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Burkina Faso:

La faticosa via del cambiamento

Il paese degli uomini integri sotto attacco /2

In Burkina Faso si moltiplicano gli attacchi terroristici agli obiettivi più diversi. L’opposizione politica accusa il governo d’inefficienza sul fronte della sicurezza nazionale. Intanto l’attuale esecutivo ha messo in pista diverse riforme in settori importanti della società burkinabè, e ha fatto anche qualche passo per migliorare sanità ed educazione. Ne abbiamo parlato con un personaggio di peso nella storia di questo paese, Antoine Raogo Sawadogo.

(ISSOUF SANOGO / AFP)

La società civile burkinabè, nelle sue varie sfaccettature, ha giocato un ruolo determinante nell’insurrezione popolare dell’ottobre 2014 che ha rovesciato il presidente Blaise Compaoré. Questi era al potere da 27 anni, a seguito del colpo di stato e  con l’uccisione del presidente Thomas Sankara, e di quattro elezioni dubbie.

Lo stesso popolo burkinabè si è, poi, mobilitato per sventare un tentativo di golpe dei fedelissimi di Compaoré un anno più tardi, il 16 settembre 2015.

Dal gennaio del 2016 il Burkina Faso ha un nuovo presidente, Roch Marc Christian Kaboré e relativo governo. Un nuovo regime, anche se molti personaggi politici – tra cui lo stesso presidente – facevano già parte di quello precedente.

A tre anni di distanza, ci domandiamo che ne è di quella società civile che è stata così importante per la svolta e che aveva giurato che in Burkina Faso «Niente sarà più come prima».

Ne abbiamo parlato con uno che di queste cose se ne intende: Antoine Raogo Sawadogo.

Sawadogo è sociologo ed esperto di società civile, ed è stato anche uomo politico. È stato ministro dell’Amministrazione territoriale e Sicurezza (equivalente al ministero dell’Interno) e, come tale, padre della legge sul decentramento amministrativo in Burkina Faso. È stato il primo presidente della Commissione per il decentramento amministrativo. Ha poi fondato il Laboratoire Citoyenneté, un centro studi sulla cittadinanza attiva, molto rinomato e attendibile.

Lo incontriamo una sera a Ouagadougou, di ritorno da un viaggio nel vicino Niger.

Dottor Sawadogo, secondo lei, le organizzazioni della società civile stanno giocando il ruolo di controllori democratici del potere?

«Rispetto al 2014-15 abbiamo oggi una società civile più divisa sull’oggetto della lotta. Non è più consensuale, avanguardista. Non può più monitorare il potere politico per dire se non lavora secondo la buona governance. Si diceva dopo l’insurrezione e il fallito colpo di stato: “Tutti ci alziamo come un solo uomo e rimettiamo al loro posto i nostri dirigenti”. Non è più così.

La società civile burkinabè si è divisa in diverse sensibilità (o categorie), che io classifico in almeno tre gruppi.

Il primo è di quelli che chiamiamo “i rassegnati”: essi dicono che dopo aver cacciato Blaise Compaoré, dopo aver respinto i golpisti, due, tre anni dopo, non ci sono cambiamenti, “troviamo le stesse persone al potere”, ovvero, “ci siamo stancati per nulla”. Si siedono e guardano. Non sentiamo più parlare di loro. Appare qualche articolo per dire: “la nostra lotta è fallita, la nostra dinamica di cambiamento è stata recuperata e ricondotta alle dinamiche precedenti”.

Io penso che si tratti di un gruppo composto dalla gente più a sinistra, che sperava che fosse arrivata l’ora per il cambiamento. I delusi del sistema, ovvero la punta della lotta sankarista, quelli che erano stati bastonati dall’apparato di Blaise Compaoré. Avevano fatto un cammino sviluppando una militanza clandestina e, quando gli avvenimenti dell’insurrezione sono arrivati, il loro impegno si è amplificato. Come ad esempio il Partito comunista rivoluzionario voltaico (Pcrv)1. Vedo i leader di questi movimenti rassegnati e rientrati nella loro clandestinità.

La seconda sensibilità è quella che chiamo “di rigetto”. Appartiene a quelle organizzazioni che sono arrivate a un’attitudine di rifiuto sistematico della dinamica attuale dopo le elezioni (del novembre 2015 che hanno portato all’insediamento, nel gennaio 2016, del governo attuale, ndr). Queste si dicono: “Abbiamo sviluppato una società civile d’interpellanza2, che aveva un discorso, ma alla fine non abbiamo visto cambiamenti, dunque rigettiamo questo sistema di potere”. Aspettano che si lavori sull’impunità, che si risolvano i conti sospesi del paese: si trovino i colpevoli dei crimini economici e dei crimini di sangue. Tra queste ci sono ad esempio le Balai Citoyen. Sono in una dinamica di rigetto dell’ordine ristabilito, non hanno ottenuto quello che volevano.

