musica maliana perde uno dei suoi più illustri rappresentanti. Il musicista ha contribuito, durante tutta la sua carriera a mettere in evidenza la filiazione tra il suo blues e quello suonato nei campi di cotone oltre Atlantico dai discendenti degli schiavi africani. Questo autodidatta formato all’educazione dei campi, è rimasto sempre legato alle sue origini. Ancorato a una ruralità che voleva sempre difendere, al di là della stessa musica, si è fatto eleggere sindaco del piccolo comune di Niafunké, nel delta interno del fiume Niger. È laggiù che si installa dopo la morte di suo padre durante la seconda guerra mondiale.
Salif Keita è l’altra grossa stella della musica maliana. Nato il 25 agosto 1949, albino, in una regione dove quelli come lui sono mal visti, a causa dei poteri malefici che sono loro attribuiti. È respinto dalla famiglia. La sua scelta per la musica è pure condannata. Infatti, in Mali, la musica è tradizionalmente riservata alla casta dei griot. I Keita sono invece una famiglia di principi. Pagando il prezzo di mille difficoltà, riuscirà a realizzare il suo sogno. Oggigiorno, Salif Keita porta alta la bandiera maliana e africana delle grandi arene della musica internazionale.
Altri artisti come Rokia Traoré o Djeneba Seck, emergono dal contesto nazionale.

Il fenomeno tackborsé

In questi ultimi cinque anni, una nuova pagina musicale sembra scriversi in Burkina Faso con il ritmo tackborsé. Questo genere musicale è attualmente il più ascoltato nei maquis (piccoli ristoranti e bar popolari), posti alla moda e sulle onde radio e televisive. In Burkina anche l’esercito danza «rumorosamente» il tackborsé. Il ritmo unisce, scuote. Questo concetto che provoca il delirio di certi musicomani è stato concepito da un uomo: Ahmed Smani. Anche se in seguito, numerosi altri attori ci hanno messo le mani. Il tackborsé è la combinazione di warba, wiiré e di liwaga, tutte danze tradizionali. Il significato è «suonare il corno» in lingua mooré (la più diffusa in Burkina Faso, ndr) La danza consiste nel tirare dal suolo una corda immaginaria. Lanciando il tackborsé, Ahmed Smani aveva per ambizione quella di colmare un vuoto e soprattutto di contribuire alla federazione della galassia musicale nazionale. «Zalissa», il suo primo album, è un grande successo. Il ritornello ripreso dai cori spontanei. Nasce il genere tackborsé con grande gioia dei musicomani alla ricerca di un ritmo tipicamente ancorato nelle profondità locali. La danza prenderà davvero il volo con il titolo «Bouge» dell’album «Gouveement». Poi seguiranno i gruppi le pouvoir, la cour supreme, les premières dames. In una rivalità di nuove idee.
Oltre al tackborsé c’è lo stile couper décaler che è stato inventato in Costa d’Avorio. I giovani ballano anche al suono del rap. In questo genere gli artisti burkinabè più conosciuti sono gli Yeleen e Smockey. I primi hanno vinto il Kundé d’oro 2006 (concorso annuale per la canzone d’autore in Burkina Faso, ndr). È la ricompensa per il miglior artista o gruppo burkinabè.
Smockey, lui, è considerato come il guru del movimento Hip hop del Burkina. Il suo studio Abazon permette a molti giovani rapper di uscire dall’ombra.
Con altri artisti come Bil Aka Kora, Sissao, Faso Kombat la musica burkinabè sta prendendo un nuovo slancio. Un’innovazione che ha come base di partenza il lavoro di chi è venuto prima come i famosi George Ouedraogo, Jean Claude Bamogo, Salammo Joseph.

Da Dakar a Ouagadougou, passando per Bamako, gli artisti cercano di offrire alla musica africana quanto di meglio ci sia: un riconoscimento. E con le loro prodezze e i loro talenti danno ragione a Nietzsche, che ci ricorda: «Senza la musica, la vita sarebbe un errore». 

Di Arsène Flavien Bationo

Arsène Flavien Bationo

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