Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Mi pare che la Madonna abbia sorriso


Testo di Giacomo Mazzotti


Il mese di maggio appena trascorso e, soprattutto, giugno, con la festa della Consolata, ci fanno sentire più forti la presenza e l’affetto di Maria, definita da papa Francesco, nella sua ultima Lettera ai giovani Christus vivit, «il grande modello per una Chiesa giovane, che vuole seguire Cristo con freschezza e docilità», che ci stimola a vivere il vangelo e a diffonderlo intorno a noi «con coraggio, entusiasmo» e… grinta missionaria. Il papa tuttavia riconosce che non è necessario fare un lungo percorso perché i giovani diventino missionari: «Anche i più deboli, limitati e feriti possono esserlo a modo loro… Un giovane che va in pellegrinaggio per chiedere aiuto alla Madonna e invita un amico ad accompagnarlo sta compiendo una preziosa azione missionaria». In questo piccolissimo spunto di «metodologia missionaria», Maria si intrufola ricordando ai giovani (e non solo a loro) che la vita non è «nel frattempo», ma che tutti noi siamo «l’adesso di Dio», chiamati a vivere il presente, l’oggi, con dedizione e generosità.

È sempre lei la «donna forte del sì che sostiene e accompagna, protegge e abbraccia» i discepoli del Figlio, in attesa dello Spirito Santo, perché con la sua presenza nasca «una Chiesa giovane», con i suoi apostoli in uscita, per far sorgere un mondo nuovo.

Dobbiamo, allora, anche noi, non solo amare e invocare Maria, ma anche «custodirla nel cuore», perché ci è stata affidata dallo stesso Gesù come un tesoro prezioso, una Madre che ci ricolma di attenzioni, nonostante la nostra piccolezza, la nostra fede fragile e, forse, la passione missionaria senza slancio.

Preparandoci alla festa della Consolata, vogliamo ringraziarla con le parole «autobiografiche», tenere e commosse di questa preghiera del nostro Fondatore:

«Ringrazio più voi, o Maria, che il Signore, di essere già da 35 anni vostro custode. Che cosa ho fatto in questi 35 anni? Se fosse stato un altro al mio posto, che cosa avrebbe fatto? Ma non voglio investigare; se fossi stato tanto cattivo, non mi avreste tenuto tanti anni: è questo certamente un segno di predilezione. Se ho fatto male, pensateci, aggiustate voi, e che sia finita; accettate tutto come se l’avessi fatto perfettamente. Prendete le cose come sono; mi avete tenuto, dunque dovete essere contenta. – E mi pare che la Madonna abbia sorriso».

Giacomo Mazzotti


Padre di missionari

Giuseppe Allamano nella vita di ogni giorno

L’Allamano attorniato dalla comunità dei missionari di fronte al pilone delal Consolata fatto da lui costruire all’inizio della salita che porta al santuario di St Ignazio, nel 1908, per commemorare il primo centenario di fondazione della casa di spiritualità.

L’Allamano aveva una visione positiva circa il futuro del suo Istituto, fondato nel 1901, e seppe infonderla nei suoi missionari. Incoraggiò fratel Benedetto Falda già nei primi anni, mentre era a Marsiglia in partenza per il Kenya, perché un missionario che avrebbe dovuto partire con lui era stato dimesso: «L’albero dell’Istituto è piantato saldamente. Cadranno ancora delle foglie, forse dei rami si piegheranno, ma l’albero crescerà gigantesco; ne ho le prove in mano». La sua convinzione era fondata su criteri apostolici: «Il nostro Istituto durerà sempre finché ci saranno anime da salvare. Vedete la perpetuità dell’Istituto!». Non era la sua abilità di organizzatore che lo convinceva, ma la sua fede nel progetto di Dio di salvare tutta l’umanità.

Anche sul piano economico la sua fiducia era illimitata. Confidò ad un missionario: «Non datevi mai pensiero dei mezzi materiali, del denaro. Purché voi vi manteniate fedeli ai vostri impegni e conserviate il vero buono spirito, nulla vi mancherà mai. Io non ho mai cercato il denaro; e il denaro mi corse sempre appresso, senza domandarlo».