Poi c’è la società civile politicizzata, opportunista. È composta da organizzazioni e associazioni legate ai partiti politici, o fondate da uomini politici stessi. Si divide in due categorie: quelle che sono per i partiti di opposizione, Cfop3, e quelle per i partiti della maggioranza. Rappresentano le voci dei loro capi di partito».

(ISSOUF SANOGO / AFP)
Chi avrebbe dovuto esercitare un controllo sul nuovo regime, dando concretezza allo slogan «Niente sarà più come prima»?

«I rassegnati preferiscono non parlare. Coloro che rigettano invece parlano, ma senza avere i mezzi per attuare un contropotere, come invece avrebbero voluto. La verità è che chi ha vinto le elezioni e ha preso il potere, ha nominato alcuni leader di queste associazioni a posti elevati e rappresentativi. Diversi di loro sono stati nominati ministri, altri hanno avuto un posto nell’alta gerarchia della presidenza della Repubblica. Li hanno fatti entrare nel potere per zittirli.

Quelli del terzo gruppo, gli opportunisti dei partiti politici, danno voce alle rivendicazioni dei loro partiti, senza esercitare un vero controllo».

Non c’era solo la società civile organizzata all’origine dell’insurrezione del 30 ottobre 2014. C’era il popolo stesso che portava avanti una serie di rivendicazioni. Senza un movimento massiccio di popolazione, l’insurrezione non si sarebbe fatta o comunque non avrebbe avuto successo.
La popolazione, tra le altre richieste, aveva una forte domanda di stato di diritto, di democrazia e di ridistribuzione di ricchezza. Quali di queste attese sono state soddisfatte?

«Lo stato di diritto è una richiesta permanente. Di tutte le sensibilità della società civile e della politica, nessuna rigetta lo stato di diritto. È una rivendicazione massiccia e permanente. È piuttosto il modo di gestire e di governare che pone problema agli uni oppure agli altri.

Al tempo di Blaise Compaoré lo stato di diritto non era garantito. S’imbrogliava durante le elezioni, usando gli artifici formali della democrazia, per poter dire “abbiamo vinto le elezioni”. Compaoré non si faceca scrupoli, era il suo sistema. Con la sua guardia pretoriana (il Reggimento di sicurezza presidenziale, Rsp), il suo gruppo di operatori economici, il suo partito politico, non si poneva problemi. Gli bastava far credere all’esterno di aver rispettato le regole».

E cosa fa il governo attuale?

«Quelli che sono al potere oggi sono coscienti che devono funzionare con un minimo di regole in materia di stato di diritto. Sia formalmente, sia nella realtà. È per questo che negli ultimi tre anni non ci sono più state persone liquidate, assassini politici, e ci sono molti dossier che stanno procedendo (seppur lentamente, ndr) in giustizia. Si è cercato di giudicare il passato regime, ed è in corso un processo anche sul colpo di stato (del 15 settembre 2015, ndr). Quando vogliono arrestare qualcuno lo fanno. C’è uno sforzo di fare le cose nelle norme. Questo è qualcosa che è cambiato.

Per contro osserviamo ancora velleità di imporsi, di prendere (da parte dell’opposizione) e tenere il potere».

E quali sono, secondo lei, le altre novità del «nuovo corso»?

«È stato messo in piedi un sistema di riforme politiche. Penso sia stato imposto dai diversi scioperi. Sono infatti nati molti sindacati in questo periodo. Lo stato sta cercando di andare più velocemente nelle riforme politiche in tutti i settori. Ci sono molte riforme pronte: dell’esercito, della funzione pubblica, per esempio si vuole rivedere lo statuto delle categorie di funzionari, i progetti e i programmi statali, si rimettono in causa i vantaggi dei funzionari del ministero Economia e finanza. Un’altra riforma è nella Magistratura: non è più il presidente della Repubblica che nomina gli alti magistrati, ma è la Magistratura stessa.

Sono riforme a 360 gradi, ma non c’è una visione, con un fil rouge da seguire. Forse è una risposta alle diverse rivendicazioni delle corporazioni. Sapendo però che il governo non ha abbastanza mezzi per queste riforme, e non ha la forza per imporle, perché non ha maggioranza confortevole in parlamento, con 55 deputati all’Assemblea Nazionale, ha dovuto fare alleanze».

E sul piano sociale, nell’ambito di lavoro, educazione, salute, il governo è riuscito a migliorare la situazione?

