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Mani tese e pugni chiusi

Rapporti tra Santa sede e Cina

Negli ultimi 60 anni, i rapporti tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese hanno avuto fasi varie e complesse: ai pronunciamenti critici vaticani verso il costituirsi della Chiesa patriottica, il regime ha risposto con le persecuzioni; ai momenti di mano tesa sono succeduti periodi di irrigidimento e tensione. Continua anche oggi l’altalena di aperture e incomprensioni, rispetto e ripicche, interrogativi e speranze, che rendono sempre più incomprensibile il mondo cinese e la sua politica.

La Chiesa cattolica in Cina era in piena fioritura quando scoppiò la rivoluzione comunista e nacque la Repubblica popolare (1949). Da soli tre anni Pio XII aveva costituito la gerarchia cattolica: circa 3,3 milioni di fedeli erano sparsi in 20 arcidiocesi, 79 diocesi, 38 prefetture apostoliche e una missione sui juris; dei 139 vescovi, 113 erano stranieri e 26 autoctoni, tra cui il card. Tian Gengxin; c’erano 2.700 preti locali e 6.475 missionari stranieri, 2.500 suore straniere e quasi 4 mila indigene. Mons. Antonio Riberi fu il primo a guidare la Nunziatura apostolica a Nanchino, istituita nel 1947.
Erano passati 10 anni da quando Propaganda Fide aveva riconosciuto degni di stima i «riti cinesi» (1939); i cattolici potevano finalmente sentirsi veri cristiani e pienamente cinesi. Non la pensavano allo stesso modo gli esponenti del nuovo regime; la Chiesa appariva loro come una minaccia per la rivoluzione e iniziarono subito a paralizzae l’attività, ricorrendo per 20 anni ai più svariati metodi di repressione: calunnie, intimidazioni, processi popolari, espulsioni, imprigionamento, lavori forzati e anche esecuzioni. E tutto questo a dispetto della conclamata libertà di culto per tutte le confessioni religiose, sancita dal Programma politico comune del 1949 e riaffermata nella Costituzione del 1954. Una vera libertà, secondo gli esponenti del regime, poteva darsi solo in una Chiesa senza legami con organizzazioni straniere e sottomessa al potere dello stato.

Caccia allo straniero
Fin da subito il nuovo regime tronca ogni relazione diplomatica con il Vaticano e lancia una campagna diffamatoria che dipinge i missionari come nemici del popolo e del nuovo corso cinese, chiede ai cittadini cattolici di cessare ogni relazione con «imperialisti» e «reazionari», espressamente indicati nel papa e missionari stranieri, nei sacerdoti e religiosi cinesi che non vogliono rompere con il Vaticano. Nel giro di tre anni i missionari stranieri scendono a 537, mentre da 200 a 300 preti cinesi risultano imprigionati. Al tempo stesso il governo lancia il movimento della «Triplice autonomia»: la Chiesa cinese ha il diritto di essere autonoma da Roma in materia finanziaria, amministrativa e apostolica (evangelizzazione). Al movimento aderisce subito, insieme a vari preti e suore e poche centinaia di fedeli, Li Wei-guang, vicario generale della diocesi di Nanchino. Per questo viene scomunicato nel 1952, ma il provvedimento sarà reso pubblico solo nel 1955, nella speranza di un ravvedimento. Mons. Riberi, nunzio apostolico in Cina, pubblica opuscoli e lettere per difendere la Chiesa dall’accusa di imperialismo, dare ai vescovi istruzioni sul governo delle diocesi e mettere in guardia sull’idea delle tre autonomie. Ma poiché la Santa Sede non riconosce la Repubblica popolare, mons. Riberi è considerato uno straniero qualsiasi, senza alcuna rappresentanza diplomatica; dichiarato «persona non grata», incarcerato (1951) e poi espulso dalla Cina, «con l’accusa di spionaggio e incitamento alla ribellione», il nunzio trasferisce la sede diplomatica a Hong Kong e poi a Taipei (Taiwan), capitale della Cina nazionalista.
