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Voglia di nuovo

Eticamente

In Italia la disoccupazione giovanile è la più alta d’Europa. Si va verso un conflitto generazionale. Ma solo i giovani avranno il coraggio di cambiare.

Nel nostro paese i giovani sono un problema: senza lavoro, con poca istruzione, a carico della famiglia, privi di un avvenire.
La disoccupazione giovanile riguarda il 30,1% di uomini e donne tra i 18 e i 30 anni. Da uno studio della Ue siamo lo stato europeo con il più alto differenziale tra occupazione adulta e occupazione giovanile, dei 2 milioni e 150 mila disoccupati conteggiati in Italia, la maggior parte sono giovani.
Anche quando trovano un’occupazione, i giovani sono pagati poco e hanno meno tutele, spesso sono oggetto di nuove forme di sfruttamento, più subdole di quelle che dovette affrontare la classe operaia nel Novecento, molti di loro non hanno coscienza dei propri diritti, non vedono nel sindacato un presidio in grado di tutelarli ma, paradossalmente, un pericolo che può mettere a repentaglio la loro posizione.
Anche i «fortunati» che hanno laurea e master sono costretti ad accettare un lavoro precario che non rappresenta la «gavetta», ma una condizione di sotto inquadramento che dura anni e che non ha prospettive di carriera.

Poi ci sono i Neets (Not in Education, Employment or Training) i giovani che non lavorano e non studiano, un fenomeno recente che si sta allargando nei principali paesi industrializzati, dal Regno Unito al Giappone, investendo persino la Cina. Secondo l’Istat i Neets in Italia sono oltre 2 milioni, il 25,9% delle persone sotto i 29 anni, quasi il doppio della media europea. Hanno abbandonato gli studi, affascinati dall’idea di guadagnare per soddisfare i desideri di oggi senza aspettare le incertezze del domani; la scuola li ha lasciati andare per miopia e per mancanza di risorse, così ingrossano le fila delle agenzie interinali e si ritrovano sulle panchine dei parchi come vecchi senza futuro.
Il risvolto sociale di questa situazione è sotto gli occhi di tutti: giovani che pesano fino a 35 anni sul bilancio della famiglia di origine.
Ma cosa succederà quando i genitori lavoratori o i nonni pensionati non ci saranno più? Come faranno questi giovani a far studiare i loro figli, a curarsi quando saranno malati, a pagarsi l’assistenza quando saranno anziani?
Andiamo verso un conflitto tra generazioni per la spartizione del lavoro e del poco welfare rimasto. Senza un’azione di inclusione ed equità sociale che punti a conciliare i diversi interessi tutto sarà oggetto di conflitto, non solo il lavoro, ma i servizi, le abitazioni, i negozi, gli spazi.

Non possiamo rassegnarci a questa prospettiva, occorre ripartire e ricostruire. Se c’è una cosa che la crisi ci ha insegnato è la vacuità dell’individualismo: non è vero che bisogna arrangiarsi, che ci si salva da soli, una bufera come quella che ha investito l’economia negli ultimi due anni spazza via anche quelli che ce l’avevano fatta.
Dopo la sbornia neoliberista, economisti e politici si affannano a trovare altre ricette, riaggiustando conti e idee, ma senza il coraggio del nuovo.
Questo coraggio non appartiene agli adulti, ancorati a vecchie mentalità e a visioni superate, può venire solo dai giovani, sono loro che possono portare energia vitale nella società e innescare un vero cambiamento.
Occorre dare loro spazio non solo nei movimenti e nelle manifestazioni di protesta, ma ai tavoli della politica e nei centri della cultura.
Spesso non si affacciano in questi luoghi perché sanno di non ricevere ascolto e perché rifuggono i territori degli adulti, bisogna andarli a cercare, tirarli via dall’isolamento e convincerli che la via d’uscita è nello stare insieme, nell’impegno comune.

Per tanti giovani rassegnati altrettanti reagiscono, si indignano e si impegnano, proprio come abbiamo fatto noi, nei tempi andati. Loro hanno una qualità in più: la coerenza tra comportamenti pubblici e comportamenti privati; il convincimento che il mutamento deve avvenire su due piani, quello collettivo e quello individuale, incarnano l’idea che la responsabilità è di tutti e a ognuno spetti un ruolo.
Un approccio fresco che rinnova e reinterpreta l’idea di democrazia: non più un esercizio passivo che delega tutte le scelte a governi e istituzioni, ma partecipazione in prima persona.
Spetta ancora una volta alla politica intercettare questo cambio di pensiero e tradurlo in forme nuove di rappresentanza. Solo così si potranno affrontare e magari risolvere gli enormi problemi che abbiamo addossato ai nostri figli e nipoti.

Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi