DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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4_M: Una Storia di Provvidenza

Da 10 anni i missionari
della Consolata in Mongolia
Arrivati senza progetti
prefabbricati, hanno cercato la loro via attraverso il confronto, dialogo e
discernimento: oggi i missionari e le missionarie della Consolata in Mongolia
sono 11, distribuiti in due comunità, nella capitale e nella cittadina di Arvaiheer.

Nudee adesso ha 10
anni. Il suo è un soprannome e si riferisce agli occhietti vispi che spiccano
sul suo volto minuto. Lo abbiamo conosciuto quando lottava per sopravvivere,
tra gli stenti di una famiglia troppo provata; oggi è un ragazzino vivace e
sano che ha ripreso a vivere e sperare. Guardandolo, ci viene da pensare che la
nostra presenza in Mongolia ha la sua stessa età. Compiamo anche noi 10 anni di
Mongolia: quella che ci sembra una giornata ininterrotta, neanche poi così
lunga, negli occhi di Nudee è già una vita. Breve, ma intensa, ricca di
incontri, esperienze e strade percorse.

I primi inizi

Prima di partire da Roma, di mons. Padilla sapevamo solo
che era il Prefetto Apostolico di 
Ulaanbaatar che aveva benevolmente accolto la delegazione dei missionari
e missionarie della Consolata nel 2002, di ritorno dalla Cambogia, la quale
inizialmente sembrava dovesse essere il nostro nuovo campo di apostolato. E qui
già una sorpresa, la prima di tante che la Provvidenza ha seminato nella nostra
storia: invece che in Cambogia, i nostri due Istituti scelsero la Mongolia, la
cui situazione richiedeva forze missionarie che si dedicassero
all’evangelizzazione, al dialogo interreligioso e alla consolazione dei poveri;
queste le uniche grandi linee-direttrici consegnate al primo gruppo di
partenti: i padri Juan Carlos Greco e Giorgio Marengo, le suore Lucia
Bortolomasi, Maria Ines Patino e Giovanna Maria Villa. Sì, un gruppo misto, per
espressa volontà dei due Istituti, che intendevano riprendere quella comunione
di vita e missione che li aveva visti nascere dal beato Allamano. Il gruppetto
si trovò per un mese di convivenza tra Nepi (Viterbo) e Roma, nella primavera
del 2003. E già in quei primi passi di conoscenza reciproca e formazione
sperimentò il passaggio della croce per la malattia improvvisa di padre Paolo
Fedrigoni, anch’egli destinato alla Mongolia, ma sostituito da padre Eesto
Viscardi, che raggiunse il gruppo a inizio 2004. Anche suor Sandra Garay, pur
avendo partecipato al cammino di preparazione, si unì al gruppo qualche mese più
tardi.

Il mandato delle due Direzioni Generali era essenziale:
iniziare questa nuova presenza puntando sulla comunione tra di noi e senza
troppi traguardi da raggiungere, perché quelli li avremmo scoperti insieme, sul
posto. E così partimmo: era il luglio 2003. I nostri confratelli della Corea
furono i primi a accoglierci in terra asiatica, mentre sbrigavamo le formalità
per ottenere il visto dall’ambasciata mongola di Seoul. Durante quei giorni
ricevemmo una chiamata di mons. Padilla: «Abbiamo trovato per voi due alloggi
in affitto nello stesso condominio; vi aspettiamo all’aeroporto». Pochi giorni
dopo volammo verso  Ulaanbaatar: sentendo
gli annunci in mongolo delle assistenti di volo ci chiedevamo quando mai
avremmo imparato a esprimerci in una lingua così difficile…

Fu proprio la lingua la priorità alla quale dedicammo i
primi tre anni di presenza nella capitale: tornammo sui banchi di scuola per
cercare di assimilare suoni impronunciabili e capie la grammatica, oltre che
per introdurci al mondo culturale di questo poco conosciuto paese dell’Asia
Centrale.

Vivevamo in due alloggi nello stesso condominio, nella
zona est di  Ulaanbaatar. Fu spontaneo
impostare i ritmi quotidiani su alcuni appuntamenti fissi condivisi: preghiera,
pasti preparati a tuo, incontri di formazione e valutazione. Nascevano
momenti di condivisione spontanea, vitali per persone che, provenienti da paesi
diversi e con alle spalle esperienze di missione piuttosto eterogenee, dovevano
imparare a orientarsi in un mondo del tutto nuovo e piuttosto insolito. Allora
forse non lo sapevamo, ma si stava definendo uno stile che avrebbe poi
caratterizzato questa missione: la frateità vera, declinata al maschile e al
femminile, e che supera la semplice «collaborazione», per diventare spirito di
famiglia, responsabilità condivisa nelle scelte, esperienza di crescita umana e
spirituale.

Qualcuno tra i missionari di altre congregazioni già sul
campo si stupì che non fossimo arrivati con un progetto già ben definito,
magari una scuola o un centro di salute: «E poi cosa farete? Di che cosa vi
occuperete?» era la domanda più ricorrente. Ma fu proprio questa libertà da
schemi predefiniti che ci permise di metterci in atteggiamento di attenzione e
discernimento di quale fosse la volontà di Dio per noi.

Alcune scelte importanti

Nel frattempo mons. Padilla era stato ordinato vescovo e
la piccola chiesa locale provava a darsi una prima organizzazione ufficiale.
Negli anni a seguire avremmo poi offerto un contributo determinante in questo
processo, al punto che uno di noi, padre Eesto Viscardi, è oggi Prefetto
delegato, ossia vicario generale del vescovo. Ciò che diventava gradualmente più
chiaro era la necessità di spingerci al di fuori della capitale, fino ad allora
unico vero campo di apostolato della Chiesa. In questo enorme Paese, grande 5
volte l’Italia, la Chiesa non aveva alcuna presenza stabile in zone rurali o
nei centri delle 21 regioni amministrative, eccetto un asilo infantile nella
città settentrionale di Erdenet.

Anche in questo caso non ricevemmo «ricette già pronte»;
il vescovo ci invitò a guardarci attorno, a esplorare il khudoo,
l’immensa campagna mongola. Durante le vacanze dalla scuola di lingua, in
inverno e in estate, organizzammo viaggi con fuori strada presi a noleggio e
visitammo almeno 10 regioni, quelle che ritenemmo più realistico prendere in
considerazione, situate in un raggio di 400-600 chilometri dal centro. A ogni
viaggio seguiva un incontro di valutazione, finché nel 2006 giungemmo alla
scelta di Uvurkhangai, nel suo capoluogo di Arvaiheer.

Con la presenza ad Arvaiheer si avviò una nuova fase:
l’inserimento diretto nel vissuto di una comunità. Non avevamo precedenti. Si
dovettero ottenere i permessi da parte dell’autorità locale. In Mongolia
infatti, benché la costituzione riconosca la libertà di culto, l’esercizio di
attività religiose è strettamente regolamentato da una serie di restrizioni.
Eravamo gli unici stranieri stabilmente residenti nella cittadina. Bisognava
tessere reti di relazioni amichevoli con persone di vari ambienti e
provenienze.

Tale situazione ci fece capire concretamente che
l’annuncio evangelico deve necessariamente prendere carne nella persona degli
annunciatori, accettando la gradualità e i condizionamenti di qualsiasi
relazione autenticamente umana; dovevamo renderci conto di essere «pellegrini e
ospiti» e quindi dipendenti anche noi dall’accettazione degli altri.

Nacquero piccole iniziative di avvicinamento alla vita
del paese: collaborazioni in progetti di sviluppo lanciati dagli enti locali,
insegnamento dell’inglese, volontariato in un asilo. E intanto ci chiedevamo
che forma potesse eventualmente prendere la nostra presenza, qualora ci
avessero dato il permesso. Il governo regionale si pronunciò a favore, dandoci
come una chance per verificare se davvero valeva la pena lasciarci
operare nella loro giurisdizione. Un pezzo dopo l’altro si veniva componendo un
mosaico, che capimmo solo dopo: ci diedero in uso un terreno a ridosso della
strada statale, all’ingresso del paese; pochi mesi dopo cambiarono idea e
finimmo dove sorge ora la missione: una zona periferica e piuttosto isolata, ma
che si sta progressivamente popolando. Poi la grande gher della cappella
e quella del doposcuola (2007), il centro missionario in muratura (2008), il
locale per le docce pubbliche (2010) e infine gli spazi per gli incontri e
l’ospitalità (2012).