Nel 1952 Pio XII invia una lettera apostolica (Cupimus imprimis) in cui esprime la sua ammirazione per il popolo cinese e la sua tristezza nel vedere che la Chiesa viene considerata nemica del popolo; il papa rassicura le autorità che vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose in Cina cercano solo il bene della gente, mediante scuole, ospedali, ospizi, orfanotrofi.
Tutto inutile. L’anno seguente (1953) l’Ufficio affari religiosi in Cina raduna a Nanchino un gruppo di preti per un congresso (presieduto da Li Wei-guang da poco eletto «deputato cattolico» all’Assemblea nazionale) dove viene firmato un documento in cui si intende dare vita a un «movimento antimperialista per amare la patria e la Chiesa».
Nell’ottobre 1954, con l’enciclica Ad Sinarum gentem il papa loda i fedeli che perseverano nell’unità della fede, confuta le «tre autonomie» o altri principi simili, concludendo che la costituzione di una chiesa «nazionale» non sarebbe più «cattolica». 

Nasce la chiesa patriottica
Le autorità cinesi sono sempre più determinate nel portare la Chiesa sotto il controllo statale, moltiplicando persecuzioni e carcerazioni delle principali personalità cattoliche, sostituite da «rappresentanti del popolo» imposti dal governo; molti vescovi e preti entrano in clandestinità, ma una campagna su scala nazionale mobilita la popolazione per scoprire tali «controrivoluzionari».
Nel 1956-57, anno del «Movimento dei cento fiori», in due congressi a Pechino, 241 delegati di tutte le diocesi della Cina si costituiscono in «Associazione patriottica dei cattolici cinesi» (Apcc) approvata ufficialmente il 2 agosto 1957 e celebrata con solenni feste e riti religiosi, discorsi roboanti e attacchi al Vaticano, per dimostrare l’unanimità dei cattolici in tale evento storico. Ma a Roma arrivano notizie differenti: molti delegati sono stati costretti a partecipare e portati sotto scorta; i testi già redatti da dirigenti del partito non sono stati affatto votati all’unanimità.
Di fatto la reazione del regime contro i cattolici contrari è furibonda: la Chiesa cattolica apostolica romana viene ufficialmente bandita dalla Cina; diversi preti e vescovi vengono arrestati, altri si danno alla macchia.
L’Ufficio affari religiosi cerca di inserirsi sempre più nella vita della Chiesa, rivendicando il diritto e dovere di controllare la formazione nei seminari, le nomine dei sacerdoti, le elezioni «democratiche» dei vescovi, per sostituire quelli incarcerati, espulsi o morti. Nel 1958, ben 120 su 144 diocesi non hanno più la guida spirituale; si procede, quindi, all’ordinazione dei primi due vescovi, chiedendo telegraficamente a Roma il mandato papale, che viene rifiutato. Il 20 giugno dello stesso anno Pio XII pubblica l’enciclica Ad Apostolorum Principis, in cui critica duramente l’Associazione Patriottica, condanna le elezioni «democratiche» e relative ordinazioni, ricorda le sanzioni canoniche («la scomunica riservata in modo specialissimo alla sede apostolica») in cui incorrono ordinati e ordinanti. Al tempo stesso il papa si dimostra ben informato e denuncia i «metodi di violenza e di oppressione: propaganda tenace e rumorosa a mezzo stampa, congressi e convegni ai quali si è costretti a partecipare con lusinghe, minacce, inganni… corsi di indottrinamento a cui sono costretti sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose, fedeli di ogni età e ceto… umilianti sessioni di processi popolari, confessioni forzate di errori e crimini, campi di rieducazione ideologica» e altre forme di pressioni e torture fisiche e psicologiche.

Dal grande inverno al disgelo
Tra Associazione patriottica e Santa Sede il fossato si allarga sempre più: nel 1959 in un discorso ufficiale Giovanni XXIII parla di «funesto scisma» per la prima volta; ma sarà anche l’ultima. I vescovi esuli o espulsi dalla Cina spiegano come la situazione cinese sia molto complessa e scongiurano di evitare tale termine, anche se di fatto si è creata una situazione scismatica: da una parte la maggioranza dei cattolici cinesi e una cinquantina di vescovi fedeli a Roma; dall’altra i cattolici aderenti alla Chiesa patriottica, guidati da vescovi validamente ordinati prima del 1953 e altri illegittimi: il loro numero sale a 48 nel 1962.