Agli ordini della Consolata

Come fondatore di un istituto missionario, l’Allamano tenne sempre un atteggiamento di grande modestia. Si riteneva un semplice operaio agli ordini della Consolata. Mirava alla qualità dei missionari e non al loro numero; all’efficacia spirituale del loro ministero e non alla potenza esteriore delle opere. Sentiva forte la sua responsabilità di educatore dei giovani che la Provvidenza gli affidava perché li educasse ad essere veri missionari. Anzitutto sapeva accogliere con simpatia quanti si presentavano per essere ammessi nell’Istituto. Ad un gruppo di nuovi allievi suggerì: «Ora scriverete alla vostra mamma di stare tranquilla, perché voi qui avete trovata una nuova Mamma, la Consolata». Non temeva di proporre ai suoi giovani grandi ideali fino alla santità. Oltre agli incontri individuali, ogni domenica era puntuale a tenere una conferenza formativa a tutti. Però non intendeva essere solo maestro, ma voleva soprattutto essere padre. Assicurava: «A voi parlo semplicemente, ma prima mi preparo, consulto e poi vi dico quanto il cuore mi detta». Soprattutto chiedeva fiducia e sincerità: «Di voi voglio sapere tutto, eccetto i vostri peccati; per il resto non dovete nascondermi nulla». «Io amo la spontaneità del cuore. E voi ragazzi dovete venire a me con il cuore aperto».

L’aria sana che si respirava

Non mi soffermo ad indicare i valori formativi sui quali l’Allamano insisteva, quali la fede nell’Eucaristia, la preghiera assidua, l’amore alla Madonna, l’ubbidienza, lo spirito di sacrificio, ecc., ma mi limito a riportare tre piccoli episodi, scelti tra molti. Presi separatamente sembrano insignificanti, ma letti insieme rivelano l’aria bella e pulita che si respirava in quel tempo. Tra l’Allamano e i giovani si era creato un rapporto molto spontaneo, proprio di famiglia, che favoriva la formazione, e che l’Istituto ha cercato di conservare anche in seguito.

Un primo fatterello avvenne durante le vacanze estive a S. Ignazio. Dopo pranzo i ragazzi dovevano ritirarsi nelle loro camere e non andare a giocare per non disturbare chi si riposava. L’assistente era inflessibile. Una volta, quando l’Allamano era presente, alcuni sgusciarono dalle camerette e bussarono alla sua porta, mentre riposava. Ecco il dialogo: «Cosa volete?» – «Signor Rettore, non possiamo dormire e vorremmo andare a giocare alle bocce» – «Andate pure» – «Ma, sig. Rettore, l’assistente non ce lo permette, teme che disturbiamo la comunità». Avendo capito perché avevano bussato alla sua porta, si dimostrò comprensivo e rispose: «Vengo anch’io…». E poi si fermò con loro, contava i punti, lodava chi giocava meglio. Quei ragazzi avevano soggezione dell’assistente, ma non di lui.

Un secondo episodio riguarda una pratica piuttosto singolare. Il direttore di Casa Madre suggerì ai giovani di inginocchiarsi davanti all’Allamano per baciargli la mano, in segno di rispetto. Egli se ne accorse subito e, durante una conferenza, ne parlò chiaramente: «Ho un’altra cosa da dirvi. Ho visto che da un po’ di tempo mi fate la genuflessione. Ma non voglio che mi facciate la genuflessione. Perché io temo che aumentando i segni esterni di rispetto, diminuiscano quelli di confidenza. Io preferisco che manteniate la vostra confidenza a tutti questi segni esterni. No, no, non fatelo. Non la farete neppure quando sarò morto la genuflessione».

Un terzo episodio coinvolse i ragazzi del ginnasio che l’Allamano incontrò mentre stavano facendo merenda sotto il portico. Avendo promesso per scherzo che sarebbe venuto a vivere con loro, essi gli chiesero di fermarsi subito. Iniziò un simpatico dialogo: «Ma non mi avete ancora preparato la camera». All’assicurazione dei ragazzi che la camera c’era già: «Ma alla Consolata c’è la Madonna che mi aspetta». I ragazzi non cedettero e assicurarono che la Consolata c’era anche qui: «Ma non è quella là». Essi promisero di andare a prenderla e portarla in Casa Madre. L’Allamano, un po’ commosso, concluse la conversazione così: «Oh, miei cari, per venire qui, bisogna che rinunzi là… E come volete dopo 40 anni che vi sono? Verrò a trovarvi più spesso che posso». Salutandoli: «Ci rivedremo ancora». Fu di parola.

Concluso con le parole che l’Allamano rivolse ai giovani al termine di una festicciola di famiglia in occasione del suo onomastico. Di fronte alle numerose lodi che gli furono rivolte, fece questo semplice commento: «Quello che avete detto di me, ve lo ha detto il vostro buon cuore, e ve ne ringrazio. E quello che non merito questa volta, cercherò di meritarlo un’altra».

Padre Francesco Pavese


Giuseppe Allamano: uno di famiglia

Il 16 febbraio scorso i missionari della Consolata hanno celebrato la festa del beato Allamano. Durante il triduo di preparazione alcuni laici hanno offerto la loro testimonianza su come hanno conosciuto la figura dell’Allamano e come essa ha inciso sulla loro vita. Di seguito riportiamo la prima parte della toccante testimonianza del dott. Ottavio Losana, già professore universitario, membro attivo del gruppo «Amici Missioni Consolata» e, per tanti anni, medico di famiglia della comunità di Casa Madre. È cresciuto con una vera devozione per l’Allamano grazie ai genitori e soprattutto ai nonni materni che l’avevano conosciuto e frequentato di persona.

