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Cuba e l’attesa per il dopo «bloqueo»

il Futuro inizia domani

Il 17 dicembre 2014 è
stato un giorno storico per Cuba: è stata infatti annunciata la fine di 55 anni
di guerra fredda tra l’Avana e Washington. Un nostro fotografo era nell’isola
caraibica proprio in quei giorni.

 


 

Varadero. Sono venuto a Cuba per un reportage fotografico
su alcune aree intee dell’isola. Approfittando della stagione favorevole, ho
deciso di portare con me la mia famiglia che farà base a Varadero, zona adatta
ad accogliere – con i suoi circa 60 resort
– turisti da ogni parte del mondo, ma in realtà l’unico posto di Cuba che nulla
ha in comune con l’obiettivo del mio reportage: un racconto fotografico
attraverso percorsi non convenzionali e lontani dalle rotte turistiche, come
l’entroterra di Cardenas e Matanzas, territori immobili e intrappolati in ritmi
e stili di vita lontani decenni dai nostri.

Giunto all’hotel, prendo coscienza del fatto che saranno
due settimane di quasi completo «isolamento digitale». A causa dell’embargo (el bloqueo) Cuba
ha enormi difficoltà di trasmissione per via delle limitazioni dell’uso dei server e per l’utilizzo
dei cavi sottomarini, molto meno efficienti (ma più economici) dei satelliti.
Scegliendo Cuba mi ero preparato al fatto che avrei dovuto fare a meno della
connessione a internet sul mio inseparabile smartphone, ma non al fatto che
proprio in questi giorni anche in hotel la connessione sarebbe stata fuori uso.

Ormai rassegnato all’idea dell’«isolamento digitale», mi
ritrovo inaspettatamente sollevato: posso finalmente disintossicarmi (pur in
maniera forzata) dalla maniacale abitudine all’uso della rete a cui molti di
noi sono quotidianamente sottoposti. Mi sento già più libero. Leggero. Mi
preoccupo di noleggiare un’automobile in modo da potermi muovere in maniera
autonoma nelle zone dell’isola che mi interessano e che si trovano a Sud delle
paradisiache spiagge di Varadero. Mi viene proposta una fiammante auto cinese
dal nome impronunciabile che, nei giorni successivi, darà prova del suo stato
di usura, scarsa «qualità» e manutenzione. Nell’arco di poche ore, inizio a
comprendere meglio le limitazioni e i vincoli imposti dal bloqueo.

Senza supporto satellitare, Google Map è privo di vita. L’unico modo per muovermi sull’isola
sarà quello di tornare al vecchio, scomodo e silenzioso stradario che il
noleggiatore mi ha messo a disposizione.

In hotel indago sul percorso e sui territori che mi
interesserebbe fotografare. Incontro Jorge, un operatore turistico che, dopo
avermi proposto tutti i suoi tour organizzati, desiste e cede il passo alla mia
voglia di autonomia. L’uomo si lascia andare al racconto della precaria
situazione a cui il popolo cubano è costretto a causa dell’embargo, pur
sottolineando il fatto che persone come lui, operatori del settore più vitale
del paese, vivono in realtà una situazione «privilegiata».

Jorge è molto scettico sulla mia intenzione di visitare
le zone intee alla ricerca di testimonianze fotografiche e di volti lontani
dal sole delle spiagge. È abituato alle migliaia di canadesi, italiani e
tedeschi che vengono a Cuba solamente con l’obiettivo di bere rum, fumare
sigari, godere del sole dell’isola, magari in dolce compagnia. Ad ogni modo mi
fornisce indicazioni e suggerimenti strappandomi la promessa di mostrargli al
mio ritorno le immagini scattate nel mio peregrinare.

La Habana, tra
decadenza e splendori

È il 17 dicembre quando Obama e Raul Castro annunciano la
fine della guerra fredda tra i due paesi (leggere il riquadro a pag. 13, ndr).

Dopo oltre 50 anni dalla rivoluzione castrista, Cuba si
appresta probabilmente ad affrontare il più grande cambiamento di sempre.
Assaporo la fortuna di essere qui proprio nei giorni di questo storico
passaggio.

Anche se lontano dalle mie iniziali intenzioni, decido di
far partire il mio itinerario da la Habana (l’Avana, in italiano), una della
città più affascinanti del Sud America, obbligatoria per iniziare ad assaporare
il clima cubano («a due marce») ed entrare in sintonia con uno dei popoli più
cordiali e accoglienti che io abbia mai conosciuto. Girovagando per le strade
di Habana Vieja alla ricerca di angoli particolari della città vecchia e
dell’autentica cucina cubana, lontano dai locali turistici, percorro
un’infinita serie di viuzze, attraversate da rivoli d’acqua di varia natura,
che si infilano tra le macerie di edifici fatiscenti o pericolanti.

Alla fine, dopo l’incontro con una giovane coppia di
cubani, senza volerlo mi ritrovo in un famoso locale della capitale dove pare che,
in serata, ci sarà un ricevimento con la presenza del presidente Raul Castro.
Non so se questo sia vero, anche perché i due ragazzi, dopo l’iniziale
approccio disinteressato, una volta nel locale mostrano i loro reali obiettivi:
essere invitati a mangiare, a bere qualche mojito1 e magari ricevere anche dei Cuc2.

Il
ragazzo mi racconta di essere un musicista che ha anche preso parte al tour
documentario di Zucchero qualche tempo addietro. Suona la tastiera e il suo
salario mensile è di soli 30 Cuc (circa 25 dollari). Vive con la moglie, hanno
un bimbo di 3 anni e uno in arrivo. Lo intuisco anche dal pancione della
ragazza che lo accompagna.

