DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Vocazione e privilegio

Sfide, attese, speranze

Due documenti finali, il Messaggio al popolo di Dio e le 44 Proposizioni, contengono i temi cruciali dibattuti al Sinodo: rinnovamento, comunione, ecumenismo, dialogo interreligioso, migrazione, pace… insieme alle attese e alle speranze di fronte alle sfide intee ed estee alle Chiese del Medio Oriente.

Eredi di civiltà prestigiose, fiere del proprio passato anche precristiano, le Chiese mediorientali costituiscono una grande ricchezza per la loro varietà. Ognuna ha mantenuto la propria identità, nonostante difficoltà e persecuzioni subite in due millenni di storia, che le ha viste ridursi progressivamente a esigue minoranze, sperdute nell’oceano islamico. Preoccupate di conservare la propria identità culturale e cultuale, si sono chiuse a riccio, impoverendosi spiritualmente, scivolando nel confessionalismo, nazionalismo o divisioni intee e diventando socialmente irrilevanti.
Con il frazionamento politico del Medio Oriente seguito alle due guerre mondiali e la nascita di nuovi stati nazionali segnati da nuovi confini, i cristiani si sono ritrovati ancora più dislocati, isolati, profughi, e spesso usati come capri espiatori per le sconfitte delle popolazioni islamiche, perché accomunati ai cristiani occidentali. La situazione attuale è più drammatica che mai: tensioni, violenze e guerre insanguinano vari paesi del Medio Oriente. Ma proprio la drammaticità del momento è uno stimolo a una maggiore coesione e comunione. Le varie chiese hanno sempre più capito che la loro forza e la loro sopravvivenza sta nell’unità.
rinnovamento e Identità missionaria
«Il primo scopo del Sinodo è di ordine pastorale» scrivono i vescovi nel loro Messaggio al popolo di Dio, a conclusione del Sinodo per il Medio Oriente. Priorità sottolineata già dai documenti preparatori del Sinodo, per «confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità mediante la Parola di Dio e i sacramenti» (Instrumentum laboris 3).
«I nostri fedeli hanno grande sete della Parola di Dio e non trovandola da noi, vanno spesso a dissetarsi altrove… Abbiamo bisogno che la Parola di Dio sia il fondamento di qualsiasi educazione e formazione nelle nostre famiglie, chiese, scuole, soprattutto nella nostra condizione di minoranze in società a maggioranza non cristiana»; così la prima relazione degli interventi sinodali letta dal card. Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti.
«Abbiamo testi datati secoli che non riescono più a parlare all’uomo di oggi – spiega mons. Louis Sako -. I nostri riti devono aiutare a pregare e non essere degli show. I fedeli vogliono capire e la pastorale deve essere modulata per i giovani, per i bambini, gli adulti, con linguaggi adeguati».
Catechesi e liturgia, formazione del clero e di operatori pastorali, cura della famiglia e preparazione matrimoniale, educazione dei bambini e attenzione ai giovani, promozione della donna e sua valorizzazione nella chiesa e nella società… sono temi risuonato spesso nell’aula sinodale e poi confluiti nei paragrafi delle Proposizioni e del Messaggio al popolo di Dio. 
Tale rinnovamento passa attraverso la riscoperta della propria identità missionaria. «In Oriente è nata la prima comunità cristiana; di là partirono gli apostoli per evangelizzare il mondo intero, là i primi martiri hanno irrorato di sangue la Chiesa nascente… dalle nostre Chiese partirono… i missionari verso l’estremo Oriente e verso l’Occidente portando la luce di Cristo. Noi ne siamo gli eredi e dobbiamo continuare a trasmettere il loro messaggio alle generazioni future» (Messaggio 2).
COMUNIONE E TESTIMONIANZA
Per riaccendere la tensione missionaria e testimoniare ai fedeli delle altre religioni i valori evangelici occorre essere «un cuor solo e un’anima sola». «Oggi siamo di fronte a numerose sfide. La prima viene da noi stessi e dalle nostre Chiese. Ciò che Cristo ci domanda è di accettare la nostra fede e di viverla in ogni ambito della vita. Ciò che egli domanda alle nostre Chiese è di rafforzare la comunione all’interno di ciascuna Chiesa sui iuris e tra le Chiese cattoliche di diversa tradizione… La seconda sfida viene dall’esterno, dalle condizioni politiche e dalla sicurezza nei nostri Paesi e dal pluralismo religioso» (Messaggio 3.1-2) e non si può affrontare da soli.