«Il governo ha reso gratuite le cure per i bambini sotto i cinque anni e per le donne gravide tramite un decreto che è stato molto apprezzato dalla popolazione. Ha fatto costruire centri di salute (dispensari, ndr) in tutti i dipartimenti, anche se poi non ci sono i soldi per equipaggiarli con mezzi e personale.

Anche nel settore dell’educazione sono state fatte delle infrastrutture, sia per le scuole primarie che secondarie: si normalizzano le scuole sotto i tetti di paglia. Ma l’attrezzatura e il personale non seguono.

Hanno anche assunto migliaia di funzionari, 1.500 insegnati per anno, tra due e tremila poliziotti.

Tutto questo si è realizzato grazie a finanziamenti diretti ai budget dei diversi ministeri da parte di finanziatori internazionali».

Nord Burkina Faso, villaggio di You, provincia Loroum. © Marco Bello 2018
Un tema fondamentale all’ordine del giorno in Burkina Faso è quello dell’insicurezza, a causa del moltiplicarsi degli attacchi di sedicenti jihadisti o integralisti islamisti, a posizioni della polizia e altri obiettivi. I partiti di opposizione accusano il governo di non fare abbastanza. Ma questa critica fa parte anche del gioco politico. Secondo lei come si muove il governo su questo fronte?

«Io constato che questi attacchi sono cominciati al Nord, sono continuati all’Est, vanno verso il Sud e arrivano verso l’Ovest. È un’insicurezza che ci sta circondando, alla quale si sommano, ogni tanto, azioni di grande effetto al centro, a Ouagadougou4. È un fenomeno che prende ampiezza e non è neppure ciclico, ma lo stiamo vivendo quasi quotidianamente.

Se osserviamo i simboli attaccati, sono di diverse tipologie:

  • lo stato, ovvero le forze di sicurezza e di difesa, come strutture di polizia, gendarmeria, dogane, guardia forestale;
  • e scuole, gli insegnanti;
  • qualche simbolo religioso, alcuni imam sono stati sgozzati, catechisti, parroci, chiese devastate (es. chiesa di Dissin nel Sud Ovest);
  • simboli degli stranieri, come hotel e ristoranti frequentati da loro;
  • le miniere, l’industria, come interessi occidentali.

Se normalmente, a seconda degli obiettivi attaccati, si può cercare di capire quali interessi ci sono in gioco, nel nostro caso, vista la varietà di target, diventa difficile. Voglio dire, è quasi impossibile sapere se siano solo jihadisti che attuano una guerra di religione, o personaggi del vecchio regime che vogliono destabilizzare lo stato, o ancora banditi comuni che cercano di arricchirsi. Fino ad oggi nessuno può dire chi siano veramente.

La verità è che gli obiettivi che vengono attaccati sono stati creati e gestiti dalla gente del vecchio regime. Durante 27 anni di Compaoré sono stati nominati i funzionari, il Burkina è stato trasformato in paese minerario, è stata messa in piedi l’economia. Le persone di quel regime possono oggi essere contro a questi interessi?».

Nord Burkina Faso, villaggio di You, provincia Loroum. © Marco Bello 2018
Forse allo scopo di destabilizzare il paese?

«Non penso. La maggioranza degli ex del regime non è in esilio, sono qui con noi. È contro il loro interesse distruggere il paese.

Non penso ci sia una regia all’esterno o all’interno che dice: attacchiamo tutto questo allo stesso tempo. È un fenomeno che non si può analizzare intra muros burkinabè. Lo stesso sta succedendo in Mali, Niger, Camerun, Ciad, Nigeria. Bisogna cercare le ragioni altrove perché i veri giochi sono esterni al Burkina. In passato il nostro territorio è stato risparmiato perché non c’erano le condizioni per entrare qui. Non penso che sia la partenza di Blaise Compaoré che ha portato questa situazione. È un movimento, una dinamica che è cominciata altrove, fa il suo percorso e coincide con la partenza di Compaoré, che forse è stata il detonatore, ma non la ragione principale.

Per fare un esempio, quando ero ministro dell’Interno, all’inizio degli anni ’90, ricevevo già delle informazioni dai servizi che menzionavano di velleità [di potenze straniere] di cambiare i confini del nostro paese».

Ma il governo di Roch Marc Christian Kaboré come gestisce la sicurezza del paese, secondo lei?

«Non lo so. Non ho abbastanza elementi per dirlo. Noi non siamo più forti dei maliani e dei nigerini. Loro si sono abituati agli attacchi, mentre noi non lo siamo ancora, ma a poco a poco stiamo imparando a gestire questa situazione.

