DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Teocrazia e Petrocrazia

L'Iran e il corridoio sciita

© Angelo Calianno

testi di: Adel Jabbar, Angelo Calianno, Francesco Gesualdi, Maria Chiara Parenzo, Paolo Moiola. A cura di: Paolo Moiola |


introduzione / Leader inadeguati Trump – Khamenei, i due ayatollah.

Le radici storiche della situazione attuale Un mosaico ricco di sbagli e di petrolio.

Nessuno tocchi WhatsApp.

Vivere oggi a Teheran Nati dopo la rivoluzione.

Tra guerre e nuove alleanze  Sua maestà il petrolio.

 

introduzione / Leader inadeguati

Trump – Khamenei, i due ayatollah

© Gage Skidmore

L’ ayatollah Seyyed Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica islamica dell’Iran, sostiene che votare è anche un «dovere religioso» (come riferito dalla Islamic republic news agency, Irna, l’agenzia iraniana ufficiale). Un uso strumentale della religione è cosa «normale» in una teocrazia. Ancora più «normale» è che i potenziali candidati siano costretti a passare attraverso le forche caudine del Consiglio dei guardiani. Con un risultato: i pochi iraniani che lo scorso 21 febbraio sono andati al voto, hanno trovato sulla scheda soltanto candidati conservatori, essendo stati esclusi prima della competizione elettorale tutti gli altri. A elezioni concluse, la Guida suprema ha sentenziato che «la religione è la fonte assoluta di una democrazia totale» (Irna, 23 febbraio). Criticare il regime teocratico iraniano non significa però esaltare automaticamente la controparte statunitense, considerata la democrazia per antonomasia.

Nel suo pomposo, esagerato ed egocentrico discorso sullo «Stato dell’Unione» (lo scorso 4 febbraio), Donald Trump si è vantato di aver deciso da solo l’operazione che ha portato all’uccisione del generale iraniano Soleimani. Ha poi sottolineato che le sanzioni statunitensi stanno mettendo in ginocchio l’economia iraniana e, non contento, ha aggiunto che forse gli iraniani sono troppo orgogliosi o troppo stupidi per chiedere aiuto. Un aiuto – precisiamo noi – oggi ancora più necessario vista la diffusione nel paese dell’epidemia da coronavirus.

© Babak Fakhamzadeh

Khamenei è l’ayatollah ufficiale, a capo di un regime teocratico che sottomette i propri cittadini agli interessi di una casta, Trump è un ayatollah honoris causa perché subordina ogni cosa del mondo all’interesse statunitense. Se un tempo gli Stati Uniti erano considerati gli sceriffi del pianeta, oggi si presentano come giudici urbi et orbi. L’utilizzo delle sanzioni economiche e finanziarie è soltanto uno dei sistemi antidemocratici usati a propria discrezione dal presidente Trump. Antidemocratici perché si ripercuotono sulle popolazioni, antidemocratici perché colpiscono anche le imprese di paesi terzi (gli alleati europei tra essi) che osino continuare a lavorare con gli stati sanzionati.

Ma le similitudini non finiscono qui. Anche Trump come Khamenei usa la religione per i propri fini. Numerosi suoi funzionari hanno dichiarato che lui «è il prescelto». Rick Perry, già governatore e segretario all’energia, ha affermato in televisione che Trump è stato installato nell’Ufficio ovale (della Casa Bianca) da Dio.

Per essere consigliato al meglio in materia religiosa e raccogliere consensi nell’anno elettorale, lo scorso 31 ottobre il presidente Usa ha assunto nella propria amministrazione Paula White, nota televangelista e commerciante della fede (libri, Cd, collane, ecc.), già pastora di una chiesa evangelica della Florida (poi chiusa per fallimento). Una signora che, a gennaio (il 5), ha parlato tra l’altro di «gravidanze sataniche» e «grembi satanici» (costretta poi a rettificare).

Khamenei e Trump sono due ayatollah che riescono addirittura a farci guardare con occhi meno severi i nostri politici. O, per meglio dire, almeno una parte di essi.

Paolo Moiola


Le radici storiche della situazione attuale

Un mosaico ricco di sbagli e di petrolio

Difficile trovare un altro luogo tanto instabile quanto il Medio Oriente. È così dal 1920, ma dal 1979 la precarietà si è aggravata e gli attori coinvolti si sono moltiplicati. La soluzione pare lontana, mentre le condizioni di vita delle popolazioni sono sempre più drammatiche.

L’area del Vicino Oriente, comunemente chiamata Medio Oriente, è stata uno degli scenari principali della Grande guerra. Gli assetti statuali odierni sono il risultato della spartizione dei possedimenti dell’Impero ottomano tra le potenze vincitrici, ovvero Francia e Regno Unito. Ciò determinò enormi cambiamenti, nuove aree di influenza e soprattutto una endemica instabilità.

Il Medio Oriente costituisce un nodo strategico per il controllo delle vie di comunicazione che collegano tre continenti: Asia, Africa ed Europa; per cui numerosi attori della politica mondiale entrano in forte concorrenza tra di loro. Inoltre, in questa vasta area si trovano i maggiori giacimenti mondiali di petrolio e di gas naturale, rendendola una zona primaria per l’approvvigionamento energetico. Le tensioni risalenti già all’epoca della guerra fredda hanno subito un inasprimento con la guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), e si sono ulteriormente accentuate dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. La prima guerra del Golfo (Iraq-Kuwait, 1991), l’occupazione statunitense dell’Afghanistan nel 2001 e successivamente quella dell’Iraq nel 2003 sono stati degli avvenimenti devastanti che hanno costretto tutti i protagonisti a rivedere le proprie posizioni.

L’Iran e le sue ambizioni

In questo quadro si inserisce l’Iran con le sue aspirazioni da protagonista utilizzando in modo strumentale l’appartenenza allo sciismo, corrente minoritaria nel mondo islamico, per esercitare una certa egemonia sulle popolazioni che, in vari modi, aderiscono a questa confessione al fine di rafforzare il proprio ruolo come potenza regionale.

Lo stesso paese degli ayatollah gode di una collocazione geografica che permette l’accesso a importanti giacimenti petroliferi, oltre al fatto che una parte del suo territorio si affaccia su vie di comunicazione strategiche come lo Stretto di Hormuz, un crocevia decisivo per il trasporto del greggio. L’Iran, inoltre, si affaccia sul Golfo Arabico, l’Oceano Indiano, il Mar Arabico e il Mar Caspio. Esso rappresenta, infine, uno dei più grandi paesi della regione con una superficie di circa 1,6 milioni di km2 (oltre 5 volte l’Italia) e una popolazione di più di 81 milioni di abitanti. L’economia iraniana – che, a fasi alterne, subisce embarghi e sanzioni dettate dagli Stati Uniti e da diversi altri paesi, inclusi paesi europei, ormai da decenni – riesce ancora a reggere. Infatti, malgrado la sua dipendenza dalle entrate della vendita del petrolio spesso soggette a restrizioni e fluttuazioni del prezzo, ha raggiunto un discreto sviluppo negli ultimi anni, grazie anche ai rapporti politici e agli scambi economici con paesi quali Russia, Cina e India. Segni manifesti di mire egemoniche in Medio Oriente sono emersi subito dopo la rivoluzione islamica iraniana del 1979, quando allo scopo di diffondere gli ideali della rivoluzione, in particolare nei paesi arabi, i mullah si dichiararono difensori degli interessi dei musulmani. In questo senso l’Iran ha sostenuto e sostiene con diversi mezzi la formazione di Hezbollah, diventata ormai una forte presenza nello scacchiere del Medio Oriente, impegnata a liberare i territori libanesi occupati da Israele e a difendere la sovranità del Libano. Inoltre, garantiscono un importante supporto alla formazione degli Huthi nello Yemen e ai movimenti palestinesi Hamas e dello Jihad Islamico, malgrado questi ultimi appartengano alla corrente sunnita maggioritaria dell’Islam.

