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Tornano le aquile al nido

Reportage da Scutari sull’emigrazione di ritorno

A 20 anni dalla fuga in massa dall’Albania verso l’Italia, migliaia di migranti hanno preso la via del ritorno e, con il sostegno di organizzazioni come Caritas e Acli, hanno avviato attività in proprio, creato posti di lavoro per i propri connazionali, contribuendo così allo sviluppo del paese, ancora frenato, però, da tradizioni culturali ancestrali, come discriminazioni di genere e vendette di sangue.

Il panorama all’imbrunire è mozzafiato. Vedendolo dalle mura del castello, l’enorme lago di Scutari si riempie del rossofuoco del tramonto e lascia senza parole. Tutt’attorno, per tre dei punti cardinali, le montagne d’Albania e del Montenegro, e a sud la terza città albanese, Scutari appunto, con i suoi 150 mila abitanti in continua crescita. Buona parte di essi conosce l’italiano, e alcuni lo parlano molto bene: un fenomeno che lascia senza parole, ma le cui ragioni sono sotto la luce del sole, perché quasi ogni famiglia ha un parente che ha vissuto per qualche tempo in Italia, o ancora ci vive.

Ritoo dal grande esodo
Era il 1991 quando l’impressionante esodo degli albanesi verso il nostro paese riempì tutte le televisioni nazionali. Chi non ricorda l’impatto emotivo delle immagini dei 20 mila disperati sbarcati a Bari con la nave Vlora l’8 agosto di quell’anno? Oggi gran parte di essi è inserita in Italia, con un lavoro e una famiglia. Ma non tutti. Infatti c’è chi, fatti i conti in tasca, compie il passo che aspettava da una vita: il ritorno in patria a testa alta, da persona che è riuscita nel proprio sogno migratorio e ora può tornare a investire nel suo paese, tanto a livello umano quanto economico, aprendo un’attività e magari dando anche lavoro in loco a connazionali.
Non stiamo parlando di racconti di fantasia; piuttosto, è la realtà che sta prendendo il sopravvento tra le vie della stessa Scutari, ancor più che a Tirana. Proprio da questa spartana città del profondo nord albanese (oggi parzialmente rimessa a posto, per lo meno nell’ottimo centro storico, con un pavé da far invidia a molte città d’arte nostrane) due decenni fa era partita la maggior parte delle persone in cerca di miglior fortuna.
«Sono sempre di più i migranti albanesi di ritorno, ovvero coloro che tornano in patria con l’obiettivo di cercare lavoro o aprire qualcosa di proprio» spiega Mauro Platè, 33 anni, responsabile dei progetti in Albania per l’organizzazione non governativa Ipsia (Istituto pace sviluppo innovazione Acli), che dal gennaio 2010 ha avviato con Caritas italiana, grazie al finanziamento di 1,2 milioni di euro del Mae (Ministero affari esteri italiano), il progetto «Risorse migranti»: si tratta di un’iniziativa di cooperazione internazionale che, tramite un primo sportello d’orientamento aperto a Scutari, accompagna chi torna in Albania dall’Italia e da altre zone d’Europa, offrendo sostegno per capitalizzare le capacità acquisite all’estero.
Un’azione concreta che, in punta di piedi ma con risultati sempre più evidenti, sta facendo emergere numeri importanti: «Sono almeno 450 le persone che si sono rivolte a noi in due anni, molti dei quali per chiedere consigli e orientamento» aggiunge Platè.
Secondo le stime governative, a fine 2010 erano circa 2 mila le persone che erano uscite dall’Italia, dove vivevano in condizione di regolarità, per far ritorno in patria. Ovvero quasi il 10% del numero di coloro che nello stesso tempo hanno rinnovato il permesso di soggiorno, 22 mila in tutto.

