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DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

OLTRE LA GUERRA

Russia-Georgia: sullo stato delle cose

INTRODUZIONE

Già a proposito dei conflitti interni scoppiati in Georgia nel 1992/1993 si era parlato di «pulizia etnica», quando oltre 280 mila georgiani furono costretti a lasciare l’Abkhazia e l’Ossetia del Sud, per vivere in situazioni miserabili, profughi nel proprio paese.
Per 15 anni vari organismi inteazionali hanno discusso e proposto soluzioni per sopire le tensioni secessioniste delle due regioni e permettere agli sfollati di tornare nelle loro regioni di origine. Invece, i tragici eventi dell’agosto scorso, in cui si sono fronteggiati l’esercito russo, quello georgiano e le milizie separatiste dell’Ossetia, hanno provocato centinaia di vittime e un esodo di massa dall’Ossetia del Sud, raddoppiando il numero dei profughi.
Sono risuonate di nuovo le parole «genocidio» e «pulizia etnica» come accuse reciproche  tra Mosca e Tblisi: la Russia ha accusato la Georgia di aver condotto un’operazione di pulizia etnica contro il popolo osseto; la Georgia si è rivolta alla Corte di Giustizia dell’Aja accusando la Federazione russa di avere messo in moto una crociata basata su «atti di discriminazione razziale» e di avere condotto con il suo esercito una «metodica pulizia etnica» nei confronti dei georgiani delle due repubbliche separatiste.

Vicende storiche e interessi economici e politici immediati condizionano l’informazione su ciò che sta capitando nel piccolo ma strategico paese caucasico. Con questo breve dossier vogliamo aiutare, per quanto è possibile, a leggere la realtà, senza schierarsi con l’uno o l’altro contendente.
Anzi, in qualche modo vogliamo schierarci, ma dalla parte delle vittime della guerra e delle violenze dei mesi scorsi: sono circa mezzo milione le persone che hanno dovuto fuggire dalle violenze e rifugiarsi nei campi profughi. Alcune hanno iniziato a tornare nelle loro case e a ricostruire la propria vita; la maggioranza, invece, non ha alcuna speranza di ritorno e dipende totalmente dalla solidarietà internazionale.


OLTRE LA GUERRA

Sulla guerra dell’agosto 2008 tra Georgia e Russia si è scritto tanto, ma troppo spesso a sproposito.
La storia dei rapporti tra i due paesi è sempre stata complessa, ma non drammatica, sia durante l’impero russo che ai tempi dell’Unione Sovietica. Le cose sono cambiate in epoca recente (primi anni Novanta), con il nazionalismo georgiano e l’arrivo (non disinteressato) di Washington. Da ultimo va sottolineato che, contrariamente alla vulgata occidentale, il deficit di democrazia e libertà non è soltanto russo. Perché Tblisi e il presidente Saakashvili non sono attori immacolati.

Il recente conflitto tra Russia e Georgia ha imposto all’attenzione internazionale la regione caucasica, le cui dinamiche storiche e politiche sono nel complesso assai poco note (1). Tale conflitto è stato descritto e interpretato in maniera varia e contrastante, molto spesso pregiudizialmente a sostegno dell’una o dell’altra parte (2). Questo articolo mira invece ad affrontare, più che a rispondere, una questione tanto importante quanto complessa: la guerra di agosto è stata davvero l’esito di un secolare e inevitabile contrasto tra la Russia e la Georgia?