L’occasione a lungo attesa per occupare il ruolo guida nella regione, si è presentata infine con gli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001 che hanno dato avvio alla cosiddetta «guerra al terrorismo» attraverso l’invasione americana dell’Afghanistan e la successiva occupazione dell’Iraq nel 2003. Per rafforzare il suo ruolo di potenza regionale, l’Iran si è tra l’altro impegnato a sviluppare un’importante industria bellica e a investire risorse per aumentare la propria capacità militare.

In tal senso va compreso anche il suo impegno nell’ambito della ricerca nucleare. Tale impegno ricopre anche la funzione di affrontare le sfide poste dalle politiche degli Stati Uniti e del suo alleato israeliano, specialmente in considerazione del fatto che quest’ultimo è in possesso di armi nucleari.

© foto Rnw

Le divisioni dottrinali non spiegano tutto

La politica dello stato iraniano si basa sulla concezione del «velayat-e faqih» ovvero dell’autorità della Guida suprema sciita, sia a livello nazionale che a livello delle comunità sciite internazionali. L’Iran si è posto diversi obiettivi: propagare il pensiero della rivoluzione islamica iraniana e sostenere i suoi alleati politicamente ed economicamente, diffondere la concezione dello sciismo facendo leva sulle varie galassie sciite e in particolare sulla difesa del suo principale alleato siriano. Tale ottica è divenuta una fonte di preoccupazione per gli stati limitrofi della regione. Attualmente infatti l’autorità della Repubblica Islamica sta facendo molti sforzi per supportare alcuni movimenti militanti, di obbedienza iraniana, nell’ambiente sciita dei paesi vicini al fine di rafforzare le proprie posizioni. Questo attivismo trova il suo culmine in Siria già a partire dagli anni ‘80 considerata un alleato fondamentale all’interno del disegno espansionistico degli ayatollah. Alla Siria si è aggiunto poi l’Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e l’ascesa al potere a Baghdad dei movimenti d’ispirazione sciita e altri vicini alle posizioni iraniane, ormai divenuti per Teheran un elemento fondamentale al fine di propagare la propria influenza politica. Ciò spiega la soddisfazione del paese degli ayatollah nel vedere la scomparsa dell’ostacolo iracheno. L’Iran, infatti, malgrado la sua influenza nella vita interna dell’Iraq, non ha dimostrato particolare interesse né alla ricostruzione del paese né tanto meno alla formazione di una forte autorità che godesse del consenso della popolazione, in quanto una guida capace potrebbe rappresentare un nuovo concorrente con il quale dover competere per il controllo dell’area.

Un conflitto intra-islamico

Il contesto mediorientale attuale è diventato uno scenario di scontro tra innumerevoli belligeranti. Fondamentalmente si è di fronte ad un conflitto intra-islamico tra la Turchia, la Repubblica islamica dell’Iran e il Regno dell’Arabia Saudita. Ognuno di questi paesi (di cui il primo e il terzo di fede sunnita) persegue da una parte il mantenimento della propria posizione, dall’altra il raggiungimento di maggiori benefici. Va notato che anche la lettura che tende ad addebitare la causa della frattura tra l’Arabia Saudita e l’Iran alla divergenza dottrinale tra la maggioranza sunnita e la corrente minoritaria sciita, rischia di essere parziale e poco chiarificatrice, nel momento in cui la politica della Turchia diverge anche da quella saudita e da quella egiziana, pur essendo tutti e tre i paesi di orientamento sunnita. Mentre constatiamo, come abbiamo poc’anzi menzionato, l’appoggio iraniano a movimenti sunniti come Hamas e Jihad islamica in Palestina. Un ulteriore esempio, in questa direzione, è dato dalla posizione iraniana rispetto al conflitto del Nagorno-Karabakh, zona contesa tra l’Armenia cristiana e l’Azerbaijan islamico a maggioranza sciita. L’Iran, infatti, per motivi geostrategici, appoggia l’Armenia piuttosto che l’Azerbaijan.

Nessun vincitore, tanti perdenti

Come si evince da questa breve descrizione, il panorama politico medio orientale è carico di forti contrasti e contraddizioni, non da ultimo l’annoso conflitto israelo-palestinese che per decenni ha rappresentato la causa principale d’instabilità per tutta la regione.

Attualmente in Medio Oriente agiscono innumerevoli attori – grandi, medi, piccoli e piccolissimi – e ognuno di essi cerca di giocare al meglio le proprie carte, a volte in alleanze dichiarate, altre volte in accordi fatti dietro le quinte. In questo quadro va ricordato che anche la Federazione Russa e gli Stati Uniti hanno a disposizione dei giocatori locali che si muovono sullo scacchiere in funzione degli interessi degli uni o degli altri. Gli osservatori delle vicende del Medio Oriente si trovano quindi di fronte a un quadro di enorme complessità per cui è pressoché impossibile fare delle previsioni. Sperare in una schiarita nel prossimo futuro risulta arduo, vista anche la paralisi delle istituzioni internazionali e in particolare l’inerzia che distingue l’azione dell’Onu.

Non rimane altro che sperare nello sviluppo di un pensiero civile trasversale nei diversi paesi, capace di leggere e affrontare le drammatiche condizioni in cui versano le popolazioni del Medio Oriente.

Adel Jabbar


Medio Oriente ed Iran: date essenziali

  • 1299-1922 – Nascita e morte dell’Impero ottomano.
  • 1920-1923 – Spartizione dell’Impero ottomano con i trattati di Sèvres e Losanna.
  • 1979 – Rivoluzione islamica iraniana.
  • 1980-1988 – Guerra tra Iran ed Iraq.
  • 1990-1991 – Prima guerra del Golfo.
  • 2001, 11 settembre – Attacco alle Torri gemelle e inizio della «guerra al terrorismo».
  • 2003 – Seconda guerra del Golfo.
  • 2018, maggio – Gli Usa escono dall’accordo sul nucleare iraniano che era stato siglato nel luglio 2015.
  • 2019, 2 maggio – Sanzioni Usa per tutti i paesi che acquistano petrolio iraniano.
  • 2019, novembre – Proteste e disordini in Iran dopo l’annuncio dell’aumento dei prezzi.
  • 2020, 3 gennaio – Gli Usa uccidono il generale iraniano Qassem Soleimani.
  • 2020, gennaio – Nuove sanzioni Usa verso l’Iran.
  • 2020, 21 febbraio – Alle elezioni del parlamento iraniano partecipa soltanto il 42,57% degli aventi diritto. Era stato il 62% nel 2016 e il 66% nel 2012. La vittoria (scontata) va ai conservatori.
  • 2020, febbraio-marzo – Si diffonde l’epidemia da coronavirus.

 

Formazioni e partiti appoggiati dall’Iran:

  • Hezbollah – In Libano.
  • Huthi – In Yemen.
  • Hamas e Jihad islamico* – In Palestina e in Israele.
  • Partiti sciiti – In Iraq.
  • Alauiti – Gruppo sciita siriano cui appartiene anche il presidente Bashar al-Assad.

