DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Cari Missionari

Scriveteci!

Che problema avete? Non vi cerca più nessuno? A volte mi
verrebbe da scrivervi, fosse anche un disappunto, ma non ne ho il tempo, poi ne
passa troppo e infine penso, «tanto a voi cosa ve ne frega della mia opinione? È
comunque in contrasto con la vostra, perché scrivere?». Posso dirvela una cosa?
Finché non ho letto tutto il dossier della rivista di ottobre, avevo
un’angoscia dentro, «una tristezza da spararsi», meno male che nelle ultime due
pagine mi tirate su il morale. So che la mia vita da cristiana non è perfetta e
me lo spiaccicate in faccia come una sberla, il cammino lungo e faticoso della
conversione non finisce con l’incontro con Cristo – c’è la sequela, la coerenza,
e questo è un altro punto dolente.

[…] Con mia nipote, classe 1981, ho provato a fare «proselitismo»
(se così si può dire) richiamandola al suo battesimo. La reazione è stata
violenta. «Zia basta. Siete tutti bigotti, credo in Dio e non nella chiesa! La
verità la sto cercando, e non l’ho ancora trovata». A me non resta che piangere
e pregare per lei e tanti altri familiari. È riduttiva la fede vissuta in casa?
Intendo dire: la crisi m’impedisce di prendere l’auto ogni giorno per andare a
messa, e a volte gli orari non combaciano con il mio tempo libero. Allora mi
metto in casa davanti al crocefisso. Ma secondo voi è sempre una fede da poco,
da gente tiepida, troppo prudente, non azzardata, accomodante, pigra, inetta
fino al rigurgito di Cristo.

Che dire di altri sacerdoti che ho incontrato: alcuni
troppo hard e altri rigorosi fino al rifiuto dell’assoluzione. […]
Adesso capisco perché la Madonna a Medjugorje insiste con il pregare per i
sacerdoti. Siete sotto attacco? O lo siete sempre stati nel mirino del Nemico?
Mi piace molto anche quando Papa Francesco chiede di pregare per lui.

Ciò che vorrei chiedervi è questo: una conferma o una
smentita. Mi han detto che ci sono dei missionari cattolici che sono costretti
a sposarsi, per non essere diversi dagli altri, sennò non sono credibili
nell’annuncio. Ho obbiettato dicendo che vivranno da fratelli e sorelle! La
risposta è stata: «No, no! Fanno figli e anche tanti. Dovrebbero essere in
Oceania». Me ne sto zitta poiché non conosco tutto il mondo missionario […].
Un’altra cosa volevo dirvi. Un nostro amico circa dieci anni fa fece
un’esperienza vocazionale in Ecuador con dei missionari. Ne toò sconvolto
perché ci disse che là ogni prete ha minimo dieci donne a disposizione. Noi gli
abbiamo detto: «Esagerato!». Risultato, lui non frequenta più la chiesa,
obbiettando che è un moralismo inutile, un’ipocrisia lampante.

Avete il coraggio di dire la verità? Caspita, se lo
trovate avete un fegato da vendere! Cordiali saluti.

Piccola
figlia della Luce,
San Zenone degli Ezzelini, 13/10/2013

Gentile
lettrice,
grazie di averci scritto. Provo a essere breve.

Scrivere. Ci sembra
un modo importante per una comunicazione a due vie, non autoritaria, come
rischia comunque di essere quella stampata. Il diritto al dissenso è importante
e una contestazione argomentata e intelligente ci aiuta ad approfondire idee e
argomentazioni o ci obbliga a spiegarci meglio.