Alle soglie del concilio Vaticano II si discute se invitare anche i vescovi legittimi che hanno consacrato altri vescovi senza mandato apostolico. Si interpellano 100 vescovi ordinari della Cina: alcuni chiedono che il concilio condanni apertamente il comunismo e i vescovi illegittimamente consacrati; altri si mostrano più flessibili e, specie i vescovi esuli cinesi, richiamano a una maggiore informazione e mettono in guardia da condanne troppo severe. Alla fine del Concilio si registra una crescente comprensione e simpatia per la Chiesa cinese e inizia una nuova fase di atteggiamenti verso i paesi comunisti.
In Cina, però, nel 1966 esplode la «rivoluzione culturale»: per 10 anni le «guardie rosse» scatenano la persecuzione religiosa più intensa e intollerante mai sperimentata in Cina; distruggono tutto ciò che ha attinenza al sacro; reprimono le organizzazioni di ogni fede e credo, compresa l’Associazione patriottica: anche i vescovi «patriotti» sono attaccati, diffidati dall’esercizio del loro ministero, processati e incarcerati. Unica chiesa che rimane aperta in tutta la Cina è la cattedrale di Nan Tang a Pechino, a uso degli stranieri.
Con la morte di Mao e l’arresto della «banda dei quattro» (1976) finisce la rivoluzione culturale; il nuovo leader Deng Xiaoping, con svolta epocale, apre il popolo cinese al mondo esterno, offrendo ai cittadini nuovi spazi di libertà. È l’inizio del disgelo verso le religioni: vescovi patriottici possono tornare alle loro diocesi; fedeli, sacerdoti e vescovi della chiesa clandestina sono scarcerati, alcuni riabilitati, altri in libertà vigilata; tra i vescovi, liberati dopo decenni di lavori forzati, i più famosi sono Ignazio Kung Pinmei di Shanghai, Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding (vedi riquadro a pag. 33).
Il clima di tolleranza religiosa degli anni ‘80 permette di riaprire chiese, seminari, istituti di formazione, case religiose; lentamente la liturgia viene rinnovata in linea con la Chiesa universale; in una decina d’anni vengono ordinati circa 200 nuovi preti. Vescovi, preti, religiosi di paesi stranieri ottengono il permesso (o sono invitati) di visitare la Cina. Particolare interesse suscita la visita dei cardinali Roger Etchegaray, arcivescovo di Marsiglia, e Franz Köning, arcivescovo di Vienna e presidente del segretariato per i non credenti, su invito dell’Associazione del popolo cinese e per l’amicizia con lo straniero.
Nel 1981 il prefetto di Propaganda Fide concede ai vescovi cinesi «legittimi e fedeli alla Santa Sede» «facoltà specialissime», compresa quella di ordinare vescovi, se necessario anche senza previa intesa con Roma. Nel giro di una decina di anni una cinquantina di vescovi vengono consacrati segretamente. Alcuni abusi di tali «facoltà» acuiscono la contrapposizione tra cattolici «ufficiali» e «clandestini», irritando il governo e causando confusione anche in Vaticano. 

Relazioni altalenanti
Nonostante le loro aperture, partito e governo non allentano il controllo sugli affari religiosi: la nuova Costituzione del 1982 sottolinea il diritto di credere o non credere, ma un comma dell’articolo 36 ribadisce che «nessuna realtà religiosa in Cina può essere controllata dall’estero».
Nel 1985 la Congregazione per la dottrina della fede riconosce la piena validità dell’ordinazione dei vescovi illecitamente consacrati e dei sacramenti da loro amministrati. Molti di essi chiedono e ottengono di ritornare alla comunione con la Santa Sede. Ma la pratica della «doppia fedeltà», al regime di Pechino e alla Sede di Pietro, non è accettata da tutti i membri della Chiesa sotterranea, la quale in un documento del 1987 taccia di peccatore chi riceve i sacramenti dai preti patriottici. Tale ambiguità contagia anche il Vaticano: un documento di Propaganda fide afferma che la validità dei sacramenti amministrati da preti ordinati da vescovi illegittimi è solo «presunta», per cui va evitata ogni communio in sacris, con vescovi e clero dell’Associazione patriottica.
Confusione e ambiguità regnano anche a livello di governo cinese, che nel 1988 fa circolare voci di una imminente apertura al dialogo con il Vaticano per allacciare relazioni diplomatiche tra Roma e Pechino; per preparare la grande svolta, nel mese di dicembre vengono convocati a Pechino 22 vescovi ufficili; pochi giorni dopo, Partito comunista e Consiglio di Stato emanano direttive segrete per eliminare una volta per sempre la Chiesa clandestina e intensificare la formazione ideologica del clero e dei fedeli. 
Nel 1989, anno degli studenti di piazza Tienanmen, un gruppetto di vescovi, sacerdoti e laici della Chiesa clandestina decidono di costituire una Conferenza episcopale esplicitamente fedele al papa: buona parte dei promotori finisce in prigione; l’iniziativa, dichiarata «inopportuna» ancora prima di nascere, non riceve l’approvazione dal Vaticano, anche per non esasperare la contrapposizione.
Intanto a coloro che da Roma seguono la «questione cinese» appare sempre più chiaro che la stragrande maggioranza di vescovi, preti e seminaristi della Chiesa patriottica conserva intatta la fedeltà al depositum fidei. Anche «l’autarchia», salvo rari casi, non è affatto seguita e nelle strutture ecclesiali create dal governo molti sono i vescovi «legittimati», in piena comunione con Roma.
Continuano tuttavia i sospetti tra l’apparato burocratico cinese, allarmato da tale evoluzione, e il Vaticano, preoccupato del «pieno allineamento dei cattolici sulla politica del Partito». Nei sacri palazzi affiora l’ipotesi di passare a una linea più dura, chiamando i vescovi a dichiarare la propria fedeltà al Papa e a rompere la sudditanza all’Associazione patriottica, a dimettersi dal Collegio episcopale patriottico; da più parti, invece, si chiede più «flessibilità», tra cui mons. Feando Filoni, espressamente incaricato di seguire da Hong Kong le vicende della Chiesa in Cina: «Nello sforzo di ricostruire passo dopo passo le relazioni tra la Chiesa cinese e quella universale, bisogna compiere gesti di accoglienza più che di separazione».
Nel 1993, in un summit tenuto in Vaticano si stabilisce che d’ora in poi ogni elezione episcopale, sia nella chiesa patriottica che in quella clandestina, per essere considerata legittima dovrà ricevere l’assenso previo della Sede apostolica; le facoltà speciali concesse nel 1981 vengono di fatto sospese. Sarà questa disposizione a segnare d’ora in poi gli alti e bassi nelle relazioni tra Vaticano e Pechino.
Nel 1996 il cardinale Claudio Celli incontra alcuni rappresentanti del governo cinese, nel tentativo di sbloccare la situazione della chiesa in Cina e di riprendere le relazioni diplomatiche. Il papa Giovanni Paolo II, per ricordare il 70° anniversario dell’istituzione della gerarchia in Cina e l’ordinazione dei primi sei vescovi cinesi invia un messaggio alla Chiesa che è in Cina, rivolgendo un forte appello alla riconciliazione di tutti, pastori e fedeli, esprimendo tutta la sua fiducia e simpatia verso la Cina e verso i cattolici cinesi, insieme al desiderio di poterli incontrare personalmente.
Il papa invita personalmente al Sinodo episcopale per l’Asia, il vescovo di Wanxian, mons. Matthias Duan Yinming, e il suo ausiliare, mons. Joseph Xu Zhixuan, entrambi appartenenti all’Associazione patriottica, ma stimati e ritenuti legittimi anche dai cattolici della clandestinità (mons. Duan fu ordinato nel 1949 prima della rottura e passò all’Associazione patriottica nel 1957).