L’Iran ha rapporti buoni con il Qatar* e ondivaghi con Turchia* e Afghanistan*. I nemici per antonomasia sono invece: Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita*.
(*) paesi di fede sunnita.

© Stephen Melkisethian

Nessuno tocchi WhatsApp

La goccia è stata una tassa su WhatsApp, ma i problemi vengono da lontano. Un sistema politico confessionale, frammentato e corrotto e un’economia alla deriva (in bancarotta dal 9 marzo) hanno portato il Libano in piazza.

Beirut. Erano cominciate pacificamente le proteste in Libano. Subito dopo l’annuncio del governo sull’incremento delle tasse, il 17 ottobre, un milione e 200mila persone erano scese nelle piazze di tutte le città principali del paese.

Erano cominciate pacificamente, ma qualcosa, almeno nelle ultime settimane, è cambiato. Sulla strada che porta da Martyr Square, la piazza dei martiri, verso il Suq, la via principale dello shopping, la protesta ha preso una piega più rabbiosa e violenta: cancelli dei palazzi sradicati e usati come scudi contro la polizia, asfalto frantumato per poterne lanciare i pezzi, vetrine di negozi e banche distrutte. Ogni notte, dopo la fine delle proteste, strade e piazze somigliano a un campo di battaglia.

Seguo l’evolversi delle manifestazioni dalla metà di dicembre. Da allora, nuovi gruppi di ragazzi si sono uniti alle proteste e il modo di contestare è cambiato nel tono e nell’intensità. In particolare, c’è stato un incremento del vandalismo dal fine settimana del 18 gennaio, da quella che è stata soprannominata «The Week of Rage», la settimana della rabbia. Insieme a donne, bambini e anziani, ci sono gruppi di ragazzi che costantemente cercano lo scontro con le forze dell’ordine. Sassi, vasi di fiori, segnali stradali, estintori, qualsiasi cosa viene lanciata contro le forze dell’ordine che rispondono con idranti, lacrimogeni e, ultimamente, con proiettili di gomma. Nel fine settimana del 25 di gennaio, diversi ragazzi hanno perso un occhio, proprio per l’uso di questi proiettili «non letali».

Tutto si ripete in una specie di routine quotidiana con i cortei che si avvicinano e arretrano, a seconda della risposta della polizia. È diventato così sistematico che, all’interno delle manifestazioni, ci sono anche ambulanti che vendono acqua e cibo, altri vendono mascherine per proteggersi dai gas. Altri ancora distribuiscono pezzi di cipolla cruda che, se respirati, dovrebbero alleviare gli effetti dei lacrimogeni.

Come si è arrivati a tutto questo? Quali sono le origini di tanta rabbia, chi sono i ragazzi degli ultimi gruppi più violenti?

Un maronita, uno sciita, un sunnita

La scintilla che ha fatto scoppiare il caos è stata l’annuncio del governo di un aumento,
programmato per marzo 2020, delle tasse su benzina, tabacco, internet e varie applicazioni social come WhatsApp.

Questa notizia ha portato un numero mai visto di persone nelle piazze. Tutto quello che è accaduto dal 17 ottobre in poi, è stato un crescere di malcontento e rabbia per una situazione sociale precaria, che in realtà va avanti da almeno un paio d’anni.

Il Libano ha un’economia pressoché stagnante: altissimi tassi bancari, razionamento di acqua ed elettricità, un cambio teoricamente fisso con il dollaro (= 1.518,08 lire libanesi). Inoltre, il paese ha un tasso di disoccupazione che supera il 47%, e il terzo debito pubblico più alto al mondo: 151% del Pil a fine 2018.

Come se tutto questo non bastasse, poco prima dell’annuncio sull’aumento delle tasse, una serie di incendi, molto probabilmente dolosi, ha sconvolto la zona dei parchi naturali con soccorsi arrivati in ritardo, mezzi antincendio ed elicotteri da milioni di dollari, rimasti fermi per mancanza di manutenzione. Questo evento ha mostrato, ulteriormente, l’incapacità dell’esecutivo ad agire in un momento di crisi. Il governo, insieme alle banche, è uno dei principali accusati per questa economia al collasso.

Il governo libanese è settario, per l’articolo 24 della Costituzione del 1926 e successivi accordi, il sistema è formato in modo da dare a tutte le confessioni religiose – sono 18 – una rappresentanza. Così i seggi in parlamento sono divisi proporzionalmente tra cristiani e musulmani e, a loro volta, tra i sottogruppi. Ad esempio, tra i cristiani, abbiamo: armeni, greco ortodossi, maroniti, ecc. I musulmani invece annoverano, tra le proprie confessioni: sunniti, sciiti, drusi, ismaeliti e alauiti. Il presidente deve essere un cristiano maronita (attualmente Michel Aoun), il primo ministro deve essere sunnita (Hassan Diab), il presidente del parlamento, sciita (Nabih Berri).

In questo mosaico di confessioni gli sciiti sono la percentuale maggiore, il 30% della popolazione, e sono rappresentanti in parlamento anche dall’organizzazione Hezbollah (vedere riquadro) che, negli ultimi anni, ha conquistato ministeri chiave all’interno del governo (attualmente salute e industria).

© Angelo Calianno

Il movimento «Li haqqi»

Cerco qualcuno che possa raccontarmi quello che sta accadendo in Libano in maniera più obiettiva e lucida. Molte persone intervistate hanno spesso opinioni condizionate dalla loro fede o dalla propaganda. Chiedendo a vari giornalisti libanesi, con cui spesso mi ritrovo a lavorare nelle piazze, tutti mi indicano Nizar Hassan.

Lui è un ricercatore e attivista di 26 anni. Esperto di politica, negli ultimi anni ha cofondato un gruppo di attivismo politico chiamato «Li haqqi» («per i miei diritti», in arabo). Collabora con diverse testate locali, trasmissioni radio e web.

Lo incontro in uno dei caffè libanesi, dove si riuniscono studenti, intellettuali e attivisti. Decidiamo di darci del «tu». Gli chiedo subito perché i media stranieri hanno chiamato la rivolta «la protesta di WhatsApp». «Molti – risponde Nizar – le hanno dato questo titolo, in realtà è solo uno dei tantissimi punti contro cui ci stiamo ribellando. È vero però che WhatsApp è importante in Libano, dato che i costi della telefonia mobile sono praticamente inaccessibili, soprattutto per i più poveri. Per questo, per comunicare, tutti usano WhatsApp. Dunque, puoi immaginare la reazione della gente, quando è arrivata la notizia che volevano tassare anche quello».

Chiedo quali siano le principali questioni per le quali il suo gruppo si batte. «Il Libano ha problemi molto grandi. L’annunciato aumento delle tasse è stato la circostanza che ha fatto dire alla gente “basta”, ma la nostra economia è ferma da anni. Non ci sono investimenti dall’estero, tasse altissime senza sapere davvero dove finiscono i nostri soldi vista la corruzione dilagante. Da tempo le banche internazionali hanno portato la liquidità all’estero. Quindi, siamo limitati in quello che possiamo prelevare, tra l’altro con percentuali altissime di commissione, a volte il 30%. Uno dei nostri grandi problemi è il sistema politico settario, questa organizzazione dello stato non permette la possibilità di avere gruppi progressisti al suo interno, quindi niente riforme».