Sacerdoti. È pregare
per i sacerdoti è bello ed essenziale, perché il sacerdote ha bisogno del
sostegno della comunità. L’ordinazione non rende il sacerdote invulnerabile al
peccato, inattaccabile dalla tentazione. Il sacerdote è e rimane sempre un uomo
e come tale percorre un cammino di conversione continua, rinnovando ogni giorno
il suo sì a Dio. Come uomo può cadere, sbagliare ed essere contraddittorio.
Qualche volta può cercare la popolarità facendo il moderno e il disinibito,
altre volte può usare la tradizione e l’intransigenza senza misericordia come
scudo alle sue paure. Ma la maggioranza vive con umiltà («timore e tremore»
scriverebbe Kierkegaard) il proprio stato sapendo che il Salvatore è uno solo:
Gesù Cristo. Certo, il cammino del prete è più impegnativo di quello dei
semplici cristiani, perché se un sacerdote cade, non è solo lui a cadere, ma fa
male a tanti. «Nel mirino del Nemico», dice lei. È vero. E il Nemico si serve
anche di tanti buoni cristiani che invece di sostenere i loro sacerdoti, li
criticano, credono a mille dicerie, generalizzano e malignano. E anche di
quelli che confondono la Chiesa col prete, si dimenticano che per il battesimo
anch’essi sono Chiesa diventando giudici impietosi che si difendono accusando
di «bigottismo, ipocrisia e falso moralismo». Purtroppo non solo è più facile
far così, tirandosi fuori «dal gruppo», ma il nostro sistema stesso di vita
oggi incoraggia questo individualismo assoluto per cui uno risponde solo a se
stesso (al suo «dio»).

Missionari che si sposano? Onestamente è la prima che sento parlare di missionari che si devono
sposare, per non essere diversi. Da secoli i missionari «sono diversi» e non
solo per il celibato. Sono diversi per il colore della pelle, per la lingua che
non conoscono, per il modo di vivere e «anche» perché non si sposano. Nella
storia, più di uno ha pagato con la vita la fedeltà al celibato che lo rendeva «diverso»
e anche pericoloso agli occhi di certi popoli. Che poi ci siano dei missionari
che abbiano amato una donna, generando anche dei figli, non dovrebbe stupire
nessuno, eccetto coloro che li ritengono degli automi programmati e non degli
uomini in carne e ossa. Ma che questa sia la situazione normale e accettata («dieci
donne a testa»), è tutto da provare. La realtà è ben diversa. Quando si sentono
voci sui preti, bisognerebbe avere più senso critico, più amore della verità
(come dice anche lei), tanta misericordia e un po’ di autocritica.

Fede da poco. L’ultima
cosa che vogliamo fare è sottovalutare la fede delle persone e la grazia di
Dio. La fede non è mai «da poco». È vero, scrivendo si rischia di generalizzare
ed enfatizzare. Anzi, a volte si deve alzare il tiro per riallinearci alle
esigenze della Parola, quella vera, senza diluirla nel «minimo comun
denominatore» della mediocrità del «fan tutti così». Ma il cuore delle persone
solo Dio può giudicarlo.

La teocrazia iraniana

Caro p. Gigi,
condivido il suo no comment al lettore che ha
disdetto l’abbonamento a causa del suo editoriale di luglio. Non l’avevo letto
a suo tempo, ma, incuriosito, l’ho cercato e letto dal vostro sfogliabile
(ottima iniziativa) e davvero non c’è nulla da dire.

1. Sono favorevole alla vostra scelta di articoli
lunghi, cosa per la quale mi risulta che altri vi critichino. Adesso è diffusa
la mania di dover scrivere poco perché la gente si stanca a leggere e ha poco
tempo per farlo. Allora lasci perdere di leggere. […]

2. Nel dossier di A, Lano sull’Iran (MC, ago. 2013)
sembra che quella nazione sia lo stato migliore del mondo. Può essere che sia
davvero così, anch’io diffido della comunicazione di massa che orienta
l’opinione pubblica, quindi sono naturalmente e favorevolmente predisposto
verso l’informazione «alternativa». Ciò premesso, però, avrei fatto domande più
«dure» all’interlocutore. Ad esempio, è vero o no che il precedente presidente
voleva la distruzione dello stato di Israele? E ora come la si pensa in
proposito? Su altra rivista missionaria l’Iran non è definito una repubblica
così meravigliosa, chi sbaglia?

