DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

3_M: Torna a rifiorir la steppa

Storia e sfide della
chiesa più giovane del mondo
Con un messaggio
pastorale il prefetto apostolico di Ulaanbaatar, monsignor Wenceslao Padilla, traccia la storia dei primi 20
anni della missione cattolica in Mongolia. Una storia che parte da tre
missionari e arriva a centinaia di fedeli e un buon numero di missionari e
missionarie, diverse strutture e nuove conversioni ogni anno. Oggi, però, con
lo sviluppo economico e l’avvento della democrazia le sfide si moltiplicano.

Il 10 luglio del 1992
una Chiesa è nata nelle steppe dell’Asia Centrale. Ciò avvenne quando tre
missionari della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Cicm) misero il
piede sul suolo mongolo. Sembrava quasi un’avventura per i tre religiosi
stabilire una missione là dove la Chiesa non aveva alcuna struttura fisica né
membri da considerare propri. Sin dall’inizio, l’idea di far nascere una Chiesa
dal nulla sembrava un’impresa paurosa, piena di sfide, ma anche eccitante.

Siamo arrivati quando la Repubblica di Mongolia si era
appena liberata dal dominio della Russia Sovietica e la nazione stava tentando
i primi passi per reggersi in piedi da sola. Il governo appena costituito
cercava di rispondere ai vari problemi e necessità della gente e del paese.
C’era una situazione in un certo senso caotica nei luoghi pubblici, come lo «sciopero
della fame» messo in atto davanti al palazzo presidenziale e parlamento, per
chiedere le dimissioni dell’allora primo ministro. A guidare la dimostrazione
c’era anche un coraggioso e impegnato attivista sostenitore della democrazia:
Tsakhiagiin Elbegdorj, attuale presidente del Paese.

I primi contatti

Stando in un appartamento in affitto, abbiamo lentamente
trovato la nostra strada per entrare nel cuore dei mongoli, cercando di vivere
come loro, sperimentando le stesse privazioni e difficoltà di vita di quel
tempo. C’era scarsità di cibo e mancanza di comodità. La Mongolia era un «paese
di stenti», come dicevano molti stranieri incontrati durante i primi giorni
della nostra integrazione. Ben presto, però, dopo aver conosciuto meglio la
gente e il loro stile di vita, e dopo aver imparato un po’ la loro lingua, ci
siamo sentiti più fiduciosi nell’allacciare contatti con i locali.

«Venite e vedete» era la nostra parola d’ordine per far
sentire benvenute e a proprio agio le persone che incontravamo e si avvicinavano
a noi. Alla curiosità di chi si domandava chi eravamo, cosa facevamo, perché
eravamo in Mongolia… rispondemmo piano piano, quando cominciammo a invitare e
radunare la gente per le celebrazioni liturgiche, a organizzare classi di
catechismo e a svolgere attività sociali.

I primi anni sono stati tempi di sopravvivenza,
adattamento e aggiustamento alle realtà fisiche del paese e del suo popolo. Per
quel trio, sono stati anni di vero discernimento, inculturazione e prima
evangelizzazione… i primi contatti della Chiesa istituzionale con i fedeli di
altre credenze e convinzioni religiose.

Non eravamo tanto preoccupati delle difficoltà e delle
sfide che ci circondavano, come invei molto rigidi, barriere linguistiche,
mancanza di comodità, fortissima adesione della popolazione a buddismo,
sciamanesimo e islam, presenza di altre denominazioni e sette cristiane,
assenza di fedeli cattolici locali e di qualsiasi edificio sacro. Personalmente
presi tutto questo come aspetti positivi della vita missionaria. Tali condizioni
ci offrivano una sfida e un’opportunità. Eravamo fortemente convinti che quel
Dio che ci chiamava e ci mandava in Mongolia fosse presente già da tempo nelle
vite ordinarie dei fratelli e sorelle mongoli, anche prima del nostro arrivo.
Tale pensiero era uno sprone per crescere nell’apprezzamento e nella
comprensione delle realtà concrete  del
paese e della gente.

La Chiesa in Mongolia oggi

Guardando indietro a questi primi 20 anni di presenza
della Chiesa cattolica in Mongolia, siamo lieti di ripetere come il salmista: «Grandi
cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (126, 3).

Dai 3 pionieri, siamo passati a 81 missionari di 22
differenti nazionalità e di 13 istituti e gruppi religiosi diversi; da una
popolazione cattolica pari a zero, oggi sono circa 835 i mongoli entrati nella
Chiesa cattolica attraverso l’iniziazione cristiana; molti di più sono quelli
già introdotti nella fede cattolica e che sono accompagnati dai missionari con
differenti programmi di catechesi.

Con il rilevante aumento del personale (missionari e
collaboratori locali) continuano a crescere ed evolversi attività pastorali,
sociali, educative, umanitarie caritative e di sviluppo: tutti progetti diretti
al miglioramento della situazione della povera gente.

