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Confesssioni atomiche

Test nucleari e diritti degli aborigeni

All’indomani delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki inizia la corsa agli armamenti nucleari. Ma la conoscenza degli effetti devastanti degli ordigni atomici è ancora limitata. Le super potenze si lanciano in sperimentazioni molto pericolose. La Gran Bretagna sceglie l’Australia come terreno per i suoi test.  Le radiazioni contaminano intere aree.  All’insaputa degli aborigeni e degli stessi militari che compiono le esercitazioni.

Australia: paese di canguri saltellanti e di pigri koala arrampicati sugli alberi, barriere coralline di incredibili colori, di deserti, dell’Opera di Sydney, numerosa comunità italiana. Certo non ci viene in mente di associare questa grande nazione all’inquinamento radioattivo. Invece proprio lì, nei passati decenni, si sono svolti esperimenti militari che hanno prodotto pesanti conseguenze sull’ambiente e sulla popolazione, in particolare quella aborigena.

corsa al nucleare
Subito dopo le esplosioni nucleari che distrussero Hiroshima e Nagasaki, ponendo fine al secondo conflitto mondiale, si sviluppò una fiera competizione tra il blocco occidentale e quello comunista per realizzare nuovi armamenti, in quella che è stata definita «Guerra fredda». Nel giro di pochi anni sempre più potenze si dotarono di bombe atomiche. Prima furono quelle cosiddette «a fissione», seguite da quelle «a fusione» (o all’idrogeno).
In queste ultime si sfruttava addirittura l’esplosione di una bomba atomica come quella di Hiroshima per indurre la fusione nucleare di nuclei leggeri di isotopi dell’idrogeno, in un processo analogo a quello che fa risplendere il sole. La potenza raggiungibile con questo secondo tipo di ordigni era teoricamente illimitata, ciò che comprensibilmente suscitò gli entusiasmi dei leader militari.
Ma affinché i militari potessero davvero fare totale affidamento sugli ordigni nucleari, era indispensabile verificarne le caratteristiche in tutti i possibili teatri e condizioni di impiego. Inoltre bisognava capire cosa le truppe avrebbero potuto fare su un terreno di battaglia che avesse visto l’impiego dell’arsenale atomico.  I soldati sarebbero riusciti ad operare con efficacia in un ambiente in cui fossero presenti rilevanti radiazioni a seguito dell’esplosione di un ordigno nucleare? O sarebbero invece caduti in uno stato di prostrazione e di incapacità? L’unico modo per chiarire questi punti importanti era di procedere a degli esperimenti, con cui appurare le varie questioni in sospeso.

Test «quasi» segreti
Tutte le potenze atomiche iniziarono quindi ad effettuare dei test, sia per meglio comprendere il funzionamento tecnico delle bombe, sia per verificare la loro compatibilità con lo svolgimento di normali operazioni militari di guerra. I test vennero svolti in territori poco o per nulla abitati. Nel caso della Gran Bretagna, considerando impossibile trovare una località adatta nella madrepatria, si decise di svolgere gli esperimenti in Australia.
Questo enorme paese aveva con Londra un rapporto di colonia dotata di autogoverno, soggetta -almeno in teoria – alla legislazione che il parlamento britannico aveva elaborato specificamente per lei.
È possibile capire facilmente quale fosse l’atteggiamento delle autorità militari e dei governi del tempo – inizio anni ‘50 – impegnati a sviluppare, perfezionare e impratichirsi con le armi nucleari. Ma anche quali fossero le priorità, le misure cautelative, le conseguenze inattese, per evitare le quali non si era certo fatto tutto il possibile. Il tema è trattato nel documentario
Australian Atomic Confessions, della regista australiana Katherine Aigner.

da londra a camberra
Per cominciare, chiediamoci perché i britannici decisero di testare proprio in Australia e non in casa propria. Questo immenso territorio presentava innanzitutto molte zone poco o per nulla abitate; in secondo luogo era stato una colonia che ancora aveva fortissimi legami con Londra. Gli australiani erano molto decisi a cercare di essere più inglesi degli inglesi e a fare la loro parte nella titanica sfida che vedeva l’Occidente capitalista contrapposto al mondo comunista. Gli australiani se l’erano vista brutta pochi anni prima, quando le forze armate giapponesi erano arrivate sulla loro porta di casa, avendo sbaragliato le truppe britanniche di stanza a Singapore. Lo sviluppo di un armamento nucleare era visto come essenziale per garantire che analoghe minacce all’integrità territoriale australiana non si riproponessero.
Ricordiamo anche come negli anni ’50 le conoscenze sull’effetto delle radiazioni ionizzanti sull’organismo umano avevano sì fatto molti progressi, specie studiando le vittime e i sopravvissuti dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, ma molto rimaneva ancora da scoprire. In particolare non era chiaro se dei soldati avrebbero potuto operare efficacemente su un teatro di battaglia ove, poco prima, fossero state fatte detonare bombe nucleari. Nemmeno era chiaro come e quanto gli edifici e altre realizzazioni tecniche avrebbero potuto resistere in caso di un’esplosione nucleare. I test sperimentali servivano anche per colmare questi buchi conoscitivi.

