DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Spiritualità e armonia

La comunità di Saint Antornine

La comunità dell’Arca di Saint Antornine, in Val d’Isère, è stata aperta nel 1997. È un concentrato di saggezza e spiritualità. Tra le comunità dell’Arca è quella più all’avanguardia in termini di aggioamento del pensiero del movimento e della sua applicazione. Vi entriamo insieme.

A causa di quel mio terzo occhio che cerca di mettere a fuoco ciò che gli altri due ignorano, mi interessano da sempre le realtà parallele. Uno sguardo plurale, si potrebbe definire oggi, che allarga visivamente ed emotivamente la conoscenza verso stili di vita e mondi «altri» da noi. Ecco cosa mi ha mosso verso la comunità dell’Arca: la sete di incontrare chi ha scelto, con coraggio, di cambiare rotta. Una scelta che solo attraverso la testimonianza e il racconto può giungere a contagiare qualche animo sopito.
Alla Communauté de l’Arche – nonviolence et spiritualitè – Saint Antornine l’Abbaye arriviamo la sera, al buio dopo un lungo viaggio in macchina. Ogni luogo ha un suo perché e non è un caso se l’Arca trova in questo antico villaggio medioevale la sua collocazione. Saint Antornine l’Abbaye è una finestra nel tempo, un invito alla pace e alla contemplazione. «Sarà la bellezza a salvare il mondo», disse Dostoevskij e attorno a questa considerazione ruota quasi tutta la filosofia di Giuseppe Lanza del Vasto, che a partire dal suo più noto scritto «Pellegrinaggio alle sorgenti» fino ai dialoghi, trasmette al pubblico e ai suoi successori diretti un’intensa ricerca interiore della Bellezza, tradotta in pace, armonia e spiritualità, e fatta confluire nell’immagine della festa.
Un arco segna l’ingresso nel villaggio al cui  interno, una manciata di case e botteghe in formato presepe ruota attorno alla storica abbazia. A ridosso dell’abbazia sorge l’antico complesso dell’Arca. Nella calma ovattata del paese, nel freddo pungente dell’inverno e nelle ultime luci della sera, nulla stona in questo angolo di mondo. La bellezza del paesaggio scompare di fronte al rivelarsi di un altro modo di vivere e di un’altra umanità che della scelta radicale della pace ha fatto la sua ragione di vita.
Lo storico palazzo in cui risiede la comunità dell’Arca è segnalato da una semplice freccia di legno. Bussiamo al portone in ferro battuto ed entriamo in un lungo corridoio abbellito al soffitto da oamenti botanici. Ad attenderci c’è Anna Massina. Forte e decisa, vitale e grintosa nel suo abbigliamento casual con un tocco esotico, Anna ci accoglie con un sorriso e un po’ di sorpresa per il nostro ritardo. Trentacinque anni di vita nell’Arca, Anna sarà il nostro cicerone italiano alla scoperta di questa comunità.
Nei fine settimana l’Arca si riempie di gente che usufruisce degli spazi per fare seminari o corsi di approfondimento. Ci aspettano dunque tre giorni movimentati. Come ospiti non possiamo dormire nell’area riservata alla comunità ma solo nella zona di accoglienza per i viandanti. Ogni camera ha una titolazione precisa. La nostra è «frumento». Anna è organizzativa e ha stabilito che faremo le interviste il giorno successivo, mentre la serata – dopo la cena comunitaria in mensa – saremo liberi di curiosare…in punta di piedi.

La giornata a Saint Antornine
Arriviamo nel refettorio gremito di gente, qualche sorriso e un po’ di impasse da parte nostra caratterizzano i primi istanti. Appese alle luci del soffitto animano la stanza alcune colombe bianche di carta, simbolo stilizzato di un credo forte in ogni angolo della comunità. La sala è semplice ma ispira calore: tavolate e panche di legno sono gli unici arredi. All’ingresso ci si può fornire di stoviglie (non esistono i tovaglioli di carta) e al centro della sala c’è lo spazio apposito per il buffet.
Prima di accedere alla scelta delle vivande – esclusivamente vegetariane – , una delle persone che vivono in comunità presenta il cibo e invita ad un momento di preghiera. Poi, si anima la scena. Chi si serve, chi chiacchiera in piedi, chi si adopera per aiutare i commensali. È un andirivieni piacevole da cui non ci sentiamo estranei o semplici spettatori. Nella semplicità non è difficile vincere la riservatezza di un linguaggio differente e scambiare qualche impressione con chi si siede accanto a noi. A fine mensa, sia i comunitari sia gli ospiti, si alzano, sparecchiano il loro tavolo e si dirigono verso un organizzatissimo spazio pre-cucina, adibito al lavaggio e all’asciugatura delle stoviglie. Rispetto e responsabilità sono le prime parole che ci vengono da formulare osservando il piacere con cui ognuno «fa la sua parte».
La mattina seguente la comunità è un brulicare di attività, ogni sala adibita alle attività è impegnata. C’è la sala della musica in cui si ode qualche canto armonico, la sala dedicata a Lanza del Vasto, la sala Jean Goss, la sala Bianca, la sala Comune e la sala del Giardino.

