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Dentro le mura

La difesa della fortezza

Al suo interno la «Fortezza» si organizza per respingere gli invasori. E con i «patti bilaterali» si militarizzano le coste di partenza dei migranti. Si crea così Frontex, agenzia comunitaria a «protezione delle frontiere». Ma i danni «collaterali» sono le vittime dei respingimenti. E le associazioni di volontariato cercano di dare soccorso.

Melilla, spagna
«Era l’ottobre del 2005 – ricorda Giorgio Calarco, di Medici senza frontiere, all’epoca medico attivo sul territorio di Nador, cittadina marocchina cresciuta intorno all’enclave spagnola di Melilla – mi hanno telefonato in piena notte: i militari marocchini stavano deportando oltre 600 persone nel deserto tra Marocco e Algeria, nei pressi di Rachidi. Avevano cercato di scavalcare la rete di Melilla tutti insieme, la polizia ha sparato uccidendo 6 persone, ha arrestato gli altri e li ha caricati su due pullman.
Il giorno seguente siamo partiti per cercarli, abbiamo visto i segni degli pneumatici dei pullman che facevano dietro front nel deserto e li abbiamo trovati. Molti avevano ancora ferite sanguinanti, mal medicate e ormai infette. Ci hanno detto che 13 persone erano morte nella notte. Ma non abbiamo mai trovato i corpi».
Nel gruppo, ricorda Calarco, c’era anche un signore distinto con un completo grigio e le ciabatte ai piedi: era un maliano che, uscito di casa senza portare con se i documenti in regola, era stato arrestato e deportato nel deserto con gli altri.
L’incredibile racconto di Giorgio Calarco testimonia gli «effetti collaterali» dei cosiddetti patti bilaterali realizzati dai paesi europei con paesi non comunitari in materia di «lotta all’immigrazione clandestina». Nel tentativo di fermare i «flussi di migranti» e «preservare lo status quo» dei «propri» cittadini.
La Spagna del socialista Zapatero, è stata tra i primi paesi ad adottare queste politiche: a partire dal 2004 ha promosso il «Sistema integrale di vigilanza esteriore» (Sive), realizzato grazie alla cooperazione poliziesca con le forze dell’ordine marocchine. Il sistema è basato su un accordo di riammissione in Marocco dei migranti entrati illegalmente in Spagna e sulla realizzazione di pattuglie miste ispano marocchine a controllo delle frontiere delle due enclave spagnole, in cambio di ingenti aiuti al «paese emergente». Il Sive, dal punto di vista dei numeri, ha sicuramente dato i suoi frutti.
L’estealizzazione dei controlli sui migranti oltre la frontiera dell’Unione europea (Ue) apparentemente è riuscita a frenare l’ingresso in Europa dal Marocco, impedendo che il paese arabo continuasse ad essere il terminale delle partenze dei subsahariani verso la Spagna e il continente. Ma non sono stati tenuti presenti i possibili effetti «collaterali», che sono risultati essere molto rilevanti. La chiusura della via marocchina ha infatti incrementato le partenze per mare dalla Mauritania, da dove solo nei primi tre mesi del 2006 sono giunti alle isole Canarie circa 3.000 migranti (per la maggior parte senegalesi e maliani). E quando il governo di Madrid ha provveduto a «militarizzare» anche la costa mauritana, le partenze si sono spostate sempre più a Sud, fino ad arrivare al Senegal e ai paesi del Golfo di Guinea. A costo di un numero impressionante di morti annegati. E quando anche questa via è stata «militarizzata», i flussi migratori hanno cambiato rotta, passando da Tunisia e Libia, per arrivare in Europa attraverso l’Italia.
Lampedusa, italia
Il Guardacoste G 107 «Carreca» della guardia di finanza e la motovedetta della capitaneria attraccano alla banchina del porto di Lampedusa. Sbarcano il loro «carico umano» e lo consegnano alle autorità portuali: 163 migranti salpati dalle coste libiche e soccorsi a 24 miglia marine dall’isola siciliana.
Il tenente della guardia di finanza Rosario Vicedomini, comandante dell’operazione, consegnati i migranti si concede un po’ di tregua: «La costa di Lampedusa è l’avamposto dell’Europa nel Mediterraneo, e appena ci sono due giorni di bel tempo arrivano i barconi di clandestini. L’unico modo per arginare il fenomeno è collaborare con i paesi di partenza, come si è fatto per le coste dell’Adriatico. Grazie anche al miglioramento delle condizioni di vita, oggi da paesi come l’Albania o il Montenegro il traffico di persone via mare è stato fermato».
Il tenente Vicedomini ricorda come la politica di contrasto all’immigrazione clandestina dai paesi dell’Est Europa degli anni ‘90 sia passata non solo attraverso operazioni di «polizia internazionale», ma anche grazie a politiche di cooperazione allo sviluppo con i paesi d’origine. L’Ue oggi sembra aver intrapreso un’altra strada: la creazione di una cintura realizzata dall’agenzia comunitaria Frontex (vedi box, www.frontex.europa.eu), un vero e proprio esercito, con navi, aerei, uomini, armi, e reparti speciali. Con il compito di tenere fuori «l’altro», di evitare che «lo straniero» arrivi sul territorio comunitario.
Nel mondo oggi è in corso una vera e propria guerra al «diritto di migrare». Una guerra che, come tutte le guerre, ha purtroppo dei danni collaterali. Che sono i morti alle frontiere. I dispersi. I respinti che non riescono ad arrivare in Europa né a tornare indietro. Persone che, secondo il censimento fatto da Gabriele Del Grande sul sito «Fortress Europe» (http://fortresseurope.blogspot.com, vedi box, intervistato su MC dicembre 2009), la fonte più attendibile a livello comunitario, in 10 anni sono almeno 16 mila. Restando a quelle che è stato possibile individuare.
Senza contare poi le migliaia di «stranded», quelle persone che rimangono bloccate in piccole realtà del deserto o grandi città costiere africane, di cui ha raccontato in modo magistrale Fabrizio Gatti nel suo diario di viaggio «Bilal» (Rizzoli 2007), perdendo a poco a poco la capacità di reagire ai soprusi.
Una strage spaventosa sulla quale si esercita sistematicamente la rimozione, sulla quale la scelta collettiva è quella di volgere lo sguardo altrove.
«Non dico sia una situazione nazista – dichiara Luca Rastello, autore di La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani (La Terza 2010) – non voglio paragonarla alle grandi tragedie del Ventesimo secolo, ma è un fenomeno che può degenerare, una situazione che, nelle modalità con cui si sta realizzando, ha qualcosa di goebbelsiano».

Patrasso, Grecia
«In Grecia è facile entrare. Il difficile è uscie» dice Hamid, afghano di 14 anni, accampato con altri 500 connazionali nella «forest», come la chiamano loro, un grosso uliveto alla periferia est di Patrasso. Braccato dalle forze dell’ordine, attende il momento di imbarcarsi per l’Italia. Ogni due tre giorni la polizia arriva all’alba, distrugge le baracche di teli e cartoni, arresta quattro o cinque ragazzi e va via. «Non si tratta solo di esecuzione degli ordini, ma di atti di brutalità degli agenti di polizia» denuncia Johannis Lamprous, dell’associazione umanitaria Kinisi. «Picchiano i ragazzi, li insultano, rubano loro soldi e cellulari e spesso orinano sui loro materassi».
Brutalità e negazione dell’accoglienza. Queste le strategie messe in campo da Atene per contrastare l’immigrazione clandestina. Tanto che in Grecia, che con il tasso del 2% di riconoscimento dello status di rifugiato, contro la media Ue del 20%, è il paese meno «accogliente» dell’Unione, nessun immigrato vuole rimanere.
Il Consiglio d’Europa e le Nazioni Unite hanno più volte puntato il dito contro la Grecia accusandola di non essere in grado di garantire protezione a migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Nel mese di aprile 2008 poi, la Finlandia per protesta ha annunciato che avrebbe interrotto i trasferimenti dei migranti non europei provenienti dalla Grecia, mentre la Germania e la Svezia hanno limitato la sospensione dei trasferimenti ai soli minori non accompagnati. Secondo i principi del «Regolamento Dublino II» infatti, i migranti senza documenti richiedenti asilo, devono restare nel paese europeo d’ingresso ad attendere risposta. Senza possibilità di spostarsi in altri paesi membri. Si tratta di un regolamento criticato da più parti. Contro cui ha espresso le sue perplessità anche l’Alto Commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani Thomas Hammarberg. Dichiarandosi favorevole alla: «Proposta della  Commissione europea di un meccanismo che sospenda i trasferimenti e che dia sollievo agli Stati sotto elevata pressione. Un sistema simile potrebbe aiutare a garantire i richiedenti asilo e le loro domande».
Si tratta di una richiesta di modifica delle norme su cui insistono in modo particolare i paesi della frontiera meridionale dell’Ue, ovvero Italia, Francia, Spagna e Grecia. Interessati in questi giorni dall’arrivo di migliaia di persone dalla sponda Sud del Mediterraneo. Paesi a cui Bruxelles ha sostanzialmente delegato la «gestione dei flussi dei migranti» verso l’Europa intera. Una delega finalizzata alla creazione di un «cuscinetto» che preservi l’Unione e, in specifico, metta definitivamente «al riparo» gli Stati centrali. Paesi centrali che, in termini di accoglienza, molte volte hanno già dato più dei loro alleati mediterranei. Una delega che, alcune volte, mette purtroppo i paesi dell’Europa meridionale al riparo da possibili «richiami» dell’Unione per la violazione dei diritti giuridici ed umani nei confronti dei migranti. In un meccanismo di do ut des.