Non sono convinto che lo stato burkinabè avrebbe i mezzi per reagire meglio. In Nigeria, nonostante i mezzi di quel grande stato, i terroristi arrivano a destabilizzare intere aree del paese. Il piccolo Burkina come potrebbe fare meglio? Lo stesso vale per il Ciad che ha il migliore esercito della regione. Anche se Blaise Compaoré fosse stato ancora presidente io non sono convinto che avrebbe potuto fare meglio dell’attuale governo. Sono stato recentemente in Niger: a 70 km da Niamey, la capitale, hanno rapito un missionario italiano5. Non si sa dove siano fuggiti: in Niger, in Mali, in Burkina verso Sud?

Qui da noi hanno rapito anni fa il dottor Helliot e un lavoratore rumeno alla miniera di Tambao, e sono ancora prigionieri. Poi hanno rapito catechisti, consiglieri municipali, funzionari, che in seguito sono stati liberati. Hanno attaccato addirittura l’ambasciata di Francia, come è possibile che la Francia non lo abbia previsto? Per questo dico che non posso affermare se gestiscono bene o male la questione sicurezza».

Marco Bello
(seconda puntata – fine)

Cronologia essenziale

Il Burkina sotto attacco

  • 1960, 5 AGOSTO – L’Alto Volta diventa indipendente, Maurice Yameogoè il primo presidente.
  • 1983, 4 AGOSTO – Inizia la rivoluzione burkinabè, guidata da Thomas Sankara e altri quattro compagni, tra i quali Blaise Compaoré. Un anno dopo l’Alto Volta diventa Burkina Faso, il paese degli uomini integri.
  • 1987, 15 OTTOBRE – Thomas Sankara e i 12 collaboratori più stretti vengono ammazzati. Blaise Compaoré diventa capo di stato.
  • 1998, 13 DICEMBRE – Assassinio del noto giornalista investigativo Norbert Zongo. I sospetti portano al fratello di Blaise, François Compaoré, ma l’inchiesta è bloccata.
  • 2011 – Diverse rivolte di piazza scuotono il potere di Compaoré: studenti, parte dell’esercito, magistrati, commercianti. A giugno repressione della rivolta dell’esercito a Bobo-Dioulasso.
  • 2013, MAGGIO – Legge per l’istituzione del Senato, per modificare la Costituzione affinché Compaoré si possa candidare nel 2015.
  • 2014, DA GENNAIO – Diverse manifestazioni pacifiche contro la modifica costituzionale raccolgono milioni di persone in piazza.
  • 2014, 30 OTTOBRE – Insurrezione popolare contro il voto per modificare la Costituzione. Il 31 ottobre Compaoré fugge in Costa d’Avorio. Messi in piedi organi di transizione (presidente, governo, consiglio nazionale) per una durata di 12 mesi. Le vittime degli scontri sono 24 e i feriti oltre 600.
  • 2015, 16 SETTEMBRE – Il generale Gilbert Diéndéré utilizza la guardia presidenziale per tentare un colpo di stato e bloccare la transizione. La popolazione reagisce, i sindacati dichiarano lo sciopero generale, l’esercito repubblicano si schiera contro il putsch.
  • 2015, 30 SETTEMBRE – La transizione è ripristinata, i golpisti arrestati. I morti sono almeno 17 e i feriti 108.
  • 2015, 29 NOVEMBRE – Elezioni presidenziali e legislative. Roch Marc Christian Kaboré è il nuovo presidente. Da sempre pezzo grosso del regime Compaoré, aveva rotto nel gennaio 2014. Il suo governo si insedia il 12 gennaio 2016.
  • 2016, 15 GENNAIO – Attentato jihadista nel cuore della capitale Ouagadougou. Colpiti gli hotel Splendid e Ybi e il ristorante Cappuccino. Le vittime sono 30 di 18 nazionalità.
  • 2016, 16 DICEMBRE – In un attacco nella regione Sahel (Nord) periscono 12 militari. La rivendicazione sancisce la nascita del primo gruppo jihadista burkinabè, Ansarul Islam, a base etnica Peulh. Diventano frequenti gli attacchi a positazioni militari e di polizia, oltre che a scuole e dispensari nel Nord del paese.
  • 2017, 13 AGOSTO – Attacco jihadista al ristorante Aziz Istambul, in centro a Ouagadougou, 19 morti.
  • 2018, 2 MARZO – Doppio attacco quasi contemporaneo: all’ambasciata di Francia e allo stato maggiore dell’esercito burkinabè, in centro a Ouagadougou. Almeno 8 le vittime.
  • 2018, AGOSTO – Inizia una serie di attacchi a posizioni militari e di polizia nell’Est del paese. Oltre al Nord, dove continuano, l’Est diventa la seconda zona interessata.
  • 2018, 17 SETTEMBRE – In Niger, al confine con il Burkina Faso, viene rapito padre Pierluigi Maccalli, missionario Sma (Società missioni africane), da un gruppo proveniente dal Burkina.

Ma.Bel.