Giovanni Guzzi
Vimercate (MI), 11/10/2013

Caro
lettore,

non
ho descritto l’Iran come una «Repubblica meravigliosa», ma come una Repubblica
islamica teocratica basata su meccanismi della cosiddetta «democrazia». È una
democrazia teocratica con molti problemi da affrontare e risolvere, dunque non
certo perfetta. Ma esiste una democrazia perfetta? Gli Stati Uniti lo sono,
forse, con la loro pena di morte, le extraordinary renditions, i tanti
dissidenti «missing» e lo spiare anche gli alleati? Lo sono gli stati
europei, con una repressione sempre più forte delle proteste dei cittadini? Lo è
Israele, stato mediorientale che bombarda civili?

Nel
mio dossier ho poi paragonato alcuni principi chiave dello sciismo con quelli
del sunnismo, deducendone una maggiore possibilità d’interpretazione razionale
e libertà di pensiero del mondo sciita, che, nella mia pluridecennale
esperienza di studiosa sul campo di Islam, ho notato più «colto» e interessato
alla cultura di quello sunnita.

Questo
non toglie che durante l’era di Ahmadinejad ci fossero molti problemi interni,
oltre che estei, dovuti al suo populismo e a posizioni  estremiste, nonché censure di vario tipo –
tra cui internet -, di cui ho parlato nel mio articolo.

L’era
di Rohani sembra aprire nuove frontiere e nuove speranze, e molti critici
interni del passato regime stanno appoggiando con fiducia il nuovo presidente.

Quanto
alle invettive contro Israele, ormai famose, in parte si è trattato di
traduzioni errate dal farsi – la famosa frase “scomparirà dalla mappa
geografica” aveva altro significato che non la fine fisica di Israele -, in
parte di retorica populista dell’ex presidente.

Le
offro un consiglio, comunque: faccia un viaggio in Iran, e capirà che paese e
che popolo accogliente è. Poi vada in qualche altro stato del Golfo, tipo
l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi. O anche solo l’Egitto, e ci racconterà
cosa ne pensa.

Angela Lano

Ancora
Yanomami

Carissimo Fratel Carlo (Zacquini), prima di tutto ti
voglio ringraziare; grazie perché mia figlia Martina, dopo aver parlato della
tua intervista e delle condizioni del popolo Yanomami (MC, ott. 2013) mi
ha detto di te qualcosa che mi ha toccata profondamente: che «Conoscerti è
stata una vera fortuna», che «tu ci aiuti a diventare persone migliori. Siamo
tutti persone “normali” che stanno sedute aspettando che siano altri a cambiare
il mondo. [Se] poi c’è una persona che si alza e prova a cambiare il mondo,
quella è una persona migliore e m’insegna che anch’io posso e devo alzarmi
dalla mia normalità-mediocrità e diventare migliore» […].

A volte gli amici mi chiedono perché mi interessano
tanto gli Yanomami. È semplice: perché sono dei nostri fratelli. Punto.
Condividono con noi la fortuna di far parte di questo meraviglioso creato. E
non è abbastanza? Noi apparteniamo alla razza che si sente padrona del creato,
superiore agli indigeni di qualsiasi parte del mondo, e con il nostro egoismo e
la nostra presunzione non riusciamo e non cerchiamo di comprendere altre
culture. Possibile che non ci sia una via percorribile di evoluzione e di
progresso in cui non venga calpestata la dignità umana? In cui sia presente la
dovuta tutela dell’ambiente dal quale tutti indistintamente dipendiamo? Oggi ci
sono uomini che distruggono la foresta e ingannano i popoli che ci vivono,
ricchi che diventano sempre più ricchi a scapito della cultura, degli usi e dei
costumi degli indigeni che vengono sfruttati e resi dipendenti dal dio denaro
che tutto permette di avere. Bisogna alzarsi e combattere per un mondo più
giusto.

Ci sono molte persone che ti sono vicine in tutto il
mondo, ma forse ancora non bastano. Credo che sia necessario coinvolgere più
persone possibili […].