«Siamo sulla stessa strada – affermano i vescovi rivolgendosi alle chiese sorelle, ortodosse ed evangeliche locali -. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre chiese» (Messaggio 7).
«In Oriente, saremo cristiani uniti o non saremo affatto», scrivevano i patriarchi in una lettera pastorale del 1991. Come dire: se si vive, si vive insieme; se si muore, si muore insieme. La comunione nella carità tra le Chiese è l’asse attorno a cui possono essere abbordate tutte le altre questioni e da cui dipendono la soluzione dei problemi e delle sfide, senza affatto minimizzarle.
Dialogo interreligioso
Nel presentare esigenze e proposte pastorali, i padri sinodali non hanno potuto evitare valutazioni di stampo politico, ricordando la complessa situazione sociale e denunciando senza sconti le condizioni di violenze e ingiustizie in cui vivono i cristiani. Hanno condannato l’occupazione israeliana nei Territori palestinesi, sottolineando al tempo stesso la «sofferenza e insicurezza in cui vivono i cittadini d’Israele»; hanno stigmatizzato qualsiasi estremismo o terrorismo, antisemitismo e antigiudaismo; hanno invitato a distinguere tra religione e politica e a non strumentalizzare il discorso religioso, tanto meno a usare la Bibbia per scopi politici (chiara allusione a chi, in Israele, si serve di suggestioni scritturistiche per giustificare nuovi insediamenti nella West Bank); hanno richiamato al rispetto della sovranità del Libano, fino a definire apertamente «guerra assassina» quella in Iraq, che ha causato «sofferenze cruente» per il popolo iracheno e uccisioni, espulsioni, dispersione dei cristiani.
Al di là di queste e altre denunce, i padri sinodali hanno ribadito l’impegno del dialogo con ebrei e musulmani come unica via percorribile per raggiungere una soluzione credibile ai conflitti in corso nel Medio Oriente. Le Proposizioni 40-42 in modo particolare dettano le linee del dialogo. Cristiani e interlocutori sono invitati «alla purificazione della memoria, al perdono reciproco del passato e alla ricerca di un avvenire comune migliore»; a cercare «nella vita di ogni giorno l’accettazione mutua malgrado le differenze» e ad operare «per edificare una società nuova, dove il pluralismo religioso è rispettato e dove il fanatismo e l’estremismo saranno esclusi».
«Le iniziative di dialogo e di cooperazione con gli ebrei sono da incoraggiarsi per approfondire i valori umani e religiosi, la libertà, la giustizia, la pace e la frateità. La lettura dell’Antico Testamento e l’approfondimento delle tradizioni del giudaismo aiutano a conoscere meglio la religione ebraica». Il richiamo alla lettura dell’Antico Testamento non è una pia esortazione, ma un chiaro monito per ricordare, a quei cristiani che rifiutano di leggerlo perché si parla di Israele, che le radici ebraiche sono fondamentali per la fede cristiana.
Riportando le parole del papa pronunciate a Colonia nel 2005, si ribadisce che «il dialogo interreligioso e interculturale tra cristiani e musulmani… è una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro avvenire… I cristiani del Medio Oriente sono chiamati a continuare il fecondo dialogo di vita con i musulmani» (42). Scuole, cliniche, ospedali e altre opere sociali e umanitarie, di cui usufruiscono in maggioranza i musulmani, sono la testimonianza più concreta del «dialogo della vita»; ma non è facile, come afferma il patriarca Naguib nella Relazione pronunciata il primo giorno del Sinodo: «A partire dagli anni ‘70 constatiamo l’avanzata dell’islam politico, che comprende diverse correnti religiose. Esso colpisce la situazione dei cristiani, soprattutto nel mondo arabo; vuole imporre un modello di vita islamico a tutti i cittadini, a volte con la violenza; costituisce dunque una minaccia per tutti, e noi dobbiamo, insieme, affrontare queste correnti estremiste».
libertà di coscienza