Nuove idee e Iniziative
Molti tornano nel paese delle Aquile (dal nome albanese, Shqiperia, così come il rapace è anche il simbolo nero impresso sulla bandiera rossa nazionale) anche in possesso di un titolo di studi conseguito in Italia. Blerim, per esempio, laureato in informatica, ha aperto a Scutari un’attività dedicata alla creazione di siti web. Hector, invece, ha ristrutturato un immobile in demolizione per trasformarlo in un locale culturale dove fare musica tipica tradizionale. O ancora, c’è chi ha costruito un centro fitness, ridato vita a una trattoria tradizionale, aperto un call center. «Ognuno di loro ha poi la possibilità di dare lavoro ad altre decine di persone – aggiunge il responsabile progetti di Ipsia -. Uno dei nostri compiti principali è facilitare l’incontro e lo scambio tra questi nuovi piccoli imprenditori, la messa in rete dei saperi genera opportunità laddove prima c’era poca spinta alla collaborazione». Un esempio? «Alcuni che in Italia hanno lavorato per anni come muratori e piastrellisti, al ritorno in Albania si sono uniti per avviare un’impresa edile» risponde Platè.
L’impegno dei cooperanti di Ipsia, (a fine 2011 erano in sette, due italiani e cinque albanesi a occuparsi dei progetti della ong) cerca di valorizzare il capitale sociale generato dai migranti di ritorno per dare nuova linfa allo sviluppo del paese, che ha indici positivi nonostante la crisi globale. Quella stessa crisi, paradossalmente, che oggi punge più  all’estero che in Albania, ha dato una spinta considerevole al boom di rientri degli ultimi anni. «In Italia diminuiscono i lavori stagionali e molte persone non vedendo più la certezza del lavoro preferiscono tornare in patria con i fondi e l’esperienza che hanno raccolto negli anni da emigranti» specifica Platè.
La debàcle dell’economia mondiale sta comunque incidendo nel paese delle aquile, ma «è una crisi di riflesso, non delle attività produttive, che sono poche, dipendendo l’Albania dalla produzione greca, italiana e tedesca in particolare. Piuttosto la difficoltà si vede nella diminuzione delle rimesse e nell’aumento del costo della vita».
In questo senso, l’imprenditorialità può essere la giusta medicina, ovvero nuove idee, nuovi progetti possono rilanciare una economia come quella albanese, rimasta immobile per decenni, almeno fino al termine del regime comunista terminato alla fine degli anni ’80. Per fomentare la nascita di microattività innovative e riadattare le competenze al mercato, «Risorse migranti» dedica ampio spazio alla formazione diretta: «In due anni abbiamo attivato corsi inerenti a 17 tipologie diverse di lavoro, tutti orientati alla riqualificazione professionale» sottolinea il responsabile progetti di Ipsia.
Ancora, le esperienze più virtuose vengono premiate attraverso una serie di bandi che finanziano lo startup aziendale: l’ultimo dei quali, indetto a fine 2011, prevede aiuti per 25 mila euro totali, destinati all’acquisto di attrezzature per attività registrate regolarmente. Un occhio di riguardo viene dato a chi si avvale di energie rinnovabili. «Sta nascendo una nuova mentalità in tale direzione – rileva Platè -; si vedono sempre più pannelli solari. Detto questo, c’è ancora molto lavoro da fare per far passare i concetti di sostenibilità, ma le istituzioni si stanno comportando piuttosto bene ultimamente». Non come fino al recente passato, quando tra corruzione e malaffare lo stato foiva un esempio tutt’altro che positivo per la popolazione.

Cambiamenti in corso
«Oggi la politica albanese ha capito che la migrazione di rientro è un fattore di sviluppo» continua Mauro. A Lezhe, storica cittadina del centro-nord, per esempio si tiene da qualche anno nel giorno di ferragosto la «festa del migrante», e nell’edizione 2011 il progetto «Risorse migranti» è stato l’invitato d’eccezione. Nel frattempo, anche a livello di politica nazionale le cose si muovono in termini di apertura all’esterno: da dicembre 2011 il governo di Tirana ha liberalizzato i visti e sta compiendo tutti i passi che l’Unione europea chiede per avere relazioni commerciali proficue.
«È in atto un processo di cambiamento, lento ma evidente, attraverso il quale le istituzioni locali saranno in grado a medio termine di “accompagnare” in modo significativo coloro che tornano dall’estero – spiega la sociologa Cristiana Paladini, 33 anni, collaboratrice in loco di Ipsia e ricercatrice nell’ambito delle migrazioni per l’università Lumsa di Roma e la University of London -. Nel 2009 il Goveo albanese ha stanziato finanziamenti per il ritorno degli emigranti, ma il bando è andato a vuoto per mancanza di informazione tra gli espatriati e perché promuoveva il rientro ma senza prevedere appoggi per chi tornava, come corsi di formazione o altro».
Ma le cose, tre anni dopo, si stanno modificando, continua Paladini: «È iniziato l’arrivo di un secondo blocco di migranti di ritorno, soprattutto laureati, che hanno documenti in regola in Italia o negli altri stati della Ue. Saranno loro a rappresentare il principale propulsore del cambiamento, perché sbarcano in patria con molta più professionalità da spendere».