Ora la missione può vantarsi di avere 5 parrocchie e
altrettante postazioni missionarie con estesi servizi sociali; 2 centri per i
bambini di strada; una casa per anziani; 2 asili Montessori; 2 scuole
elementari; un centro per bambini disabili; una scuola tecnica; 3 biblioteche
con sale di studio e strutture informatiche; un ostello per giovani
universitarie, anch’esso dotato di sala studio e servizi informatici; vari
centri per attività giovanili; 2 cornoperative agricole; un ambulatorio con
laboratorio; un Centro di ricerca Mostaert; programmi di lingue… La Caritas
Mongolia
porta avanti programmi di escavazione e riparazione di pozzi
profondi, costruzione di case per indigenti, agricoltura sostenibile, sicurezza
alimentare, servizi e assistenza nelle zone rurali, lotta al traffico di esseri
umani. Inoltre abbiamo un centro per ritiri spirituali, centri con programmi
per alleviare la povertà, offriamo borse di studio a studenti poveri e
meritevoli di città e di campagna.

La celebrazione dei 20 anni di vita della Chiesa
cattolica in Mongolia è stata segnata da altri eventi, come l’inaugurazione
della scuola elementare della Prefettura e l’erezione della quinta parrocchia
intitolata a «Maria Madre della misericordia» (quella di Arvaiheer, vedi
pag. 47-49, ndr
). Inoltre, siamo anche felici che due giovani mongoli sono
oggi in un seminario della Corea del Sud, presso l’Università cattolica di
Daejeon, per prepararsi al sacerdozio.

Con tutto ciò, ora siamo in grado di guardare al futuro
con più fiducia e speranza. Con pazienza e determinazione siamo decisi a
raggiungere altra gente, non solo quelli che si sono già uniti a noi nella
fede, ma anche quelli di cui ci prendiamo cura anche se non sono ancora
battezzati. Tuttavia una frustrazione si sta insinuando in questa Chiesa
adolescente: circa il 23% dei battezzati non frequenta più i riti liturgici;
alcuni hanno già abbandonato la fede; un altro 15% è fuori alla ricerca di
pascoli più verdi, sperando che, dovunque si trovino, continuino a praticare
qualche forma di vita cristiana.

Guardando al futuro e alle sue sfide

Sono passati 20 anni. È difficile ora risalire a punto
in cui abbiamo cominciato. Con le trasformazioni del paese causate dall’avvento
della democrazia e dell’economia di mercato, la Mongolia si affaccia a un
futuro sconosciuto per molte generazioni di mongoli. Al momento il paese si
trova alla ribalta e attrae l’avidità di molti investitori stranieri, data la
sua ricchezza di risorse naturali. L’industria mineraria è esplosa negli ultimi
anni e sta attirando un movimento immigratorio dalle città alle zone rurali. C’è
anche un influsso di esperti e tecnici stranieri che stanno facendo le
infrastrutture e le prime operazioni di scavo.

Con lo sviluppo portato da questo fenomeno, il tenore di
vita della popolazione sta raggiungendo livelli 
elevati; ma il costo della vita e dei beni di prima necessità continua a
crescere. Per affrontare questa situazione la popolazione viene sostenuta con
sussidi da parte del governo, il quale sta già ricevendo somme considerevoli grazie
agli investimenti previsti dalle compagnie estrattive. Si può dire che le
autorità politiche stanno già usando gli «utili non ancora realizzati» dalle
attività minerarie per condividerli con la popolazione. Di conseguenza, la
maggior parte dei dividendi governativi ricavati dai profitti minerari molto
probabilmente toerà nelle tasche degli investitori una volta che le
operazioni saranno in pieno sviluppo e inizieranno a rendere.

Tale situazione pone alla Chiesa sfide tremende. Quello
che sta succedendo potrà essere di aiuto al popolo, ma di sicuro non aiuterà la
comunità cattolica che dipende dagli aiuti e sostegno dall’estero: non abbiamo
alcuna fonte di guadagno locale, dato che siamo qui come «organizzazione non
profit
». L’aumento dei salari del 53% avvenuto nel 2012 ha aggravato fortemente
le difficoltà finanziarie della Chiesa. È molto probabile che i missionari
dovranno tirare la cinghia, ridurre un buon numero di personale o chiudere
alcuni dei loro progetti.

A tutto ciò si aggiunge una considerevole diminuzione
delle donazioni dall’estero per portare avanti i nostri progetti. Le agenzie di
raccolta fondi, colpite dalla recessione economica globale, non sono riuscite a
raggiungere i traguardi degli anni scorsi. Anche i benefattori, che sentono e
leggono la propaganda sulla crescita del benessere della Mongolia danno di
meno. Con questa nuova situazione, la Chiesa deve superare ostacoli sempre più
grandi per sopravvivere.