«Nel Medio Oriente i cristiani condividono con i musulmani la stessa vita e lo stesso destino. Edificano insieme la società. È importante promuovere la nozione di cittadinanza, la dignità della persona umana, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri e la libertà religiosa comprensiva della libertà di culto e della libertà di coscienza» (42). Queste espressioni sono la sintesi delle riflessioni tenute in aula sui concetti di «laicità positiva» e «piena cittadinanza», due locuzioni per spiegare la distinzione tra il religioso e il politico, evitando il termine «laicità», parola sconosciuta in arabo fino all’800, tradotta con ‘almaniyyah (secolarizzazione), concetto che per i musulmani equivale ad ateismo.
I musulmani dicono che l’islam è tollerante. Per secoli cristiani ed ebrei sono stati «tollerati» e «protetti» (dhimmi) nell’impero musulmano: protezione pagata con tasse, sottomissione, discriminazione come cittadini di serie B. I cristiani oggi non chiedono di essere tollerati o ben trattati, ma di essere riconosciuti come cittadini, con gli stessi diritti, punto e basta!
Base di tutti i diritti è la libertà religiosa totale: i padri sinodali chiedono agli stati mediorientali non solo la libertà di culto, ma reclamano anche la libertà di coscienza, cioè il diritto uguale per tutti di cambiare religione e il diritto di testimoniare e proclamare apertamente la propria fede.
L’annuncio del vangelo è un obbligo per i cristiani, come per i musulmani annunciare l’islam. Ma in quasi tutti i paesi, anche in quelli che si definiscono «laici» (come Turchia e Tunisia) lo stato mette a disposizione tutti i mezzi la propaganda islamica, mentre ai cristiani è proibito proclamare apertamente la propria fede, col rischio di essere accusati di fare proselitismo. Chi si converte al cristianesimo rischia il rifiuto della società e perfino l’uccisione. In tutti i paesi arabi, eccetto il Libano, il convertito non ha pace.
Di fronte a questa situazione, alcuni padri sinodali hanno rimarcato l’aspetto intollerante e di chiusura dell’islam, citando i versetti coranici del caso. Anzi, padre Raymond Moussalli, vicario generale di Babilonia dei Caldei in Giordania, ha denunciato l’esistenza di «una deliberata campagna per cacciare i cristiani. Ci sono piani satanici dei gruppi fondamentalisti estremisti contro i cristiani non solo in Iraq, ma in tutto il Medio Oriente».
La maggioranza dei vescovi, tuttavia, ha insistito sull’esistenza di un islam tollerante e moderato e di molti musulmani desiderosi di vivere in pace con i cristiani.
Due leader musulmani moderati sono stati invitati a parlare all’assemblea sinodale, lo shiita ayatollah Mohaghegh Ahmadabadi e l’imam sunnita Al-Sammak. Sono stati ascoltati con attenzione, convenendo che teologi del genere devono essere aiutati per influire sulla base dei loro credenti. Qualcuno non ha nascosto il proprio scetticismo: «Se riuscissero a convincere i loro seguaci che i cristiani non sono kaffir, “infedeli”, sarebbe già un grosso risultato, un inizio, un primo segnale di cambiamento». «Ogni giorno i cristiani si sentono dire dagli altoparlanti, televisione, giornali, che sono infedeli e per questo vengono trattati come cittadini di seconda serie» aggiunge mons. Thomas Meram, vescovo caldeo di Urmia, in Iran.
Privilegio scomodo
Guerre, estremismi, persecuzioni, povertà… sono le principali cause della fuga dei cristiani dal Medio Oriente: il rischio di uno spopolamento di cristiani si prospetta più reale che ipotetico, se la situazione non cambierà radicalmente. Tale fuga non è solo una perdita per la Chiesa universale, ma anche un impoverimento, anzi «una catastrofe per l’islam di tutto il mondo» afferma Muhammad al-Sammak, consigliere politico del Mufti della Repubblica del Libano, invitato a parlare ai padri sinodali (vedi riquadro). Sono soprattutto cristiani laureati e professionisti a lasciare il propio paese perché, come capita nei territori palestinesi, non vedono un futuro per realizzare le loro qualità professionali.