AI TEMPI DELL’IMPERO RUSSO

La Georgia ha una storia quanto mai remota, che risale al primo millennio a.C., entrando presto a contatto con la Grecia, l’Iran e Roma. La Georgia è anche uno dei primi paesi a convertirsi al cristianesimo – tradizionalmente nel 336, grazie all’opera di santa Nino – costituendo nei secoli una delle più antiche chiese ortodosse (3).
Dopo un periodo di particolare splendore, nei secoli XII-XIII, la Georgia si divise in piccoli regni e principati, indipendenti ma contesi a lungo tra gli imperi musulmani di Turchia e Persia, nonché minacciati dalle incursioni devastatrici dei bellicosi montanari del Caucaso settentrionale.  I viaggiatori e i missionari europei dei secoli XVII-XVIII (Della Valle, Castelli, Chardin) concordano nel descrivere un paese devastato dalle invasioni musulmane e dal disordine interno, le cui regioni meridionali tendevano a islamizzarsi. Alla luce di questa difficile situazione politica, i georgiani iniziarono già nella seconda metà del XVII secolo ad avvicinarsi alla Russia, potenza cristiana e ortodossa in rapida ascesa, ma senza ottenere alcun aiuto concreto ed esponendosi invece ai sospetti di ottomani e persiani.
Nel 1783 il re Erekle II, che pure era riuscito a riunire buona parte della Georgia orientale, riconobbe il protettorato russo. Il suo successore, Giorgi XII, inviò un’ambasciata a Pietroburgo per chiedere che la Russia esercitasse una piena autorità sul paese, a condizione che egli e i suoi successori potessero restare sul trono. Nel dicembre 1800, l’imperatore russo Paolo I non rispettò questa richiesta, peraltro contraddittoria, e proclamò invece l’annessione della Georgia orientale alla Russia (4). Nei decenni successivi l’impero russo conquistò anche tutti i territori della Georgia occidentale.
Nonostante l’affinità religiosa (il cristianesimo ortodosso) e sociale (anche in Georgia i contadini erano asserviti alla nobiltà), i georgiani accolsero in maniera alquanto negativa la perdita dell’antica e pur precaria indipendenza, anche a causa della politica, per molti aspetti ottusa, della Russia. In particolare, va segnalato il grave attacco portato all’identità religiosa della Georgia. Nel 1811 il patriarca Anton, appartenente alla famiglia reale, fu destituito e sostituito da un esarca russo incaricato di governare la chiesa georgiana, che perse così la sua antica autocefalia.
I primi decenni del dominio russo furono inoltre segnati da numerose rivolte anti-russe, sia contadine che nobiliari. Solo nei decenni successivi, soprattutto grazie all’accorta politica del viceré Michail Voroncov (1844-1855), la Georgia avrebbe trovato un inserimento più positivo all’interno dell’Impero russo. Nonostante le difficoltà politiche e religiose, per i georgiani, così come per i loro vicini armeni, l’inserimento nell’impero russo ebbe delle importantissime conseguenze storico-culturali. Da un lato pose fine alla secolare soggezione alle dominazioni musulmane, dall’altro consentì la recezione della cultura europea modea, sia pure attraverso la mediazione di quella russa. Non a caso la prima generazione degli intellettuali georgiani modei – i cosiddetti «padri» – è nota come Tergdaleulni, vale a dire «coloro che hanno superato il Tergi» per recarsi a studiare a Mosca e Pietroburgo (5).
Un altro fattore positivo dell’inserimento della Georgia nell’impero russo fu che, sia pure sotto una dominazione straniera, per la prima volta dopo molti secoli, il paese toò ad essere unito, superando almeno in parte il forte frazionamento regionale che ne costituisce una caratteristica fondamentale (6).
Anche i georgiani, peraltro, risentirono negativamente della svolta autoritaria e russificatrice che tutto l’impero russo conobbe dopo l’assassinio di Alessandro II nel 1881. Una serie di misure restrittive li colpì soprattutto nella sfera dell’educazione, ma tale politica repressiva fu contrastata efficacemente da un forte movimento nazionale, guidato inizialmente da membri della nobiltà, che si levò a difesa della lingua, della letteratura e della cultura georgiane. Il progressivo rafforzamento di una identità nazionale modea e il difficile rapporto con la Russia spiegano come, nonostante lo sviluppo demografico, economico e culturale conosciuto in epoca zarista, dopo la rivoluzione d’Ottobre la Georgia si sia rapidamente resa indipendente. Un’indipendenza durata soltanto dal 1918 al 1921, sino all’invasione dell’Armata Rossa.
AI TEMPI DELL’URSS
Per sette decenni la Georgia fu inserita nell’Unione Sovietica e costretta a subie le politiche di collettivizzazione, lotta antireligiosa, repressione culturale e così via. Pur in questo contesto difficile e spesso tragico, il paese conobbe anche gli aspetti positivi dell’epoca sovietica: costituzione di strutture culturali modee (accademia, università), un forte aumento dell’istruzione media, una notevole industrializzazione e così via. Da segnalare anche il fatto che all’interno della Georgia, che costituiva una delle 15 repubbliche sovietiche, vennero costituite tre autonomie territoriali – Abkhazia, Ossetia meridionale e Agiaria – assegnate a minoranze etniche o culturali (7).
In definitiva, anche nell’epoca sovietica la Georgia conobbe tanto gli aspetti negativi quanto quelli positivi del sistema. Non c’è ragione per affermare che abbia sofferto più di altri paesi; anzi, il livello di vita e istruzione era tra i più alti dell’Urss. Sin dagli anni ‘70, inoltre, in Georgia iniziò a delinearsi un «nazionalismo eterodosso», capace, per esempio, di contrastare vivacemente i tentativi di Mosca di limitare l’uso della lingua nazionale (8).

I DISEGNI DI WASHINGTON (E QUELLI DI MOSCA)

Dopo la fine dell’Urss nel 1991, la Georgia, o almeno la sua classe dirigente, ha coltivato con ostinazione il progetto di un completo distacco dalla Russia e di avvicinamento all’Europa e all’Occidente in generale, che per molti aspetti appare in contrasto sia con la storia che con la  collocazione geografica di questo paese. Ma, come osserva ironicamente uno studioso russo, «… in Europa e negli Stati Uniti è possibile emigrare, ma divenire parte del mondo economico e culturale dell’Europa, ignorando la Russia, resta un desiderio irreale per tutte le regioni del Caucaso, nessuna esclusa» (9). 
Durante la presidenza fortemente nazionalista di Zviad Gansakhurdia (1991-1992) Tblisi si rifiutò di aderire alla Csi (10) e portò avanti una politica micro-imperiale ostile sia alla Russia che alle autonomie delle minoranze etniche presenti sul suo territorio (11). La Russia appoggiò allora le rivendicazioni indipendentiste di osseti e abkhazi, che sono riusciti a rendersi de facto indipendenti dopo violente guerre nel periodo 1991-93.
Tali conflitti, tra l’altro, hanno determinato l’emigrazione massiccia degli osseti dalla Georgia e dei georgiani dall’Abkhazia. Da allora truppe russe sono presenti nelle due entità secessioniste con funzione di peace-keeping e su mandato internazionale. La Georgia, peraltro, non ha mai accettato questa situazione, anche se durante la lunga presidenza di Shevaadze (1992-2003) non ha potuto in alcun modo ribaltarla.
La situazione è profondamente cambiata dopo la cosiddetta «rivoluzione delle rose», che tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004 portò all’avvento di una dirigenza fortemente filo-occidentale guidata da Mikheil Saakashvili. Questa evoluzione politica della Georgia è avvenuta indubbiamente con il favore e l’aperto sostegno degli Stati Uniti (12).
Nell’ambito del più generale ridispiegamento strategico e militare verso sud-est, iniziato dopo l’11 settembre 2001, Washington ha infatti individuato nella Georgia il paese chiave della sua penetrazione nella regione caucasica, più di quanto – per differenti ragioni – possano divenirlo l’Armenia e l’Azerbaigian.
Al tempo stesso, tuttavia, dopo la disastrosa crisi post-sovietica degli anni ‘90, sotto la presidenza di Putin, la Russia è tornata a consolidare le sue posizioni, in particolare nel cosiddetto «estero vicino», vale a dire le ex repubbliche sovietiche, mettendo in dubbio quella «transizione egemonica» (13), che appariva inevitabile sino a pochi anni prima. Soprattutto nel Caucaso, i paesi e i popoli sono quindi in larga misura ostaggi non tanto di conflitti arcaici, come spesso si pretende, quanto piuttosto di questa rivalità geopolitica: mentre la Georgia e, in misura minore, l’Azerbaigian hanno assunto una posizione filo-americana, l’Armenia (incluso l’Alto Karabakh) e soprattutto l’Abkhazia e l’Ossetia meridionale continuano a essere schierate con Mosca.

L’UNIONE EUROPEA, LA NATO, IL KOSOVO 

In questa complicata situazione si è inserita da qualche tempo anche l’Unione europea. Dopo oltre un decennio di scarso interesse nei confronti della regione, nel giugno 2004 Georgia, Armenia e Azerbaigian sono state incluse nella «Politica europea di vicinanza» (14).
Il nuovo atteggiamento di Bruxelles ha varie motivazioni. In primo luogo è collegato con la questione della candidatura della Turchia, il cui eventuale ingresso porterebbe le frontiere europee direttamente sul Caucaso. Ma anche con la «rivoluzione delle rose» in Georgia, che ha profondamente modificato la situazione di questo paese, facendone il principale motore dell’avvicinamento all’Unione europea. Infine, la crescente preoccupazione europea per l’affidabilità delle foiture energetiche russe ha reso particolarmente rilevante la regione come via alternativa del transito di gas e petrolio (15).
Pur priva delle ambizioni egemoniche di Russia e Stati Uniti, l’accresciuta presenza europea nel Caucaso meridionale non ha però attenuato le tensioni regionali. La dirigenza georgiana, forte del dichiarato sostegno americano, è infatti decisa a riconquistare il controllo dei territori perduti.
Sin dal 2004 Tblisi è riuscita a riprendere pacificamente il controllo dell’Agiaria, una regione abitata da georgiani musulmani, che negli anni precedenti aveva conosciuto una sorta di blanda indipendenza, mentre ha condotto nei confronti di Abkhazia e Ossetia meridionale una politica fatta sia di proposte di vasta autonomia sia di pressione militare.
Già nell’estate 2004 vi furono scontri in Ossetia meridionale, mentre nel 2006 Tblisi rioccupò militarmente la valle di Kodori, in Abkhazia. L’intensificazione delle rivendicazioni georgiane su queste regioni ravvivò allora la prospettiva di un loro incorporamento nella Federazione russa. Più volte sollecitata dai dirigenti di Abkhazia e Ossetia meridionale, tale annessione di territori giuridicamente appartenenti alla Georgia è stata a lungo respinta dalla Russia, soprattutto alla luce delle forti ripercussioni intee (si pensi alla Cecenia) e inteazionali che avrebbe potuto avere.
Mosca ha invece largamente concesso la cittadinanza russa agli abitanti di Abkhazia e Ossetia meridionale, portando avanti una politica di sostanziale integrazione di queste regioni.
La situazione è tuttavia nettamente cambiata dopo il riconoscimento da parte degli Stati Uniti e di molti (ma non tutti) paesi europei dell’indipendenza del Kosovo, che ha comprensibilmente accresciuto le analoghe aspirazioni di Abkhazia ed Ossetia meridionale.
Un altro fattore che ha contribuito notevolmente ad aumentare la tensione nella regione è stata la richiesta georgiana di entrare nella Nato, tanto fortemente osteggiata da Mosca quanto caldeggiata dagli Stati Uniti. Il vertice Nato di Bucarest, nell’aprile di quest’anno, aveva però rimandato l’adesione georgiana, soprattutto per l’opposizione di alcuni paesi europei (Germania e Francia in particolare), preoccupati del sicuro peggioramento dei rapporti con Mosca che tale decisione avrebbe comportato.