In una lettera in latino, letta all’apertura del Sinodo, mons. Duan si rammarica di non poter partecipare «per motivi politici». Espressione eloquente per dire che la sua assenza non è dovuta a motivi dottrinali, ma all’opposizione di Pechino.
Le relazioni diplomatiche sono ancora lontane dalla normalizzazione, anche perché la Santa Sede è uno dei 25 stati che riconosce la legittimità della Repubblica di Cina di Taiwan e non quella della Repubblica popolare cinese. Ma dopo la sostituzione all’Onu dei rappresentanti della Cina di Taiwan con quelli della Repubblica popolare (1971), il Vaticano ha smesso di parlare di due Cine, ha degradato i nunzi per la Cina a semplici «incaricati d’affari» e ha espresso la disponibilità a stabilire la nunziatura a Pechino qualora il governo cinese lo permetta. Ma la sua sede resta sempre a Taipei: la Cina rifiuta ogni normalizzazione di rapporti diplomatici finché il Vaticano non rompe formalmente le relazioni con l’isola.
Il problema più spinoso, però, è quello della nomina dei vescovi. Negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, alcune ordinazioni di nuovi vescovi vengono celebrate con la convergenza sia del governo di Pechino che della Santa Sede. L’evento non viene enfatizzato, ma è una svolta epocale.

Passato che non vuol passare
In pratica i rapporti «ufficiosi» fra Cina e Vaticano non si sono mai interrotti completamente, anche se continuano sempre altalenanti. Nel gennaio 2000 cinque vescovi vengono ordinati senza il consenso del papa. Lo stesso anno però il card. Etchegaray va a Pechino per partecipare a un simposio su «Religioni e pace» e ha contatti con personaggi della Chiesa patriottica; al suo ritorno, il 25 settembre, afferma alla radio Vaticana che in Cina esiste una sola Chiesa cattolica e che le frontiere tra patriottici e clandestini stanno diventando sempre più porose. Il primo ottobre, festa della Repubblica popolare, vengono canonizzati 120 martiri cinesi, vittime della rivoluzione dei boxers (nazionalisti) nel 1900: Pechino reagisce in modo furente, addirittura accusando alcuni dei nuovi santi di «crimini enormi».
Nel 2004 giungono a Roma notizie di arresti di alcuni vescovi e preti della chiesa sotterranea; il Vaticano protesta, ma il dialogo continua: altri tre vescovi vengono consacrati, eletti secondo le procedure legali cinesi e approvati dalla Santa Sede. Papa Benedetto XVI invita al Sinodo dei vescovi del 2005 alcuni prelati cinesi (tra cui uno eletto secondo le procedure legali cinesi) ma il governo impedisce la loro partecipazione.  Nel 2006 il vescovo emerito di Hong Kong, mons. Giuseppe Zen, è nominato cardinale, nomina per nulla digerita da Pechino. Due vescovi della chiesa patriottica sono ordinati senza il gradimento della Santa Sede; uno di essi è Giuseppe Ma Yinglin, vescovo di Kunming: la sua elezione, avvenuta «sotto pressioni, minacce e, sembra, anche inganni», «distruggerà la fiducia reciproca fra Santa Sede e Pechino» predice il card. Zen.
Dopo un incontro in Vaticano con i vescovi di Hong Kong, Macao e Taiwan, nel gennaio 2007, un comunicato ufficiale afferma che in Cina «oggi la quasi totalità dei vescovi e sacerdoti è in comunione con il Sommo Pontefice», vanificando così l’opera dell’Associazione patriottica nella costruzione di una chiesa staccata da Roma. Sono meno di una dozzina i vescovi cinesi che continuano a nutrire avversione viscerale contro Roma. Il comunicato ribadisce «la volontà di proseguire il cammino di un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità governative, per superare le incomprensioni del passato. Si auspica, inoltre, di pervenire a una normalizzazione dei rapporti ai vari livelli, al fine di consentire la pacifica e fruttuosa vita della fede nella Chiesa e di lavorare insieme per il bene del popolo cinese e per la pace nel mondo». Le stesse idee, pochi mesi dopo, vengono espresse nella storica lettera che il papa Benedetto XVI invia al clero e al popolo cinese.