Calais, Francia
Sono le sette del mattino, e dagli ingressi di «Casa Africa» di rue Des Scartes, dietro la stazione del treno di Calais, arriva il rumore dei fischietti dei ragazzi di No Border. No Border è un network europeo di persone che si adoperano per l’aiuto agli immigrati clandestini, che in Calais ha un forte nucleo. Il fischio aumenta, la confusione pure, e nel giro di pochi secondi arrivano sette furgoni a sirene spiegate da cui scendono di corsa una ventina di poliziotti. Sudanesi, eritrei, etiopi, somali ed altri ancora salgono sui tetti. Alcuni vengono fermati e caricati sui mezzi. Ci sono uomini in divisa della Polizia locale di Calais, della gendarmeria nazionale, della polizia nazionale e addirittura i «famosi» Crs, gli uomini della Compagnies Républicaines de Sécurité, corpo della Polizia nazionale francese con funzioni antisommossa. Alcuni brandiscono delle scale telescopiche per salire sui tetti. Ma dopo mezzora, improvvisamente, tutti gli uomini in divisa risalgono sui loro mezzi e se ne vanno. In pochi minuti i migranti scendono dai tetti dell’edificio urlando di gioia.
«Gli immigrati clandestini a Calais vivono in condizioni spaventose – spiega Sylvie Copyans, dell’Associazione Salam -, in immobili occupati abusivamente, o nel bosco. Trattati come cani dalla polizia. Vengono percossi e poi arrestati. Le loro baracche vengono distrutte col fuoco. La polizia non può mandarli a casa così rende la loro vita quanto più orribile possibile. È una caccia all’uomo. Conoscete il film “Welcome” di Philippe Lioret? La sceneggiatura l’abbiamo scritta proprio qui, nel tavolino a fianco». Il film, del 2009, aveva suscitato un certo scalpore in Francia e nel resto d’Europa. Raccontando la vita e le peripezie degli immigrati clandestini bloccati a Calais in attesa di passare in Inghilterra. Per realizzarlo regista e sceneggiatore sono stati insieme a Sylvie e agli altri volontari di Salam per più di un anno. In molti pensavano che il film avrebbe avuto la forza di «scuotere le coscienze» della gente e, soprattutto, dei governanti di Parigi. Che la Francia, patria della Liberté, Egalité, Frateité si indignasse e trovasse un rimedio per queste persone in difficoltà. Ma così non è stato. Anzi. La situazione dei migranti che continuano a vivere braccati dalle forze di polizia è peggiorata. Oggi vengono utilizzati come pedine di scambio tra Italia e Francia per la revisione di una fallimentare politica europea sull’immigrazione. Che negli ultimi 10 anni invece di puntare sulla cooperazione internazionale con la società civile dei paesi del Sud del Mediterraneo è scesa a patti con i loro regimi retti da presidenti poco democratici come Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, Abdelaziz Bouteflika in Algeria, Mohammed VI  in Marocco o Muammar Gheddafi in Libia.

di Maurizio Dematteis

Maurizio Dematteis