Intervistando diverse persone per strada, ho avuto modo di chiedere chi, secondo loro, potessero essere le frange violente apparse nelle ultime settimane, quelle che stanno distruggendo le vetrate di banche e negozi. Alcuni mi hanno detto che è gente pagata da Hezbollah per screditare le manifestazioni e alimentare nel contempo le reazioni della polizia. Altri mi hanno detto che sono pagati direttamente da una parte del governo uscente, in modo che non se ne formi uno nuovo. Chiedo dunque al mio interlocutore, che ha partecipato alle proteste dall’inizio, cosa ne pensa di queste voci.

«C’è molta propaganda e molte teorie di cospirazione a proposito di questo – racconta Nizar -. Hanno messo in giro la voce che qualcuno è stato pagato, così da non prendere i manifestanti troppo sul serio. La verità è che anche gli atti vandalici sono figli della mancata risposta del governo alle richieste della popolazione. Questi ragazzi sono semplicemente persone esasperate dalla situazione. La rabbia è aumentata».

Gli chiedo quale sarebbe la soluzione migliore secondo lui. «La situazione ideale, che davvero rimarrà solo un sogno, sarebbe quella di avere un partito progressista all’interno del parlamento. Qualcuno non più legato alle confessioni religiose. Quello che penso avverrà, sarà la formazione di un governo tecnico. Quello che si deciderà all’interno di questo governo e chi ne farà parte, lo decideranno anche l’evolversi delle proteste».

Prima di lasciarci, chiedo a Nizar cosa vuole il movimento di cui fa parte: «Il nostro programma è molto chiaro: una severa legge anticorruzione, una riforma nel sistema di organizzazione del governo, più libertà ai giudici, riforma del sistema bancario e, ovviamente, l’annullamento degli aumenti sulle tasse previsti per marzo».

In piazza, tra i manifestanti

Martyr Square, la piazza dei martiri, sembra una piccola tendopoli. Qui si riuniscono ogni giorno vari gruppi di manifestanti: c’è chi discute, chi beve un tè, chi fuma dal narghilè. La piazza è diventata un simbolo di protesta permanente che poi si dirama nel resto della città.

Qui, tra i tanti, incontro Ahmad, operaio di fede sciita: «Lavoravo in una fabbrica che ha chiuso due anni fa, come tante altre. Ora mi arrangio come posso, faccio lavori di edilizia quando c’è bisogno, a volte guido un taxi. Quando riesco a lavorare, anche per 10 ore al giorno, non guadagno mai più di 5-6 dollari. Per il momento stiamo andando avanti grazie alle nostre famiglie, ci aiutiamo a vicenda. Cerchiamo di risparmiare su quello che possiamo, soprattutto sul cibo, ma guardati attorno, fino a qualche anno fa avevamo turisti, gli alberghi sulla costa erano pieni. Ora, a parte qualche giornalista, non viene più nessuno».

Hatem invece è un poliziotto. Anche le forze dell’ordine, loro malgrado, vivono una situazione complicata in questo periodo. Turni massacranti, notti intere di guardia, spesso fatti bersaglio di oggetti pericolosi. Hatem racconta: «Anche molti di noi sono in difficoltà. Dobbiamo lavorare il doppio delle ore con uno stipendio basso. Molti di noi sono d’accordo con chi protesta e vorremmo anche essere dall’altra parte, insieme ai manifestanti. Ma se perdiamo questo lavoro, è la fine. Tanti di noi hanno fatto domanda per essere assegnati ad altri dipartimenti, in villaggi più piccoli o sulle montagne. Ovunque, pur di evitare gli scontri con la nostra gente. Se io potessi, lascerei il paese per andare all’estero. Chi poteva, lo ha già fatto».

Nuovo governo, vecchi problemi

Amnesty International ha accusato le forze dell’ordine e l’esercito libanese di reazioni eccessive durante «the week of rage». In particolare, è stato messo sotto accusa l’uso non autorizzato dei proiettili di gomma, per altro sparati tra volto e petto, quindi estremamente pericolosi.

Il 20 dicembre 2019 Hassan Diab, ex professore universitario, è stato nominato dal presidente Michel Aoun come primo ministro di un nuovo governo con ministri tecnici, come anche Nizar Hassan aveva previsto. Subito dopo la nomina di Diab, un gruppo di contestatori ha raggiunto la casa del nuovo premier protestando con veemenza, e recandosi lì quasi ogni giorno per esprimere il proprio dissenso. Hassan Diab è stato sempre sostenuto da Hezbollah. Le associazioni dei movimenti di protesta pensano che la sua nomina, visto il rapporto di Diab con l’organizzazione sciita, non farà altro che mantenere lo stesso sistema di governo, solo con protagonisti diversi.

Molto è accaduto in Medio Oriente negli ultimi mesi. In queste terre, dagli equilibri molto fragili, tutto quello che succede negli stati confinanti ha un effetto nei paesi vicini. Dopo la morte di Soulemani, ucciso in Iraq dalle forze Usa, le strade di Beirut sono state tappezzate di foto del generale iraniano e un grande corteo, formato da sciiti, ha marciato per le vie principali delle città. Il Libano accoglie moltissimi rifugiati, oggi 1 milione e mezzo, provenienti dalla Siria, praticamente un rifugiato ogni 4 abitanti; una delle percentuali più alte al mondo.

In un sistema politico così precario, anche l’arrivo di nuovi e possibili profughi, date le ultime tensioni in Iraq, rappresenta un’emergenza che lo stato farà fatica ad affrontare.

Il 14 febbraio 2005 in seguito a un attentato, fu ucciso, insieme ad altre 21 persone, Rafiq Al-Hariri, allora ex primo ministro libanese. Il corteo funebre per Al-Hariri si trasformò presto in una rivolta, conosciuta poi come la «Rivoluzione dei cedri». Oggi in Libano, nelle piazze risuonano gli stessi slogan di quei giorni, si leggono le stesse scritte di rabbia e protesta sui muri. Se il silenzio, colpevole, del governo nei confronti dei manifestanti si protrarrà oltre, molti temono un ulteriore inasprirsi delle contestazioni.