Per consolidare la presenza dei cristiani in Medio Oriente, i padri sinodali esortano le loro Chiese a creare «un ufficio o una commissione per lo studio del fenomeno migratorio e le sue motivazioni per trovare i mezzi di contrastarlo» e a promuovere «progetti di sviluppo per limitare il fenomeno migratorio» (10). Soprattutto i cristiani sono scongiurati affinché non vendano le loro proprietà: «Visto che l’attaccamento alla terra natale è un elemento essenziale dell’identità di persone e popoli e uno spazio di libertà, esortiamo i nostri fedeli e comunità ecclesiali a non cedere alla tentazione di vendere le loro proprietà immobiliari. Per aiutare i cristiani a conservare le loro terre o acquisie di nuove, in situazioni economiche difficili, proponiamo ad esempio la creazione di progetti che si facciano carico di farle fruttificare per permettere ai proprietari di restare dignitosamente nei loro paesi. Questo sforzo deve accompagnarsi a una profonda riflessione sul senso della presenza e vocazione cristiana nel Medio Oriente» (6).
Vocazione e missione sottolineate anche dal Santo Padre nell’omelia di apertura del Sinodo: «I cristiani sono chiamati a ravvivare la coscienza di essere pietre vive della Chiesa in Medio Oriente, presso i Luoghi santi della nostra salvezza»; una vocazione da «vivere con gioia», considerata lungo i secoli «un grande privilegio». Una vocazione scomoda; bisogna vederla «dall’alto», come esorta il papa, dalla prospettiva di Dio che guida la storia: restare in questa regione non è una fatalità, ma fa parte del piano divino; è una missione d’amore: far scoprire alle popolazioni locali la bellezza del vangelo di Cristo, messaggio straordinario per salvare la vita dell’essere umano e liberarlo da ogni paura. Non è questione di proselitismo, ma un fatto di giustizia: anche i musulmani hanno diritto a conoscere il vangelo, come i cristiani hanno diritto a conoscere il Corano.
Essere cristiani oggi nei paesi del Medio Oriente richiede grande fede e molto coraggio. I padri sinodali lo ricordano senza illusioni: «Pur denunciando come ogni uomo la persecuzione e la violenza, il cristiano ricorda che essere cristiano comporta la condivisione della Croce di Cristo. Il discepolo non è più del Maestro (cf. Mt 10, 24). Il cristiano si ricorda la beatitudine dei perseguitati a causa della giustizia che avranno in eredità il Regno (cf. Mt 5,10)» (5).
APPELLO INTERNAZIONALE
«La persecuzione tuttavia deve destare la coscienza dei cristiani nel mondo a una più grande solidarietà – continua la Proposizione 5 -. Essa deve suscitare parimenti l’impegno a reclamare e a sostenere il diritto internazionale e il rispetto di tutte le persone e di tutti i popoli. Occorrerà attirare l’attenzione del mondo intero sulla situazione drammatica di certe comunità cristiane nel Medio Oriente, le quali soffrono ogni tipo di difficoltà, giungendo talvolta fino al martirio».
A nome dei loro fedeli e di tutti i cittadini mediorientali, i padri sinodali hanno concluso il Messaggio al popolo di Dio con un appello alla «comunità internazionale, in particolare l’Onu, perché lavori sinceramente a una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’occupazione dei differenti territori arabi. Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo stato d’Israele potrà godere pace e sicurezza all’interno delle frontiere inteazionalmente riconosciute. La città santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana… L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali. Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche».
Il Messaggio riconferma la condanna contro ogni forma di «violenza e terrorismo, qualsiasi estremismo religioso, ogni forma di razzismo, antisemitismo, anticristianesimo e islamofobia». In seno all’Onu c’è un giusto allarme per l’aumento dell’islamofobia, è ora che ci si preoccupi anche della crescente cristianofobia.

Benedetto Bellesi

     PER SAPERNE DI PIU’

• Cattolici di rito orientale e Chiesa latina in Medio Oriente, Pier Giorgio Gianazza, EDB 2010.
• Breve storia  delle chiese cattoliche orientali, in Medio Oriente, Alberto Elli, ETS, Milano 2010
• Cristiani a Gerusalemme, duemila anni di coraggio, Lawrence M.F. Sudbury, EMI 2010.
• Dalla terra dei due fiumi Iraq-Iran, cristiani tra l’integralismo e la guerra, Francesco Strazzari, EDB 2010.
• Nella terra di Dio, Vincent Nagle missionario a Gerusalemme, Vincent Nagle – Lorenzo Fazzini, Edizioni Lindau 2010.
• Popoli e chiese dell’Oriente cristiano, a cura di Aldo Ferrari, Edizioni Lvoro 2008.
• Nella terra di Dio, Vincent Nagle missionario a Gerusalemme, Vincent Nagle – Lorenzo Fazzini, Edizioni Lindau 2010.
• Gerusalemme città della speranza, Leslaw Daniel Chrupcala, Edizioni Terra Santa 2009.

Benedetto Bellesi