Ostacoli da rimuovere: disparità di genere…
Nella rivoluzione che attraverserà l’Albania dei prossimi anni, garantita dai migranti di ritorno, «veri e propri pionieri che arrivano dall’Europa con la voglia di cambiare le cose che non vanno in patria e molto più coscienti dei propri diritti, come cittadini e come lavoratori» specifica la sociologa, sono però almeno due i duri ostacoli che dovranno essere superati: da una parte il forte divario donna-uomo, l’incidenza di un antico quanto violento codice d’onore interfamiliare, dall’altra il Kanun, codice di consuetudini che regola la vita sociale soprattutto nelle zone montane dell’Albania.
Nel primo caso, le logiche maschiliste storicamente presenti in Albania faticano a venir meno: la donna è quella che rimane isolata quando il marito va all’estero (basti pensare che il 90% delle persone intercettate da «Risorse migranti» è maschio) e che non viene assolutamente associata alla figura di imprenditrice. Ipsia, come altre ong, dedica parte dei propri progetti a interventi di appoggio all’impiego femminile, ad esempio nel settore tessile, mettendo in atto «una sfida in più che può fare molto per il loro futuro», aggiunge Paladini.

… e vendette di sangue
Nello stesso tempo, l’impegno per l’equità dei generi e la conciliazione familiare è la missione anche di molti uomini di fede, tra cui don Antonio Giovannini, parroco italiano che da 13 anni ha scelto il nord dell’Albania come luogo di vita e apostolato. Per anni coadiutore della cattedrale di Scutari, oggi la quotidianità di don Giovannini è dedita totalmente al servizio degli ultimi in particolare, nella parrocchia di Koman, meno di mille anime sperdute nelle montagne a est di Scutari, che costeggiano un lago generato dalla diga di Koman, appunto (la più grossa dell’Albania, che dà l’elettricità anche alla capitale Tirana) e, lungo almeno un centinaio di chilometri, arriva a Kukes, alla frontiera con il Kosovo.
«Sui monti ci vivono, senza corrente né gas, le famiglie che non hanno voluto migrare in città» spiega don Giovannini, che oramai vive con loro e macina decine di chilometri al giorno su quei sentirneri, periodi di neve compresi. «Vivono del proprio, e scendono nei villaggi più grandi 3-4 volte all’anno per vendere bestiame o il poco che riescono a coltivare. Ma molte famiglie non scendono mai, perché in vendetta con altre». È la gjakmarrja, la vendetta di sangue.
«Le vendette familiari appartengono a un codice di leggi medievale, il Kanun, considerato fuorilegge dalla metà del secolo scorso, ma ancora oggi in uso – continua il prete italiano -, se una persona fa uno sgarro a un componente di un altro clan, i familiari hanno l’obbligo morale di vendicarsi, innescando la spirale della violenza».
Si può arrivare all’omicidio, fino a mille omicidi in un solo anno in tutta l’Albania, stima il Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam). E almeno 3 mila famiglie, anche a Scutari, vivono oggi «inchiodate», ovvero chiuse in casa, dove i vendicatori non possono entrare. «Ci si può rivalere fino alla terza generazione, per questo anche molti bambini sono a rischio e non vanno a scuola» prosegue don Giovannini. Sono 6 mila i bambini in queste condizioni.
Nel tempo, don Giovannini è diventato una figura di riferimento, un mediatore che, però, può correre dei rischi: «In alcuni casi mi è capitato di ricevere minacce, ho dovuto smettere di intromettermi» racconta. Nel 2003, con alcune religiose della zona di Scutari, don Giovannini ha fondato la Shizr, acronimo albanese di Associazione per l’integrazione delle zone rurali; nata «per fare pressione a livello istituzionale, verso il governo albanese che solo ultimamente si sta dando da fare».
È del gennaio 2004 l’istituzione della prima vera corte penale albanese contro 12 tipologie di crimini gravi: tra questi ci sono le vendette di sangue. Nel frattempo, altre associazioni si sono aggiunte all’opera di riconciliare le famiglie in vendetta, come l’albanese League of peace missionaries o gli Ambasciatori di pace del Sermig di Torino. Non solo lavoro: la rinascita dell’Albania passa anche dal rispetto dei diritti umani.

Daniele Biella

Daniele Biella