Angelo Calianno

© Angelo Calianno

Storia libanese – Cronologia essenziale

  • 1516-1918 – Il Libano fa parte del dominio dell’Impero ottomano.
  • 1920 – La Lega delle Nazioni assegna il controllo del Libano e della Siria alla Francia.
  • 1926 – Viene scritta e approvata la Costituzione libanese sotto mandato francese.
  • 1943 – Il governo, in base a una legge non scritta, viene ripartito tra le varie confessioni religiose.
  • 1944 – La Francia accetta di cedere l’amministrazione dello stato al governo libanese.
  • 1958 – La divisione del paese tra i sostenitori del presidente Camille Chamoun (cristiano maronita e filo occidentale) e quelli del socialista Kamal Jumblatt sfocia in sanguinosi scontri. Il presidente Chamoun chiede aiuto agli Stati Uniti che inviano i marines.
  • 1967 – Durante la guerra arabo-israeliana, il Libano non partecipa ufficialmente a nessuna azione. Tuttavia, i palestinesi usano le postazioni libanesi per il lancio di razzi contro Israele.
  • 1975 – Il 13 aprile, nel quartiere di Beirut Ayn al-Rummna, un gruppo di miliziani palestinesi spara contro una folla che assisteva alla consacrazione di una chiesa, uccidendo 4 persone e ferendone altre 7. Poche ore dopo, un secondo gruppo di 27 miliziani palestinesi, prova ad attaccare nuovamente il quartiere di Ayn al-Rummna. Dopo uno scontro violentissimo, contro i cristiani, vengono uccisi tutti e 27: è l’inizio ufficiale della guerra civile.
  • 1976 – Militari siriani, alleati con le milizie cristiane, assediano il quartiere palestinese di Tall El Zaatar e ne tagliano le forniture d’acqua. Il quartiere viene bombardato con razzi, centinaia di persone vengono uccise dai cecchini. Vengono uccisi anche alcuni medici e infermieri della Croce Rossa, i volontari provavano a portare aiuti nel campo. Alla fine, i morti saranno 3mila.
  • 1978 – Israele invade una striscia di territorio nel Sud del Libano, una zona cuscinetto usata per contrastare l’Olp.
  • 1982 – In risposta agli attacchi dell’Olp in Galilea, Israele lancia un massiccio attacco e invasione del Libano. I militari israeliani invadono tutta la parte meridionale fino alla zona Sud di Beirut, che viene bombardata: ha inizio la «prima guerra libanese». Arrivano, con una missione di pace, forze militari francesi, italiane e statunitensi.
  • 1983 – In aprile attacchi suicidi, attribuiti ad Hezbollah, uccidono 63 persone fuori dell’ambasciata americana. Ad ottobre, un altro attacco, colpisce il quartiere dei peacekeepers, uccidendo 241 soldati, per la maggior parte francesi e americani.
  • 1985 – La maggior parte delle forze militari israeliane si ritirano ripiegando a Sud, vicino al confine.
  • 1990 – L’aviazione siriana colpisce il palazzo presidenziale. Questo mette ufficialmente fine alla guerra civile libanese.
  • 1991 – L’Assemblea nazionale scioglie tutti i gruppi di miliziani coinvolti nella guerra civile. Tutti, eccetto quello di Hezbollah, potente gruppo sciita.
  • 1992 – Il miliardario Rafiq al-Hariri viene eletto primo ministro. Verrà assassinato durante un attentato nel 2005.
  • 2006 – Hezbollah rapisce due soldati Israeliani. Israele risponde con il lancio di missili e bombardamenti. L’attacco fa molte vittime tra i civili. L’evento verrà ricordato come la guerra dei 30 giorni o «seconda guerra libanese».
  • 2007 – Nel campo profughi di Nahr al-Bared, scoppia una rivolta tra militanti musulmani estremisti ed esercito. Muoiono 300 persone.
  • 2008 – Il Libano instaura dei rapporti diplomatici con la Siria: è la prima volta che accade da quando gli stati sono diventati indipendenti, nel 1940.
  • 2009 – Saad Hariri, figlio di Rafiq, viene nominato primo ministro.
  • 2011 – Un tribunale speciale delle Nazioni unite in Libano emette un mandato di arresto per alcuni membri di Hezbollah, accusati dell’omicidio di Rafik Hariri nel 2005. Hezbollah si oppone, dichiarando che non permetterà l’arresto di alcuno dei suoi membri.
  • 2013 – Diverse tensioni vengono registrate ai confini con la Siria, in seguito alla guerra. Molti militanti antigoverno siriani, si rifugiano in Libano dopo gli attacchi. L’Unione europea annovera Hezbollah nella lista ufficiale dei gruppi terroristici. Sempre come conseguenza della guerra in Siria, una grandissima ondata di rifugiati arriva nel paese, circa 700mila siriani.
  • 2013 (novembre) – Un attacco suicida fuori dall’ambasciata iraniana a Beirut uccide 22 persone.
  • 2014 – Il numero dei rifugiati siriani in Libano supera il milione. Il presidente Suleiman finisce il suo mandato. Una serie di attentati viene perpetrata durante le campagne elettorali per il suo successore.
  • 2016 – Saad Hariri diventa nuovamente primo ministro.
  • 2019 (ottobre) – Dopo l’annuncio dell’aumento delle tasse, più di un milione di manifestanti scende nelle piazze libanesi. Il primo ministro Saad Hariri rassegna le dimissioni.
  • 2020 (21 gennaio) – Il professore universitario Hassan Diab viene designato primo ministro. Avrà il compito di guidare un governo tecnico.
  • 2020 (9 marzo) – Il Libano è ufficialmente in bancarotta (default): i debiti non potranno essere ripagati.

An.Ca.

© Angelo Calianno

Il ruolo di Hezbollah («il partito di Dio»)

Hezbollah significa «partito di Dio». Nasce originariamente come un gruppo paramilitare sciita, cominciando a formarsi nel 1975 all’inizio della guerra civile libanese. Diventa più organizzato, e un vero e proprio partito politico, nel 1982, durante l’invasione di Israele che voleva espellere i militanti palestinesi dal Libano.

Hezbollah si ispira alla teocrazia iraniana di Khomeini e, negli anni, è finanziato da Siria e Iran. Il loro manifesto recita: «Il presupposto della nostra lotta contro Israele è che l’entità sionista, sin dalle sue origini, ha natura aggressiva ed è costruita su terre strappate ai legittimi proprietari, a spese dei musulmani. Pertanto, la nostra lotta potrà dirsi conclusa solo con l’eliminazione di questa entità. Non sigleremo alcun trattato con essa, non accetteremo alcun cessate il fuoco e alcun accordo di pace».

Nel 1983, Hezbollah si rende protagonista di una serie di attentati suicidi contro la presenza statunitense in Libano. In questi attacchi muoiono 258 soldati americani, inducendo il presidente Reagan a ritirare le truppe.

Hezbollah entra nel parlamento libanese nel 1992, durante i trattati per mettere fine alla guerra civile. Al gruppo viene consentito di mantenere le armi, oggi, «l’arsenale di Hezbollah» è uno dei temi più controversi della politica libanese. Hezbollah si rende spesso protagonista di attacchi con razzi (forniti dall’Iran) contro Israele. Inoltre, offre pubblico supporto alla Siria di Assad.

In questo momento di particolare confusione nella politica e nella società libanesi, Hezbollah è anche nel nuovo governo (definito tecnico) di Hassan Diab. Sarà difficile che questa sua presenza contribuisca a risolvere la complicata situazione del paese.

An.Ca.

Un mosaico di confessioni religiose

Nota bene: queste stime non tengono conto dei rifugiati siriani e palestinesi.

I musulmani rappresentano quasi il 60% della popolazione, divisi tra: sciiti, sunniti, ismaeliti, drusi, alauiti.

I cristiani sono circa il 37% divisi tra: maroniti, greci ortodossi, cattolici greci, armeni ortodossi, armeni cattolici, siriaci ortodossi, siriaci cattolici, nestoriani, caldei, copti, cattolici romani, evangelici.

L’ultima religione, in ordine di consistenza, è quella ebraica, ridotta a poche centinaia di seguaci. In minima parte, sono anche praticati il buddismo e l’induismo.

Ci sono 24 cattedrali in Libano, divise per le varie confessioni, la maggior parte sono di rito maronita. La principale è la cattedrale di San Giorgio a Beirut. Le altre chiese di maggiore importanza nella capitale sono: la cattedrale greco ortodossa di San Giorgio, San Luigi (fondata dai frati cappuccini), San Dimitrios, Santi Elia e Gregorio Armeno, Sant’ Elia (maronita).

An.Ca.

La missione Onu e i militari italiani in Libano

I primi soldati italiani arrivarono con la missione Unifil – United Nations Interim Force in Lebanon -, partita nel marzo 1978 e più volte prorogata. Nel 1982, l’ltalia rafforzò la propria presenza con la missione «Italcon», sempre sotto l’egida dell’Onu. Le forze italiane furono impegnate, insieme a quelle francesi, statunitensi e inglesi, durante la guerra civile libanese.