La difficoltà di
informarsi

Voglio approfittare del fatto di essere qui per capire
meglio Cuba e per avere informazioni in presa diretta, ma non è facile. Avendo
la sensazione che sull’isola l’informazione sia ancora in mano ad un ristretto
numero di persone e non avendo la possibilità di accedere a internet, l’unico
modo per cogliere l’essenza di ciò che sta accadendo sia di parlare con la
gente comune. Spingo quindi la conversazione su quello che i miei due giovani
accompagnatori pensano del governo, della sua politica, dell’economia.

È difficile però avere dettagli. Il tono dei miei
interlocutori si anima e si placa con mezze risposte dettate al ritmo della
musica diffusa nel locale dal gruppo di musicisti che si sta preparando per la
serata.

Mentre diversi bicchieri di mojito passano sul nostro
tavolo, parliamo dello storico annuncio fatto il giorno prima dal presidente
Castro e dal leader americano. L’atmosfera si scalda al racconto di questo
evento memorabile e traspare dai loro volti la grande speranza che Cuba
finalmente possa entrare in una nuova era. Forse anche per l’effetto dei mojitos, sorridono e anche
i loro occhi brillano pensando ai cambiamenti che presto potrebbero migliorare
la loro esistenza. Come, ad esempio, la liberazione dalle restrizioni della libreta, la tessera statale
che offre un aiuto alle famiglie dando loro la possibilità di acquistare una
serie di beni primari a prezzi politici. Me la mostrano tirandola fuori con un
po’ di esitazione. Mi dicono di molti cubani che, pur disprezzandola, la
utilizzano per comperare quello che offre. Mi spiegano che la libreta non fa vivere, ma
che comunque è un utile supporto. Con essa anche il loro bimbo ha diritto alla
sua quota di riso, pane, olio, ma – aggiungono scherzando – non ai sigari che
invece a loro farebbero molto comodo: li potrebbero infatti rivendere per
comprare del latte.

Mi raccontano che, da qualche anno, Cuba sta attuando
riforme radicali soprattutto a livello agrario e stringendo accordi anche con
paesi che un tempo erano considerati nemici. In ogni caso, sia in città sia in
tutta l’area costiera, è soprattutto il turismo il comparto economico su cui la
maggioranza dei cubani punta.

Qualcosa sono riuscito a sapere. Tuttavia, l’obiettivo
della mia coppia non è tanto quello di parlare dei problemi e degli scenari
futuri di Cuba quanto di riuscire a portare a casa qualcosa in più del pranzo.
Mi parlano così di cornoperative e dell’opportunità di comprare rum e sigari a
prezzi inferiori a quelli ufficiali. Poi, all’improvviso, forse a causa del mio
scarso interesse, decidono che è ora di andare e, dopo avermi lasciato i loro
indirizzi e in regalo alcuni pesos cubani ufficiali, mi salutano
frettolosamente.

L’incontro mi porta alla mente una serie di letture che
avevo fatto prima di partire e che puntualmente mi avevano svelato quanto la
tecnica e la pratica di approcciare turisti, soprattutto a la Habana, sia
sofisticata ed elegante: gentili e affabili cubani pronti a dare il proprio
aiuto per districarsi nei meandri della capitale. Le avevo considerate leggende
metropolitane, tipiche della rete. Invece era tutto vero: la prova tangibile di
come il popolo cubano, stanco e impoverito dalla situazione economica, riesca a
escogitare strategie, anche elaborate, per sbarcare il lunario facendo leva su
quella che, probabilmente, è l’unica vera opportunità esistente nella capitale,
il turismo.

La Habana Vieja con i suoi edifici decadenti e fatiscenti
è Patrimonio dell’umanità. Probabilmente è una delle città coloniali più belle
che abbia visto nel Sud America, ma percorrendone le strade, accompagnato dagli
effluvi delle fogne, mi rendo conto del fatto che la maggior parte degli
edifici non è mai stata restaurata e che alcuni crollano inesorabilmente giorno
dopo giorno, accumulando montagne di macerie ai bordi delle strade.

Per visitare la Habana ci vuole non soltanto uno stomaco
forte, ma anche buoni polmoni. Le affascinanti e colorate automobili degli anni
Cinquanta sono infatti  quanto di più
inquinante ci possa essere perché, come gli edifici, sono rimaste quelle di un
tempo: luccicanti e appariscenti se viste da lontano, malandate, arrugginite e
decadenti se viste da vicino e all’interno.

Durante il percorso di ritorno verso la mia auto,
passando per i luoghi simbolo della città – Plaza de Armas, Palacio de los
Capitanes Generales, la cattedrale di San Cristobal -, mentre metabolizzo le
frasi e il comportamento dei due ragazzi che ho conosciuto, si rafforza nella
mia mente l’idea che, con la scomparsa del bloqueo, Cuba potrebbe non essere
più la stessa.

Tutti a bordo

Toare verso Varadero non è facile. A Cuba sono
praticamente inesistenti i cartelli stradali. Sono stati tutti, o quasi,
rimossi dalla gente del posto. In modo intenzionale: chiunque ti darà le
indicazioni di cui hai bisogno, ma spesso in cambio di un passaggio. Quando mi
fermo a chiedere informazioni, diventa così quasi inevitabile ritrovarmi, per
qualche chilometro, con una persona a bordo. E alla fine non è detto che io
prenda sempre la direzione corretta o più breve verso la mia destinazione
avendo a fianco un accompagnatore interessato.

Daniele Romeo

(fine prima
parte)

Tags: Cuba, embargo, bloqueo, vita quotidiana, rinnovamento

Daniele Romeo