aborigeni inconsapevoli
I primi esperimenti vennero condotti sulle isole Monte Bello, al largo della costa occidentale dell’Australia. Altri ad Emu Field, nella parte occidentale dello stato dell’Australia del Sud. Un terzo gruppo infine nel sito di Maralinga, un nome che nella lingua degli aborigeni voleva dire, quasi profeticamente, «I campi del tuono», nel medesimo stato.
Se le isole Monte Bello erano disabitate, le zone dell’Australia del Sud erano popolate da gruppi di aborigeni nomadi. Nonostante gli sforzi delle autorità di evacuare le zone prossime ai poligoni militari, alcune famiglie aborigene non vennero individuate e si trovarono esposte alla ricaduta radioattiva (fallout) successiva alle esplosioni.
Queste sfortunate persone erano particolarmente vulnerabili, non avendo comprensione alcuna di quel che stava succedendo nei loro territori. Capitò così che alcune famiglie si recassero a prendere acqua da bere (una risorsa particolarmente scarsa in quelle zone) nei crateri vetrificati – e pertanto impermeabilizzati e capaci di trattenere le scarse piogge – prodotti dagli scoppi atomici e per questo quanto mai radioattivi.
Molti aborigeni si ammalarono e morirono, vittime di una nuova, subdola epidemia provocata da altri uomini.
«Al tempo dei test gli aborigeni si sono sentiti trattati alla stregua di animali da esperimento. Come conseguenze dell’esposizione alla ricaduta radioattiva dovuta ai test nucleari, molti morirono, altri ebbero malattie gravi, taluni rimasero ciechi» racconta la regista Katherine Aigner.
Pochi in Australia e altrove si preoccuparono, dato che, in quel periodo, sostanzialmente era nullo il peso politico degli aborigeni ed anzi venivano da molti considerati poco più che animali (vedi box).
Katherine Aigner ricorda con particolare emozione il racconto della professoressa universitaria di origine aborigena (una delle poche) Rebecca Bear-Winfield, nata con tre ovaie e incapace di procreare, dopo che sua madre venne esposta alla ricaduta radioattiva, che si presentava come una «nebbiolina nera». Secondo la regista non è esagerato parlare di un genocidio nei confronti della gente aborigena, dato che in tal modo si è andati a colpire anche le future generazioni.

Militari allo sbaraglio
Se il cinico sacrificio degli aborigeni può non sorprendere, visto il clima ideologico e culturale che si viveva in quegli anni a Camberra e dintorni, più scioccante è vedere con quale leggerezza venissero esposte alle radiazioni ionizzanti le truppe inglesi e australiane. Nel film di Katherine Aigner le interviste ai testimoni diretti non lasciano adito a dubbi: soldati, aviatori e altri addetti ai poligoni vennero inviati a lavorare in zone dove le dosi di radiazioni ricevute erano elevate e tali da causare alti rischi.
«I militari che parteciparono ai test confermano che ci fu una pesante mancanza di informazione anche per loro, figuriamoci per gli aborigeni! Comparvero molte patologie come cancri e altre malattie, non solo ai militari – continua la regista – ma anche ai loro discendenti. E se i soldati erano forse pure disposti a sacrificare la loro vita per la propria nazione, certo si sono alquanto preoccupati nel vedere che problemi gravi si sono presentati nei loro figli e nei loro nipoti. I danni sono avvenuti a livello del Dna, sebbene fossero stati rassicurati che non ci sarebbe stato nessun problema. Però questa era nient’altro che una grande bugia».
Personale australiano venne mandato a «ground zero», nel luogo esatto della detonazione atomica, meno di mezz’ora dopo lo scoppio, quando i livelli di radiazione erano alle stelle. Aerei da rilevamento attraversarono le nuvole di materiale radioattivo sollevate in atmosfera. Le contaminazioni furono talmente elevate, che gli aerei vennero seppelliti, non essendo possibile decontaminarli. I piloti furono lavati nel miglior modo possibile e poi rassicurati che nulla sarebbe a loro successo.
Sta di fatto che i veterani atomici subirono gravi danni alla salute e solo in rarissimi casi hanno visto questo riconosciuto come dovuto a cause di servizio.

Non solo Australia
Ma i test atomici non hanno causato problemi di salute solo ai militari. Buona parte del territorio australiano ha ricevuto ricadute radioattive, sebbene di varia intensità. Il pubblico è stato informato poco e male, ricevendo sempre l’assicurazione che «tutto è sotto controllo».
La ragione di stato e gli imperativi militari hanno portato a considerare i propri soldati e cittadini poco più che «strumenti usa e getta», sacrificabili, se necessario, in un gioco di potere planetario a fronte del quale venivano piegati e abbandonati gli stessi ideali e valori fondamentali di uno stato democratico.
E non si pensi che questo tipo di comportamenti spietati e cinici sia avvenuto solo in Australia. Ritroviamo infatti situazioni del tutto analoghe per i test effettuati dai cinesi nella provincia occidentale dello Xinjiang, popolata da irrequiete minoranze etniche, dai francesi in Algeria e in atolli quali Mururoa, Fangataufa e Hao, dagli americani nel Pacifico (Bikini, Eniwetok, Johnston, Christmas), dai sovietici in Kazakistan e in Siberia.
Fatti e storie sempre tenute nascoste al mondo e raramente denunciate.

di Mirco Elena

Mirco Elena