«Alla mia nascita, l’Allamano era morto da otto anni e questo vuol dire che era contemporaneo dei miei genitori e ancora di più dei miei nonni. In quegli anni la famiglia di mio padre abitava in via San Dalmazzo e quella di mia mamma in via Delle Orfane: tutti nel centro di Torino, a due passi dal Santuario della Consolata che frequentavano. In particolare, la nonna paterna, Eleonora, conosceva l’Allamano molto bene, lo aveva invitato più di una volta a casa, lo frequentava abitualmente nel Santuario, lo chiamava semplicemente “El canonic” (Il canonico) perché allora in famiglia si parlava in piemontese e diceva che non l’avevano fatto vescovo perché era “cit e brut” (piccolo e brutto). Forse non era vero, forse per fare i vescovi importava anche l’aspetto fisico, comunque lei gli era affezionatissima.

Teneva nel suo messale un’immaginetta, una specie di “ricordino di morte”, che rappresentava il busto dell’Allamano che poi col papà era passato alla nostra famiglia e lo facevano vedere a noi bambini e noi lo chiamavamo “barba santo” (zio santo). In pratica ci dicevano che era un santo molto prima del processo di canonizzazione. Nell’opinione dei suoi fedeli era un santo. E questo è significativo.

Quando poi la famiglia si è trasferita in Piazza Bernini, via Giacomo Medici, mia mamma ha cominciato a frequentare la chiesa dei missionari di C.so Ferrucci, vicina a casa nostra. E la frequentava anche una signora, profuga da Pola con la sua famiglia, che aveva due bambini piccoli: Marcella e Mario. Marcella aveva due anni, ma sarebbe diventata mia moglie.

Poi c’è stata la parentesi della guerra: dal ‘42 al ‘45 a Torino bambini non ce n’erano più perché tutte le famiglie erano sfollate. Di notte, venivano gli aerei a bombardare e poi, nel ‘43-’44, lo facevano anche di giorno. Casa Madre, centrata da una bomba, fu ridotta a un cumulo di macerie. Ma negli anni successivi l’hanno ricostruita e la nostra frequentazione dei missionari è ripresa.

Io ero diventato medico e venivo tutti i lunedì mattino in infermeria per vedere se qualche padre avesse problemi di salute. Fra i tanti, mi permetto di ricordare p. Saverio Dalla Vecchia: è lui che aveva “inventato” – diciamo così – l’infermeria e p. Armanni Daniele che è stato suo successore.

Nel 1962 mi sono sposato proprio in questa chiesa per cui questo luogo ci è molto caro e abbiamo continuato a frequentarlo sempre. Nel 1990 c’è stata la beatificazione dell’Allamano e allora ho deciso che dovevo saperne di più e che non mi bastava ricordare il “barba santo”, l’immaginetta della nonna.

La prima documentazione che ho avuto è un bel libro fotografico – Giuseppe Allamano. Uomo per la missione, Imc – e qui ho cominciato a saperne qualcosa di più. Poi ho letto altre cose, non tutti i volumi di p. Tubaldo… in ogni modo ho appreso molte cose che mi hanno fatto conoscere e apprezzare la figura e l’opera di Giuseppe Allamano.

Ho ascoltato anche tante testimonianze dalla viva voce di p. Pasqualetti, p. Pavese e altri, ma quello che mi ha fatto conoscere a apprezzare di più l’Allamano sono stati i suoi missionari».

…continua

L’ho affidato al beato Allamano

Parlando al telefono con una mia amica, disperata e piangente, mi ha detto che suo fratello Marzio era in fin di vita (il male era iniziato 4 giorni prima): i medici gli avevano somministrato un farmaco e, se nella notte non avesse funzionato, sarebbe morto. La mia amica mi ha chiesto di pregare per lui. Io l’ho affidato al beato Giuseppe Allamano e ho iniziato la novena: la faccio a casa e tengo una candela grande, accesa tutta la notte, fino al mattino…

Circa un’ora fa, la mia amica mi ha comunicato che il fratello era fuori pericolo.

Nei giorni successivi, mi ha riferito che stava meglio, ha cominciato a mangiare, lo hanno anche liberato dai tubi che aveva e stava migliorando piano piano. Io continuo con la novena al beato Allamano e, se non basta, la ripeto di nuovo. Non mi arrendo a pregare, perché possa migliorare (dopo che era stato dato due volte per morto) e possa guarire del tutto.

Silvana M. – Roma
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