Il frutto più bello di questo cammino è la nascita della
piccola comunità cristiana, fatta di persone che dalla curiosità sono passate alla
ricerca e infine al catecumenato e al battesimo. Il 17 giugno il vescovo l’ha
elevata a parrocchia, dedicandola a «Maria, Madre di Misericordia». E così
abbiamo scoperto quanto sia attraente il Vangelo e come lo Spirito di Dio parli
nell’intimo dei cuori, per condurre alla pienezza di vita nella fede. Storie a
volte incredibili di persone che si sentono attratte dal Signore, sperimentano
una pace «diversa» quando vengono a pregare nella grande tenda-cappella,
scoprono la riconciliazione reciproca e con Dio e riescono a uscire dalla
schiavitù dell’alcornol: solo Dio può tessere così la trama delle nostre vite e
noi siamo qui a riconoscere il suo passaggio e renderlo manifesto.

Dal centro alla periferia

Contemporaneamente agli sviluppi di Arvaiheer, la comunità
di Ulaanbaatar accoglieva le missionarie e i missionari in arrivo e li
accompagnava nel primo inserimento. Ma già fin dai primi anni ci misurammo con
la formazione di una piccola comunità cristiana nascente, in un quartiere
periferico della capitale, vicino all’aeroporto. Anche qui si creò un gruppo,
che faceva capo alla parrocchia più vicina, nel territorio in cui viviamo;
diverse di quelle persone divennero poi punti di riferimento perché altre
incontrassero il Vangelo: due ragazze sono oggi in formazione nelle Filippine,
per diventare catechiste qualificate a servizio della Prefettura Apostolica.

Oltre allo studio della lingua e cultura, abbiamo sempre
cercato di offrire un contributo qualificato alle attività della Chiesa locale:
catechesi, incontri formativi, assistenza ai poveri, collaborazioni con gli
uffici della Prefettura. Nel tempo ci sembò che il nostro servizio in città
potesse anche prendere la forma di un apostolato diretto, in una zona dove non
ci fossero ancora presenze cattoliche.

Anche questa volta portammo avanti una riflessione
comunitaria, per pianificare la nuova apertura in contesto cittadino. Facemmo
un’accurata ricerca sul campo, che ci portò a individuare nella periferia nord
della città l’area di un futuro inserimento. Solo recentemente abbiamo concluso
una lunga trattativa per l’acquisizione di un terreno in quella zona, piuttosto
degradata, dove speriamo di avviare presto la nostra presenza; la
frequentazione della gente del luogo e il vivere lì ci daranno elementi validi
per disceere come realizzare il centro di «spiritualità ed evangelizzazione»
che ci sembra di poter offrire alla Chiesa in Mongolia. Quando le forze
missionarie lo consentiranno, esso potrà offrire occasioni di primo annuncio e
attenzione ai poveri; nelle nostre intenzioni rappresenterà anche la possibilità
di ritirarsi dal caos del centro cittadino per ritrovare se stessi nella
preghiera e condivisione.

La tenda della Consolata

Dieci anni di presenza in un paese dalla storia
millenaria sono come una goccia d’acqua. Intanto però la Consolata ha potuto
piantare la sua tenda nella terra di Gengis Khan. È questo un paese dove
l’inserimento può essere pesantemente condizionato dal clima molto freddo,
dalla peculiarità e complessità dei riferimenti culturali (p. es. la lingua) e
dal carattere rarefatto delle relazioni, vista la bassissima densità di
popolazione. Il senso di isolamento che si avverte può essere molto forte.
Eppure ci sentiamo enormemente arricchiti da tutto questo.

L’immagine biblica che forse più ci accompagna è quella
del piccolo seme gettato nel campo; essa esprime bene quello che sperimentiamo
di fronte alla sproporzione tra le esigenze della missione e la nostra povertà.
Ma abbiamo toccato con mano quanto tale povertà possa diventare feconda, se
messa nelle mani di Colui che guida la storia e le nostre vite. E allora
continuiamo il cammino, da fratelli e sorelle, sperando di incrociare un giorno
lo sguardo adulto del nostro Nudee.

P. Giorgio
Marengo

Giorgio Marengo