Un’altra sfida che la Chiesa deve affrontare è la
rinascita dello sciamanesimo, la religione culturalmente radicata nella
popolazione, che propone l’adorazione della natura, cioè il tengerismo
(adorazione dei cieli blu). La gente sta tornando ai suoi costumi culturali
ancestrali e credenze tradizionali.

Infine, data la crescente richiesta di lavoratori nelle
imprese minerarie, suppongo che bisognerà cambiare le strategie di missione
della Chiesa, per aiutare quelle persone che saranno coinvolte nel processo
migratorio dalle città alle campagne.

Cosa può offrire oggi la Chiesa alla Mongolia?

Per essere rilevante, la Chiesa deve guardare più
attentamente al futuro, adattandosi alla società in celere mutamento, sotto la
spinta della democrazia, dell’economia di mercato, del materialismo e del
consumismo. Da una comunità nomade di pastori a una società di residenti urbani
e nei siti minerari, con l’aumento della forma di vita sedentaria, bisogna
adottare un nuovo tipo di apostolato e di servizio, per compiere la missione di
evangelizzazione e diffusione del Vangelo. 
Per essere percepita come necessaria, la Chiesa deve concentrarsi
nell’aiutare la gente a preservare o acquisire i valori della convivenza
civile. Questo, credo, si raggiunge infondendo i valori umani e cristiani e i
relativi comportamenti.

Stiamo attraversando una soglia, laddove la Chiesa ha
concentrato i suoi sforzi in campo sociale, umanitario e di sviluppo. Questi
ambiti di coinvolgimento rimangono attuali, dato che molte persone, sia nelle
zone rurali che tra i nuovi migranti nelle città, incontrano ancora difficoltà
nella vita economica e collettiva, a causa della mancanza di etica sociale e
dell’aumento dei prezzi dei beni essenziali. Ad ogni modo, è arrivato il
momento di rafforzare il ruolo educativo e pastorale della Chiesa. Penso che
l’istruzione, in tutte le sue varie ramificazioni, debba essere prioritaria.
Credo che qualunque sia la direzione che la Mongolia e il suo popolo vogliano
prendere, deve avvenire un cambiamento di mentalità da nomade-rurale a
cittadino sedentario. Questo può avvenire solamente con il giusto approccio e
le giuste conoscenze. La Chiesa può aiutare in questo, rafforzando il proprio
impegno nel campo dell’educazione.

Intanto la Chiesa deve mantenere con sollecitudine la
propria reputazione di comunità di accoglienza e di protettrice dei poveri,
dando sostegno morale ai bisognosi. La vita di testimonianza dei suoi fedeli,
per essere credibile e degna di fiducia, deve mostrare coerenza tra
predicazione e stile di vita cristiano… testimoniare il Vangelo e i suoi valori
con parole e fatti.

Conclusioni

Credo che questa Chiesa fiorisca con lo Spirito di Dio
che la guida. È sopravvissuta ai primi e più difficili anni della sua esistenza
grazie alla dedizione e impegno dei missionari e loro collaboratori laici, e
sono certo che continuerà a crescere con il costante impegno dei suoi agenti
pastorali e collaboratori, unito alla generosità di singoli e gruppi donatori
di altre Chiese di tutto il mondo. Siamo in debito con i nostri benefattori!
Grazie e che Dio vi benedica!

Inoltre, è assolutamente necessario un forte spirito di
collaborazione e organizzazione nell’integrare i nostri differenti carismi di
congregazioni religiose in uno sforzo e visione comune. Lo spirito di unità e
di comunione fra i missionari è un obbligo, ed è la migliore testimonianza che
possiamo offrire e trasmettere al popolo mongolo. Anche la vita personale di
ogni agente pastorale è un modo potente per testimoniare il Vangelo. Le parole
di Paolo VI sono ancora più vere nella nostra situazione: «Uomini e donne oggi
ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri. E se ascoltano i maestri è
perché sono testimoni» (Evangelii nuntiandi 41).

La Missione mongola avanza nel
futuro tenendo ben a mente il «noi» della Chiesa e della fede apostolica.
Ognuno ha un compito diverso nella vigna del Signore, ma siamo tutti compagni
di lavoro. Ciò vale oggi e per il futuro, per ogni singolo cristiano. Siamo
tutti umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo nella misura in cui ci è
consentito, secondo i nostri doni, e chiediamo a Dio che la sua Buona Notizia e
la sua Comunità ecclesiale si sviluppi oggi e nel futuro tramite «noi».

E così, al di là delle nostre funzioni effettive, questa
è la vera sfida nell’essere veri missionari, chiamati ad aiutare a trasformare
la vita di coloro con cui entriamo in contatto, in modo particolare i poveri e
i bisognosi, nel nostro ministero e nella nostra missione.

Mons.
Wenceslao Padilla

Wenceslao Padilla