In punta di piedi
L’appuntamento con Anna è per il primo pomeriggio; decidiamo quindi di iniziare la visita esplorando con tutti i sensi la comunità, all’esterno e all’interno. Il tempo per intuire, attraverso i luoghi, un cammino. Prima delle persone «annusiamo» lo spazio alla ricerca di domande «primordiali». Non a caso, a volte sono proprio gli ambienti e le strutture a raccontarci qualcosa, a farci vedere una realtà multi dimensionale che solo a parole non potremmo afferrare. Partiamo dalla natura e scegliamo di passeggiare in silenzio nell’area circostante la comunità: ettari di orto e giardino che invitano alla meditazione. Tutto è studiato con estrema attenzione alla «decrescita». Un piccolo bagno ecologico è posto su un lato del terreno; le verdure non bastano a soddisfare le necessità dell’intera comunità ma sicuramente aiutano. In fondo al giardino qualche gioco per i più piccoli ricorda la presenza dei bambini. Il sole è tenue ma basta per illuminare gli ultimi rossi d’autunno e per regalarci un insolito belvedere collinare.
In questa prima visita solitaria e itinerante, ci tornano alla mente, tra le tante, alcune delle frasi di Lanza del Vasto o Shantidas (servitore di pace), secondo la volontà di Gandhi, che ci accompagnano nel nostro esplorare.
Sono frasi, senza età, che scuotono le viscere umane: «Mettiti in marcia con tutta la tua vita»; «la nonviolenza è una verità che solo chi vi si esercita può conoscere»; «risvegliarsi, spezzare l’incoscienza ordinaria, naturale, nativa, spezzare il guscio del sonno e dell’abitudine»; «richiamarsi a se stessi, entrare in noi stessi».
Negli spazi interni dell’Arca ci si potrebbe perdere tanto sono vasti: quattro piani suddivisi nelle aree per i comunitari e per gli ospiti. L’utilizzo del legno e dei colori caldi per gli arredi personalizzano gli ambienti: sobrietà e cura degli spazi rendono accogliente ogni angolo. Una piccola cappella al cuore della struttura convoglia chiunque si senta assetato di spiritualità. Una biblioteca, una sala della musica, una sala gioco per i bimbi, una bottega per fare il pane e un magazzino di riparazione, arricchiscono la struttura e fanno da corollario agli spazi prettamente dedicati ai seminari. Dentro e fuori sembrerebbe un binomio indissolubile: ogni vetrata dei corridoi interni rivolge lo sguardo verso la vegetazione estea e l’abbazia. Un’armonica bellezza che non può che conciliare il pensiero. Ogni area della struttura è indicata con frecce di legno e nemmeno gli ascensori (costruiti per facilitare l’accesso anche alle persone più anziane e ai disabili) deturpano l’ambiente essendo nascosti dietro nicchie apposite.

Le persone
Nella comunità dell’Arca vivono persone di tutte le età: dalle più anziane come Michèle e Jeannette, alle famiglie giovani con bambini che da poco hanno deciso di mettersi in gioco e sperimentare la vita comunitaria, alle seconde generazioni che stanno ancora vagliando se il loro futuro sarà dentro l’Arca o se prenderanno una strada propria, ai single e a chi sceglie di fare un anno di stage alla ricerca di un percorso di coerenza. In ognuno di loro si intravede la consapevolezza che la ricerca della nonviolenza è un cammino lungo, che porta prima dentro se stessi e poi si estende agli altri in una sorta di contagio positivo. Ciò che risulta evidente a noi «viandanti» è il forte impegno nell’esercizio della nonviolenza a partire dalle dinamiche relazionali della comunità: condivisione di compiti e responsabilità, prese di decisioni, riconciliazioni.
Un filo di continuità che lega il passato con il presente e le vecchie generazioni con le nuove, caratterizza l’Arca. In un tempo e una società dove gli anziani guardano spesso con nostalgia al passato e nutrono non pochi sospetti sulla gioventù, è quasi rivoluzionario sentirsi dire: «I giovani di oggi sono più coscienti, più entusiasti e con un’immensa ricchezza spirituale e meditativa». Una affermazione di Michèle Le Corre (81 anni) sostenuta anche da tutte le persone più mature della comunità.

Il tempo dentro l’Arca
Dopo la colazione in refettorio, c’è un momento di meditazione aperto a tutti dopo il quale ognuno si occupa dei propri lavori dentro la comunità. Tutti, quanto meno chi se la sente di partecipare, si ritrovano in cappella per la preghiera serale, prima della cena comunitaria. Ogni giorno c’è una riflessione e una preghiera per ogni religione. Anche a noi è riservato un saluto e un canto di accoglienza. Le azioni in cui si impegnano i membri dell’Arca sono nell’ambito della giustizia e della solidarietà, nella formazione alla nonviolenza e all’accoglienza. La vita comunitaria è scandita nei tempi del lavoro, del silenzio, della meditazione, del richiamo a se stessi, della responsabilità e della relazione con l’altro.
Tutto ciò avviene nella massima semplicità, nell’impegno a decrescere i consumi, nel dialogo, nella ricerca della bellezza, nel ballo e nella festa comunitaria. Ognuno, a seconda delle proprie forze e della personale sensibilità, decide a quali azioni nonviolente partecipare.

Incontri ravvicinati…
Di Anna, Michèle, Jeannette, Maria, Vincent, Emmanuel e Manuelle, raccogliamo la testimonianza. Sentire dalle loro voci e vedere sui loro visi la passione per un movimento di perenne cammino ci aiuta a percepire la forza della «battaglia» nonviolenta, a capie il senso e a cogliere l’importanza e la necessità del tentativo di costruire una società differente.
Le loro parole e l’autenticità delle loro azioni, sul filo di quello che Lanza del Vasto riteneva il sale della nonviolenza, ossia «la verità», sono il contrario della menzogna e dell’errore.

Gabriella Mancini

Gabriella Mancini