Un ulteriore intervento si ebbe nel 2006 con l’operazione «Leonte», operazione di pace sempre a guida Onu. L’operazione era volta alla ricognizione delle coste e al monitoraggio delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Oggi l’Italia, in Libano, ha il comando delle operazioni generali dell’Unifil. Sono presenti, sul territorio, 1.200 militari italiani che si occupano anche dell’addestramento delle truppe locali. A novembre 2019 a Shama, una delle principali basi italiane, è avvenuto il passaggio di responsabilità del contingente italiano; la consegna è avvenuta tra la Brigata Aosta e quella dei Granatieri di Sardegna.

An.Ca.

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Vivere oggi a Teheran

Nati dopo la rivoluzione

Le proteste di fine 2019 sono nate per l’aumento dei prezzi della benzina (+50%). Nel paese la situazione generale è pesante (anche per il Covid-19) e c’è una sensazione d’attesa. Anche se molti hanno perso la speranza di arrivare a un vero cambiamento.

Iranian Supreme Leader Press Office / Handout / Anadolu Agency

Teheran, un bell’appartamento panoramico nei quartieri alti. Leila ci abita con suo marito. Sono una coppia affiatata, non hanno problemi economici, ma si sentono soli. Delle rispettive famiglie sono gli unici rimasti a vivere in Iran: fratelli e genitori sono a Dubai, in Canada, in Germania. Leila ha studiato all’estero. Finiti gli studi, però, è tornata a lavorare nel suo paese, cui è legata anche dalla fede religiosa. Profondamente devota, ha sempre svolto i riti della preghiera in casa, senza andare in moschea a esibire la propria fede. Insegna nella più prestigiosa università di Teheran. Non ha mai immaginato un futuro fuori dal proprio paese, quindi, a differenza di tanti altri, non ha mai avuto l’intenzione di emigrare.

Date queste premesse, non mi aspettavo il tenore della nostra conversazione, un pomeriggio di fine dicembre. Quel giorno era il quarantesimo dalla repressione delle proteste di metà novembre, era la giornata in cui, secondo la tradizione, se ne sarebbero dovuti commemorare i morti. Era corsa voce che per l’occasione la gente sarebbe tornata a protestare nelle strade della capitale e del paese. A Teheran l’aria era fitta di inquinamento e di attesa. Nei punti nevralgici era pieno di polizia, di basij (i volontari pro governo) pronti sulle loro motociclette, di agenti in borghese.

«Magari succede qualcosa…», mi ha confidato Leila, quasi con desiderio. Ho sgranato gli occhi. Da lei simili parole? Follia, pura irrazionalità. «Forse è meglio di no – le ho risposto -. Sai bene che loro (gli uomini della casta al potere) non si fermano davanti a nulla, che scorrerà di nuovo il sangue». «E che sia, se questo è il prezzo da pagare!», ha ribadito l’amica. Così ho capito che qualcosa era cambiato: aveva perso la speranza.

«Non ce la faccio più, non prego più come prima, penso che dovremo andarcene da qui. Nei giorni della rivolta il capo del nostro dipartimento ha dovuto tenere un discorso ufficiale agli studenti e propagandare le ragioni del governo. Se lo avessero chiesto a me? Non avrei mai potuto farlo. Meglio andarsene prima, tanto a loro non interessa nulla, né dell’università, né degli studenti. Che senso ha lavorare in queste condizioni?». Sì, Leila, come tanti altri, non sperava più.

Le vittime occultate

A metà novembre 2019 in tutto l’Iran sono iniziate manifestazioni di protesta. Come nel 2017-18, il motivo scatenante è stato economico: questa volta il rincaro del prezzo della benzina (oltre il 50% in più), ma, come due anni prima, gli slogan sono diventati subito politici. Senza precedenti, invece, è stata la violenza della repressione. Per la prima volta c’è stato un totale blackout di internet, che è durato da una a due settimane, a seconda dei luoghi. Ovviamente, le cifre ufficiali non sono attendibili e fonti diverse danno numeri diversi, ma la gente qui parla di 1.500 morti, che è quanto riporta anche l’agenzia Reuters. Nel sobborgo di Teheran dove mi trovo gira la voce che, tra gli abitanti, ci siano state 150 vittime. Behruz, un amico di Shiraz (Centro Sud del paese), riporta per la sua città la cifra di 400 vittime. «I cecchini colpivano la gente in strada dai tetti delle case. Hanno usato anche gli elicotteri per sparare alla gente! – la voce gli trema per l’indignazione -. Vedrai che presto succederà qualcosa. Qualcosa dovrà cambiare». Queste parole in bocca al mite Behruz non sono usuali.

Forse i numeri sono esagerati, o forse no, ma in fondo, poco importa. La percezione di tutti è di aver assistito allo scatenarsi di una ferocia inaudita, che ha ucciso in modo indiscriminato, ingiustificato, brutale. Ha colpito i manifestanti inermi, ha colpito tanti che non manifestavano, curiosi o passanti che fossero, non ha risparmiato bambini, donne, ragazzi. Ai parenti delle vittime è stato imposto di seppellire i loro cari nel silenzio, niente cerimonie, niente annunci, niente foto. Nel nostro sobborgo le gigantografie esposte davanti alle moschee sono quelle di guardie della rivoluzione o basij assassinati per vendetta. Li hanno riconosciuti e accoltellati poi, a sangue freddo, mi spiegano.

Giovani e anziani: aspettative diverse

Behruz è giovane: un po’ più giovane di Leila, ma entrambi nati dopo la rivoluzione del 1979. Come Leila, anche Behruz immagina che una rivolta aperta potrebbe avviare un cambio di regime. Nei giorni delle proteste le piazze si sono riempite di giovani e giovanissimi; proprio tra di loro è stato mietuto il maggior numero di vittime. Ma la generazione dei più anziani, di coloro che hanno vissuto la rivoluzione e poi gli otto anni di guerra con l’Iraq, non si aspettano cambiamenti repentini, e neppure li auspicano, non perché non li desiderino, ma perché sanno che qualsiasi tentativo di rivolta dal basso porterebbe a un terribile bagno di sangue.

La Guida suprema e i religiosi attorno a lui non hanno intenzione di rinunciare al controllo sul paese. Hanno in mano due oliatissimi strumenti di repressione: il corpo delle guardie della rivoluzione (pasdaran, sepa) e l’organizzazione dei volontari (basij), e non esiterebbero a usarli contro chiunque tentasse di minare il loro potere.

I Guardiani e le liste elettorali

In tutto questo niente di strano che, prima delle elezioni parlamentari dello scorso 21 febbraio, il Consiglio dei guardiani non abbia ammesso circa la metà delle candidature. La squalifica dei candidati a un’elezione è prassi comune di lotta politica nella repubblica degli ayatollah. Persino ad Akbar Hashemi Rafsanjani, uno dei protagonisti della rivoluzione islamica, ex presidente dell’Iran, e, fino alla morte, presente al fianco di Khamenei nelle apparizioni pubbliche, nel 2013 i Guardiani negarono il permesso di concorrere per le presidenziali. Questa volta, però, la loro scure si è abbattuta sui candidati riformisti con mano particolarmente pesante; quella stessa mano che, a novembre, ha messo in atto la repressione delle rivolte.

