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Obiettivo: vita comunitaria

Le famiglie e la vita nell’Arca

Durante la nostra visita all’Arche conosciamo in refettorio una giovane famiglia. Manuelle e Emanuel hanno 3 bambini: la primogenita di 7 anni, un piccolo di 5 e una neonata di 7 mesi. Vivono in comunità da 4 mesi e ci raccontano le loro motivazioni e la loro esperienza.

L’appartamento di Manuelle e Emanuel è lo specchio della vivacità familiare. Giochi sparsi, un buon profumo di biancheria e molta energia nell’aria. A loro sono riservate tre stanze: una per i due bambini più grandi, un luminoso tinello in cui ci accolgono e un piccolo studio che funge da camera da letto per loro e per la piccolina.

Chiesa e vita comunitaria
«L’Arca è per noi l’opportunità di fare la vita comunitaria che desideravamo. Io sto partecipando alla Fève e mia moglie segue i bambini e fa vita comunitaria; l’anno prossimo faremo il contrario. Alla fine dei due anni avremo un’idea chiara per valutare se il nostro futuro sarà dentro l’Arca o altrove. Quello che possiamo dire, per questi primi mesi, è che la qualità della vita qui è molto buona». A parlare è Emanuel, da sei anni Pastore della Chiesa Riformata di Francia, che ci racconta anche come è nata l’idea di un’esperienza nell’Arca. «Ho sempre cercato, anche nella mia parrocchia in ambito rurale, di creare uno stile di vita comunitario. Celebravo il culto, ero a disposizione dei parrocchiani, insegnavo il catechismo. Quello che auspico di fare nel futuro è di riuscire a conciliare i due aspetti: la vita comunitaria “durante la settimana” e la celebrazione del Culto la domenica».

Ecumenismo e riforme
Il carattere aperto ed ecumenico dell’Arca ha permesso al pastore protestante Emanuel di entrare in comunità e partecipare alla Fève. Gli chiediamo un ritratto della spiritualità all’interno dell’Arca. «Lanza del Vasto era cattolico ed era la guida assoluta. Anna, Jeannette e Michèle ci raccontano che lui pensava e gli altri lavoravano. Successivamente la comunità ha vissuto la spiritualità in modo differente. Oggi, non esistono più patriarchi e gli aspetti conservatori sono stati eliminati. È stato come un movimento di riforma all’interno dell’Arca stessa. Questo consente una grande autonomia di decisione e la massima apertura in termini di spiritualità e scambio con le altre religioni». 
Gli chiediamo se c’è qualcosa di particolarmente rilevante nella vita all’Arca: «Molti anziani vengono in questa comunità sperando di potersi fermare a vivere ma l’Arca non è organizzata per questo. Per Michèle e Jeannette che hanno sempre vissuto qui è differente, ma per chi non ha fatto un certo percorso è difficile. Lo sperimentare la vita comunitaria mi ha fatto pensare che sarebbe interessante creare una comunità per persone anziane sole, non una casa di riposo ma uno spazio aggregativo, dove ognuno conservi la propria indipendenza, il proprio talento e si renda utile alla comunità».

Vita di famiglia nell’Arca
Lasciare il proprio lavoro (Manuelle è psicomotricista), cambiare scuola ai bambini e fare “famiglia” all’interno di una grossa comunità come questa, comporta molti cambiamenti.
A rispondere è Manuelle: «I bambini sono molto contenti di vivere in questa grande casa famiglia. Si sono create subito delle relazioni con gli altri bambini e non esiste il problema del babysitting (Manuelle sorride). Non è tutto così semplice però, occorre dialogare molto con loro e spiegare che le dinamiche della comunità sono differenti da quelle della famiglia mononucleare. Questa particolare struttura dell’Arca è grande e nel week end si riempie di gente che prenota le sale per conferenze o seminari, ai bambini è necessario mettere delle restrizioni perché la sicurezza non è certo quella delle quattro mura di casa. Manca sicuramente il controllo e l’intimità. La grande casa è protettrice ma a volte anche un po’ opprimente e non mancano i sacrifici in termini di “decrescita”. Per noi che siamo stagisti e non membri della comunità non è disponibile un bagno privato nell’appartamento e questo, con tre bimbi, non è sempre semplice.
Non da meno è la differenza con le altre famiglie sui metodi pedagogici. Noi siamo contrari a far vedere la televisione ai bambini ed altre famiglie invece accettano che televisione e computer siano sempre a disposizione dei piccoli. Su questo, il cammino verso la nonviolenza insegna molto: imparare a relazionarsi attraverso il dialogo e a smussare gli attriti, accettando le differenze, favorisce la convivenza pacifica. In questo senso sono già state fatte molte migliorie rispetto al nostro arrivo e la motivazione, comune a tutti, a vivere in armonia facilita e rende piacevole il quotidiano».
Rimettersi in discussione con la propria famiglia ed entrare in una grande comunità, con le sue regole e i suoi tempi è una bella sfida. Ma, esiste una sorta di gerarchia all’interno dell’Arca e da chi vengono prese le decisioni più importanti? «È necessario fare una puntualizzazione e dividere la vita dell’Arca in due tempi». A parlare è nuovamente Emanuel, mentre la moglie ci versa una tisana e richiama a un po’ di disciplina i piccoli nella stanza accanto. «Una volta si era più dipendenti, perché chi sceglieva la vita in comunità non aveva lo stipendio ed era supportato completamente dalle finanze comunitarie. Oggi, ogni famiglia ha un piccolo introito mensile con cui decide la priorità delle proprie spese. Nessuno controlla o si permette di criticare le scelte fatte. Le decisioni generali sulla comunità vengono prese dai membri stessi, mentre noi stagisti partecipiamo a delle commissioni operative che approfondiscono le varie problematiche e cercano le soluzioni. Ogni settimana c’è una riunione della casa in cui sia i membri che gli stagisti partecipano. Qui si discute tutti insieme e si  prendono decisioni comuni. Il principio cardine di tutto il nostro lavoro è che non ci si può fermare. La nonviolenza e la spiritualità sono un cammino perenne, una ricerca costante di equilibrio e coerenza prima dentro se stessi e poi nelle relazioni interpersonali».

Gabriella Mancini

Gabriella Mancini