È molto triste quando tu dici che gli stessi brasiliani
si vergognano dei loro fratelli indigeni, ma lo comprendo. Anche qui gli
immigrati cercano di nascondere le loro origini il più possibile, ma, per i
popoli indigeni della foresta deve essere diverso, loro sono i fratelli custodi
di quella grande foresta di cui tutti noi abbiamo bisogno. Mi piacerebbe
invertire il loro status da vittime a protagonisti orgogliosi che con la
loro vita e cultura e rispetto salvano la foresta di cui tutti abbiamo bisogno.
Non più esseri inferiori, e i paesi che li ospitano devono sentirsi orgogliosi
di occuparsi di loro. Caro Carlo se questa inversione di considerazione non
avviene, prima o poi un governo o un altro troverà un «buon motivo» per
annientarli per sempre in nome della civiltà.

Con immenso affetto e riconoscenza.

Nicoletta Testori
18/09/2013

La formica alla cicala

Egregio direttore, ho appena letto la risposta che Lei
si è permesso di dare al sig. Giorgio Rapanelli (MC ott. 2013) e ne sono
rimasto profondamente indignato. Il sig. Giorgio può sicuramente permettersi di
parlare a nome degli italiani, quantomeno di quelli che pagano le tasse. Non so
invece a chi si riferisca Lei quando scrive che «siamo noi che continuiamo a
rubare». Spero che si riferisca a chi vive a scrocco degli altri e non agli
italiani che lavorano e che si sono faticosamente guadagnati il loro benessere
senza per questo doversi sentire in colpa.

Egregio direttore, sono un italiano che paga le tasse
(quindi anche il suo 8 per mille), cattolico praticante e volontario in Africa
(sempre a spese mie). Ho girato l’Africa in lungo e in largo quindi posso
affermare con sicurezza che gli europei hanno dato all’Africa molto più di
quello che hanno preso, sia in termini di infrastrutture che in termini di
aiuti umanitari. Sono europei quei tanti suoi confratelli missionari e
volontari laici che in Africa fanno solo ed unicamente del bene, spendendo la
loro vita al servizio degli altri, anche a costo del martirio. Che poi ci siano
anche le multinazionali è un altro discorso, anche perché queste ultime non
sfruttano solo l’Africa ma chiunque e qualunque cosa. Smettiamola di dare
sempre la colpa all’Occidente! Vede, credo in Dio e non nel denaro, ma
l’esperienza mi ha insegnato che coloro i quali dicono che il denaro non è
importante solitamente non sono abituati a guadagnarselo e tendono a vivere
sulle spalle degli altri e in questo, probabilmente, Lei non fa eccezione.

Se ha voglia di contestarmi, mi parli della sua dichiarazione
dei redditi e di quanti migranti lei ospita a casa sua e a spese sue. Il
benessere che noi italiani ci siamo guadagnati (lei escluso) deriva dal lavoro,
e chi lavora onestamente e faticosamente (senza tanti “pole pole”) non deve
certamente sentirsi in colpa del proprio benessere né responsabile di tragedie
che sono imputabili unicamente alla disperazione e a coloro che, sulla tratta
delle persone, costruiscono le loro fortune economiche. Anche nelle missioni si
chiudono a chiave le porte di casa, eppure Lei ci viene a dire che dovremmo
fare entrare in Italia chiunque, senza alcun controllo, quando l’immigrazione
clandestina è considerata illecita in tutto il mondo, anche nei paesi africani
dove addirittura sono previste pene molto più severe per chi entra nel paese
illegalmente.

Vede, egregio direttore, la solidarietà è un valore
cristiano ma non la si può imporre, e gli ipocriti non sono i più adatti a
insegnarla. Se Lei si sente in colpa per le tragedie dei migranti, vada ad
aiutarli a casa loro o li accolga a casa sua, ma lo faccia in silenzio e a
spese sue, e non sempre a spese di Pantalone. Solo così, sarà un buon cristiano
e, se vorrà, potrà venirci a insegnare l’accoglienza con meno ipocrisia. Smetta
di fare la cicala e inizi a fare la formica, come tanti suoi confratelli che
lei disonora con le sue parole offensive per tutti noi che la solidarietà la
facciamo in silenzio, a spese nostre.