Il governo risponde con un silenzio imbarazzato, mentre l’Associazione patriottica impedisce la diffusione della lettera in varie province. Ma il dialogo continua: altri 7 vescovi vengono consacrati con l’approvazione sia del governo che della Santa Sede. Per Pechino è ormai una necessità se vuole controllare la Chiesa: i vescovi illegittimi non sono più rispettati né seguiti da moltissimi fedeli.

Cambio di strategia
Qualora si giungesse a regolari e stabili rapporti diplomatici, questi sarebbero gestiti direttamente dal governo e un rappresentante del papa; così il ruolo del Consiglio dei vescovi cattolici (una specie di conferenza episcopale non riconosciuta dalla Santa Sede) duventerebbe marginale e i grandi interessi e privilegi dell’Associazione patriottica sarebbero a richio. Per questo molti remano contro e boicottano le relazioni sino-vaticane, come è avvenuto alla fine del 2010, con la celebrazione dell’Ottava Assemblea dei rappresentanti dei cattolici cinesi, preceduta da un’ordinazione episcopale senza mandato pontificio. L’Assemblea elegge i leader dei due organismi, molti dei quali illegittimi, tra cui il presidente del Consiglio dei vescovi Giuseppe Ma Yinglin, vescovo ufficile che Roma non intende legittimare, perché ritenuto persona ambiziosa e piena di livore contro il Vaticano. A manovrare il tutto ci pensa il vecchio Liu Bainian, vicesegretario «onorario» dell’Associazione patriottica, soprannominato «il papa della Cina» per la sua pretesa di guidare tutta la Chiesa cinese. 
Ma più laceranti sono le ultime ordinazioni episcopali senza mandato apostolico, tre in nove mesi: Giuseppe Guo Jincai vescovo di Chengde, Hebei (20 novembre 2010), Paolo Lei Shiyin vescovo di Leshan (29 giugno 2011) e Joseph Huang Binzhuang vescovo di Shantou (14 luglio 2011). Per tutte e tre le ordinazioni il Vaticano ha fatto sentire la sua ferma reazione, denunciando la «grave violazione della disciplina cattolica e della libertà religiosa e di coscienza» e ricordando le sanzioni canoniche (canone 1382 del Codice di Diritto Canonico), prima tra tutte la scomunica automatica (latae sententiae) per ordinati e ordinanti. «Ciascuno di loro conosce in cuor suo il grado del personale coinvolgimento e la retta coscienza indicherà a ognuno se è incorso in una pena latae sententiae» afferma il comunicato seguito all’ordinazione di Guo Jincai, riconoscendo attenuanti per i vescovi consacranti, quasi sempre costretti con la forza e le minacce. Dalla scomunica non hanno scampo gli altri due vescovi: Lei Shiyin «era stato informato da tempo» della contrarietà vaticana alla sua nomina «a causa di motivi comprovati e molto gravi», tra cui due figli; pure Huang Binzhuang era stato avvertito più volte che la sua ordinazione non era autorizzata, anche perché nella diocesi di Shantou c’era già mons. Zhuang Jianjian, ordinato clandestinamente nel 2005 e mai riconosciuto da Pechino.
A quasi 50 anni dall’ultima pubblica scomunica, le due comminate di recente sono per tutti una sorpresa. Dalla Cina si attribuisce tale cambiamento di strategia al card. Giuseppe Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, che non ha peli sulla lingua; ne è un esempio l’appello da lui rivolto al presidente Hu Jintao e al premier Wen Jiabao, per chiedere loro di fermare i «funzionari canaglia» e la «feccia della chiesa» dal procedere all’ordinazione illecita del vescovo di Shantou. «All’arroganza dei burocrati politici e religiosi della chiesa patriottica non si risponde con carezze, ma con pesci in faccia, come fanno loro» afferma il presule, criticando la diplomazia vaticana fatta di troppi compromessi. Funzionerà?

Benedetto Bellesi