È evidente l’intenzione del regime di compattarsi davanti alla pressione esterna e, soprattutto, davanti al crescente malcontento interno. Come a ogni tornata elettorale, la Guida suprema con insistenza ha sollecitato gli iraniani a votare. Per gli uomini del regime è sempre stato importante poter vantare un’alta affluenza alle urne, che essi interpretano come una legittimazione popolare e sventolano come una prova del carattere autenticamente democratico della repubblica islamica.

Però le sirene della propaganda di stato questa volta non hanno funzionato. Si è registrata la più bassa affluenza alle urne dell’Iran post rivoluzionario: 42% a livello nazionale, addirittura 25% nella capitale. D’altra parte, le squalifiche avevano tolto agli iraniani la possibilità di scegliere, come successo altre volte, il «male minore», e cioè i candidati moderati e riformisti.

Maria Chiara Parenzo

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Tra guerre e nuove alleanze

Sua maestà il petrolio

Ai tempi dello shah, Stati Uniti e Iran erano alleati. Dopo la rivoluzione del 1979, gli Usa preferirono l’Iraq di Saddam Hussein per contrastare l’Iran sciita. Un andirivieni di alleanze, sanzioni e accordi non in nome della democrazia e dei diritti, ma sempre in nome del petrolio.

Il 3 gennaio 2020, all’una di notte, un missile lanciato da un drone colpisce e incenerisce due auto mentre viaggiano in autostrada verso l’aeroporto di Baghdad. A bordo ci sono otto persone, tutte morte all’istante, incluso il comandante della Forza di mobilitazione popolare irachena conosciuto come Abu Mahdi al Mohandis. Ma il vero obiettivo era Qassem Soleimani, generale che coordinava le attività iraniane in Iraq. Lo rivelava la Casa Bianca nel rivendicare la paternità dell’attacco. Un ennesimo atto di ostilità in un rapporto di inimicizia che dura da decenni.

In principio Iran e Usa erano alleati. Nel 1941 la monarchia iraniana – retta dallo shah Mohammad Reza Pahlavi (subentrato al padre) – chiese l’aiuto degli Stati Uniti per arrestare l’occupazione militare messa in atto da Inghilterra e Russia che, all’epoca, erano alleati contro il nazismo. Gli Stati Uniti inviarono 30mila soldati che vennero ritirati a normalizzazione avvenuta. Normalizzazione che continuava a contemplare la presenza di imprese petrolifere britanniche che rimasero in Iran fino al 1979 quando avvenne la Rivoluzione islamica. Tuttavia, l’invio di truppe da parte degli Stati Uniti era stato considerato un gesto di grande amicizia e il legame con la famiglia reale rimase così solido da trasformare l’Iran in una sorta di protettorato Usa. Finché la monarchia rimase al potere, gli Stati Uniti inondarono il paese di denaro, armi, tecnici e consiglieri militari. Finanziarono perfino l’avvio del programma nucleare che più tardi sarebbe stato tanto contestato. Ma, nel 1979, un movimento di protesta guidato dalle autorità religiose islamiche riuscì a rovesciare il potere dello Shah e a poco valsero i tentativi di restaurazione messi in atto dalla Cia: la monarchia fu definitivamente estromessa dalla scena iraniana e con essa se ne andò anche l’amicizia con gli Stati Uniti.

Per Washington la perdita dell’Iran fu un duro colpo perché, dopo l’Iraq e la Siria, era il terzo paese del Medio Oriente che sfuggiva al suo controllo. Ma si dava il caso che Iraq e Iran non si vedessero di buon occhio e nella logica del divide et impera, gli Stati Uniti foraggiarono l’Iraq affinché tenesse impegnato l’Iran in una guerra che durò otto anni (1980-1988). Poi però successe che nel 1990 Saddam Hussein, dittatore dell’Iraq, pretese di invadere il Kuwait, paese sotto protezione statunitense, per cui l’Iraq tornò nella lista dei cattivi. Seguirono anni duri per Baghdad contrassegnati da un pesante embargo che privò il paese perfino dei farmaci di base. Ma il peggio arrivò nel 2003 quando Washington invase il paese portando morte, distruzione e totale dissesto, sia politico che economico.

l ruolo dell’Arabia Saudita

Neutralizzato l’Iraq, l’attenzione si concentrò di nuovo sull’Iran con due vecchie strategie: l’embargo per isolarlo e la tensione militare per sfiancarlo. E se per il primo scopo usò come pretesto il mancato rispetto dell’accordo sul nucleare, per il secondo, soffiò sul fuoco di una vecchia rivalità con l’Arabia Saudita. Ma non volendo, né una parte né l’altra, avventurarsi in conflitti diretti, altri paesi vennero utilizzati come teatri di guerra. In particolare, lo Yemen e la Siria, due paesi con guerre (ancora in corso) che, oltre ad avere provocato migliaia di morti e feriti, hanno prodotto milioni di affamati, di sfollati, di senza casa. In Yemen, 14 milioni di persone sono a rischio morte per fame ed epidemie. Quanto alla spesa militare, mentre l’Iran si è mantenuto nella sua media, l’Arabia Saudita, dal 2009 al 2018, l’ha vista aumentare del 28% con grande vantaggio commerciale per gli Stati Uniti, perché l’88% di tutte le armi importate dal paese nel periodo 2014-2018, sono state acquistate nelle nazioni alleate.

Nonostante la disponibilità all’azione militare da parte dei propri alleati, gli Stati Uniti sono comunque presenti nell’area del Golfo con mezzi e soldati. Oltre a basi aeree in Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e a navi da guerra che pattugliano la penisola arabica, in Medio Oriente stazionano   60-70mila militari Usa, di cui 45mila nei paesi che si affacciano sul Golfo Persico e 14mila in Afganistan, sul fianco Est dell’Iran. Un dispiegamento di forze che dal 2001 costa agli Usa una media di 200 miliardi all’anno. Però, se aggiungiamo alla spesa anche i soldi per i veterani e per gli interessi sul debito contratto per trovare i fondi, scopriamo che i soldi complessivamente utilizzati per mantenere la presenza militare Usa in Medio Oriente negli ultimi 18 anni, sono ammontati a 6.400 miliardi, una media di 355 all’anno. Lo calcola il Watson Institute della Brown University.

Le ragioni dell’impegno Usa

Di fronte a tanto sforzo militare la domanda che sorge spontanea è: per quale ragione? Tre risposte si affacciano alle mente. La prima: per difendere la bandiera ideologica del capitalismo e soprattutto gli interessi delle imprese statunitensi. Non a caso l’inimicizia con l’Iran è iniziata con la caduta dello shah e l’instaurazione della Repubblica islamica determinata a nazionalizzare i settori chiave dell’economia e soprattutto a non permettere a imprese straniere di arricchirsi tramite lo sfruttamento delle proprie risorse. La storia dell’Iran degli ultimi 100 anni è contrassegnata dalla determinazione dei paesi occidentali di voler controllare il suo petrolio. E senza volere ricostruire gli eventi in tutti i loro passaggi, basti dire che nel 1954 lo shah aveva concesso l’estrazione e la vendita del petrolio a un consorzio internazionale formato da una decina di multinazionali petrolifere, le principali delle quali erano British Petroleum, Shell, Compagnie Française des pétroles, Exxon e altre imprese americane minori. In contropartita, il consorzio avrebbe consegnato al governo iraniano il 50% dei profitti. Con l’avvento della rivoluzione islamica, nel 1979, l’accordo venne annullato e oggi petrolio e gas iraniani sono estratti e venduti esclusivamente dal Nioc (National Iranian Oil Company), un’impresa di proprietà governativa che si definisce la seconda impresa petrolifera mondiale per capacità estrattiva. Non così negli altri paesi del Golfo, dove molte imprese straniere, fra cui Exxon Mobil, Occidental Petroleum, BP, Royal Dutch Shell, Total, partecipano a progetti di estrazione.

La seconda risposta che potremmo darci rispetto al motivo per il quale gli Usa utilizzino tante energie per presidiare il Medio Oriente, è perché vogliono garantirsi l’approvvigionamento di petrolio. Tuttavia, a un’analisi più approfondita questa risposta oggi vacilla. Gli Stati Uniti sono essi stessi un grande produttore di petrolio. Fino al 1947 erano addirittura autosufficienti. Poi subentrò una certa dipendenza dall’estero perché i consumi cominciarono a crescere più di quanto non crescesse la produzione. A fine anni Ottanta successe addirittura che la produzione aveva cominciato a scendere e la dipendenza verso le importazioni si fece particolarmente acuta fino al 2005. Poi, la situazione cominciò a cambiare con la scoperta dello shale oil, il petrolio intrappolato nelle rocce scistose che può essere estratto grazie a una tecnologia moderna nota come fracking: l’iniezione in giacimento di un fluido ad alta pressione, normalmente acqua mista a sabbia, che, spaccando le rocce, libera il gas o il petrolio che vi è contenuto. La produzione di shale oil cresce di anno in anno e se, nel 2011, era a un milione di barili al giorno, nel 2019 era a 8 milioni al giorno. Tuttavia, l’autosufficienza non è ancora stata raggiunta e ad oggi le importazioni di petrolio continuano a coprire circa il 10% dei consumi statunitensi. Diverso, invece, il discorso per il gas. In questo settore la scoperta dello shale gas si è rivelato così abbondante da avere permesso agli Stati Uniti di produrre più gas di quanto ne consumi. Tant’è vero che sono diventati il terzo esportatore mondiale di gas, sia vendendolo tal quale ai paesi confinanti tramite gasdotti, sia vendendolo al resto del mondo come Lng, gas liquido compresso, tramite nave. Tuttavia, il primo esportatore mondiale di gas resta la Russia che, proprio per questo, gli Stati Uniti stanno cercando di ostacolare in tutti i modi, accampando perfino ragioni di sicurezza. Lo hanno fatto nel dicembre 2019, quando
Donald Trump ha firmato la legge che impone sanzioni a qualsiasi impresa che aiuti Gazprom, impresa di stato russa, a terminare il «Nord Stream 2», il gasdotto che porta il gas dalla
Russia alla Germania (e quindi all’Unione europea) attraverso il Mar Baltico. La scusa è che il gasdotto potrebbe trasformare la Germania in «ostaggio della Russia».

Ed è proprio questa ennesima guerra commerciale fra Usa e Russia a portarci sulla terza possibile risposta, squarciando il velo su un paradosso che sa di incredibile.

Sale la temperatura e sale il petrolio

Nel dicembre 2015 a Parigi venne firmato un accordo per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 1 grado e mezzo centigrado rispetto all’era preindustriale. Un obiettivo che, per essere raggiunto, richiede il dimezzamento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2025 e il loro azzeramento entro il 2050. In una parola dovremmo mettere fine, per sempre, all’era dei combustibili fossili. La realtà sembra però andare in direzione opposta. Dal 2015 al 2019 il consumo di petrolio nel mondo è aumentato del 6,5% passando da 93 a 99 milioni di barili al giorno. Ancora più rilevante il consumo di gas che, nello stesso periodo, è cresciuto dell’11%. Numeri che continuano a confermare la centralità dei prodotti petroliferi nella gestione dell’economia mondiale. E, considerato che i paesi del Golfo producono il 24% del petrolio e il 21% del gas naturale mondiale, si capisce come quest’area continui a rimanere strategica. Dal che si deduce che il vero grande motivo per cui gli Stati Uniti continuano a presidiare il Medio Oriente, con tanto dispiegamento di forze, è il controllo del mondo attraverso il petrolio. Con un unico intento: favorire gli stati di ortodossa fede capitalista e penalizzare tutti gli altri. Che tradotto a livello produttivo significa favorire le monarchie del Golfo contro l’Iran. A livello di acquisti significa favorire i propri alleati europei e asiatici contro la Cina. Una Cina che sa di trovarsi in posizione di debolezza considerato che deve importare il 75% del proprio fabbisogno petrolifero. Con un’unica possibilità per sottrarsi all’egemonia degli Stati Uniti: la diversificazione dei propri fornitori. Ma, per quanti sforzi faccia, le sue importazioni di petrolio dipendono per il 44% dai paesi del Golfo. Una spada di Damocle sulla sua testa destinata a pesare a ogni tavolo di trattative che Pechino ha con Washington. Perché non può dimenticare che chi controlla lo Stretto di Ormuz, di fatto controlla il mondo.

Francesco Gesualdi

© Youngrobv

Indicazioni bibliografiche

  • Aa.Vv., America contro Iran, in «Limes», n. 1, febbraio 2020.
  • Aa.Vv., Attacco all’Impero persiano:
    Washington stringe la morsa sull’Iran, in «Limes», n. 7, luglio 2018.
  • Alessandro Cancian, La scuola degli imam e l’educazione religiosa nell’Islam sciita, Jouvence, Milano 2015.
  • Antonello Sacchetti, Iran, 1979, la rivoluzione, la repubblica islamica, la guerra con l’Iraq, Infinito edizioni, Formigine
    (Modena) 2013.
  • Ervand Abrahamian, Storia dell’Iran, dai primi del Novecento a oggi, Feltrinelli,
    Milano 2013.
  • Michael Axworthy, Iran rivoluzionario. Una storia della repubblica Islamica,
    Edizioni Leg, Gorizia 2017.
  • Riccardo Redaelli, L’Iran contemporaneo, Carrocci, Roma 2011.
  • Ryszard Kapuscinski, Shah-in-Shah, Feltrinelli, Milano 2001.
Presidency of Iran / Handout / Anadolu Agency

Hanno firmato questo dossier:

ADEL JABBAR – Sociologo e saggista nell’ambito dei processi migratori e della comunicazione interculturale. È libero docente e collaboratore presso istituzioni accademiche e organismi di ricerca e formazione. Ha insegnato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’Università di Torino, all’Università di Modena e Reggio Emilia. Svolge attività di referente scientifico dell’Ufficio multilingue della provincia autonoma di Bolzano ed è collaboratore del Centro per la pace di Bolzano e del Forum per la pace della provincia autonoma di Trento. Negli ultimi anni ha insegnato Islamistica all’Istituto superiore di Scienze religiose di Modena, al Centro teologico di Torino e all’Istituto di Scienze religiose di Bolzano.

ANGELO CaLIANNO – Pugliese, reporter freelance, esperto in storia – soprattutto quella legata all’influenza islamica nel mondo – negli ultimi 14 anni ha scritto
reportage e racconti da zone devastate dalla guerra. Ultimamente ha lavorato in Afghanistan, Iraq, Libano e Africa subsahariana. È collaboratore di MC.

MARIA CHIARA PARENZO – Nome con cui si firma una collaboratrice di MC che vive tra Teheran e Milano.

FRANCESCO GESUALDI – Fondatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», da oltre due anni firma su MC la rubrica «E la chiamano economia».

A cura di Paolo Moiola, giornalista, redazione MC.

© ATTA KENARE / AFP