Alessio
Anceschi
Sassuolo (MO), 14/10/2013

Caro Sig. Anceschi,
quando scrivo che «siamo noi che continuiamo a rubare», non lo dico io, ma
statistiche che sono pubblicamente disponibili.

Sistema «che ruba». Segnalo solo pochi dati. Il «nostro» mondo, troppo semplicisticamente
definito «l’Occidente», ha il 20% della popolazione e consuma l’80% delle
risorse mondiali. L’Italia consuma ogni anno quattro volte più della sua
biocapacità; fa meglio di altri paesi, ma è sempre sopra il livello di guardia.
L’Europa butta il 15% del cibo che produce; in Italia il 25% del cibo comperato
finisce nella pattumiera.

È vero che la maggior parte degli italiani
sono grandi e onesti lavoratori (o candidati a esserlo, visto l’incredibile
livello di disoccupazione), ma è anche vero che siamo dentro un sistema che non
funziona e si regge sulle spalle di chi vive sotto la soglia della povertà
grazie a un sofisticato sistema di rapina delle risorse di cui nessuno sembra
essere responsabile. Le famose multinazionali che oggi sfruttano tutto e tutti,
anche noi (il mostro che mangia se stesso!), non sono un prodotto della
fantasia dei poveri, ma il frutto più alto e perverso del sistema economico di
cui noi viviamo.

Rifugiati.
I paesi africani ospitano molti più rifugiati di quanti noi non ne riceviamo in
dieci anni. Da noi non esiste una realtà come il campo profughi di Daabab in
Kenya, con le sue centinaia di migliaia di disperati provenienti dalla Somalia.
E quanti sono i rifugiati in Congo RD, in Ciad, in Sudafrica, in Ruanda, in
Tanzania, tanto per nominare solo alcuni paesi? Le statistiche parlano di oltre
quattro milioni. Tutti clandestini schedati dalla polizia?

Lascio poi ai lettori il resto del suo
intervento.

La cicala ipocrita. Per quel che mi riguarda – mi permetta questa autodifesa -, preciso
che da quando ho finito gli studi nel 1976 e sono stato ordinato sacerdote,
lavoro una media di 8-12 ore al giorno – fine settimana incluso -, e non ho
pesato sull’8×1000 e neppure sul sistema sanitario nazionale fino ai 60 anni
compiuti. Quando nel 2010, rientrato in Italia dopo 21 anni di servizio in
Kenya, sono diventato viceparroco (mentre i miei coetanei andavano in
pensione), ho ricevuto il mio primo stipendio di 699,00 euro netti al mese,
tasse pagate, che mi lucra un totale annuo di ca. 8200,00 euro, tredicesima
compresa, troppo per essere esente dal ticket sanitario.

Quanto ai migranti, o potenziali tali, li ho aiutati
quando ero a casa loro e continuo ad aiutarli da qui, perché ritengo che la
cosa migliore sia metterli in condizione di vivere una vita dignitosa restando
a casa propria. Come fanno tanti miei confratelli in Africa, America Latina e
Asia, cui dò voce attraverso questa rivista, e come possono testimoniare le
centinaia (non ho mai tenuto il conto!) di ragazzi e ragazze che ho fatto, e
continuo a fare studiare con l’aiuto di tanti amici. Essi – ragazzi e amici –
sanno bene che sono più una formica e che una cicala, anzi più un «canale che
una conca», per dirla col Beato Allamano, perché quello che «mendico» dagli
amici e benefattori va tutto per aiutare chi è nel bisogno, creando non poche
ansietà al mio amministratore con i miei conti perennemente in rosso.

Che il Signore e i lettori mi perdonino questo momento
di vanità. •

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