AUTORITARISMO RUSSO E DEMOCRAZIA GEORGIANA?

Alla luce di questi precedenti, il conflitto russo-georgiano è stato in effetti improvviso, ma non certo imprevisto. Se il suo esito militare appare chiaro, più complesso risulta interpretae il senso e le conseguenze politiche.
Nonostante molti errori e incomprensioni, i rapporti storici tra Russia e Georgia non sono certo stati così negativi da doversi inevitabilmente concludere con una guerra. Né appare corretto, a differenza di quanto i media occidentali hanno largamente proposto, interpretare il conflitto di agosto come uno scontro tra l’autoritarismo neo-imperiale russo e la democrazia georgiana.
Infatti, se il deficit di democrazia e libertà di espressione della Russia odiea è ampiamente noto, ben poco si sa delle analoghe inclinazioni della dirigenza georgiana, che sarà anche filo-occidentale, ma ha brutalmente represso le manifestazioni dell’opposizione nello scorso novembre, gestito le elezioni presidenziali in maniera quanto mai contestata, nonché imposto su magistratura e informazione radiotelevisiva un controllo non molto differente da quello che viene rimproverato a Mosca (16).
In effetti, al di là delle gravi responsabilità di una dirigenza georgiana irresponsabile nel portare avanti una politica micro-imperiale, ammantata di slogan democratici, il conflitto di agosto può essere considerato essenzialmente uno scontro, breve ma cruento, tra l’egemonismo globale statunitense (che si serve del cliente georgiano) e quello locale russo (che utilizza invece abkhazi e osseti). Parlare a questo proposito di una nuova guerra fredda tra Russia e Occidente è del tutto fuorviante, ma sicuramente ci sarebbero buone ragioni per ripensare modalità e obbiettivi dell’espansione verso est della Nato e dell’Unione Europea. 

di Aldo Ferrari


Note:

(1) Per uno sguardo d’insieme sulla storia della regione caucasica e dei suoi conflitti si veda lo studio di A. Ferrari, Breve storia del Caucaso, Carocci, Roma 2007.
(2) Uno strumento utile per l’aspetto geopolitico è il volume «Quadei speciali di Limes», Russia contro America. Peggio di prima, settembre 2008, interamente dedicato al conflitto russo-georgiano e alle sue implicazioni globali.
(3) Sulla chiesa e la spiritualità georgiana si può fare riferimento soprattutto alle pubblicazioni di  G. Shurgaia (a cura di), Santa Nino e la Georgia: Storia e spiritualità cristiana nel paese del Vello d’oro, Edizioni Antonianum, Roma 2000; La spiritualità ortodossa. Martirio di Abo, santo e martire di Cristo, Edizioni Studium, Roma 2003; La Chiesa ortodossa di Georgia ieri e oggi, in A. Ferrari (a cura di), Popoli e Chiese dell’Oriente cristiano, Edizioni Lavoro, Roma 2008, pp. 249-303. Interessante anche lo studio di N. Gabashvili, La Georgia e Roma. Duemila anni di dialogo tra cristiani, Libreria editrice Vaticana, Roma 2003.
(4) Sulle controverse circostanze che portarono all’annessione della Georgia orientale alla Russia si veda lo studio di L. Magarotto, L’annessione della Georgia alla Russia (1783-1801), Campanotto Editore, Udine 2004.
(5) Il Tergi (in russo Terek), è il fiume che segna il confine, più simbolico che reale, peraltro, tra il Caucaso settentrionale e la Russia.
(6) Su questa fase della storia georgiana si veda soprattutto R. G. Suny, The Making of Georgian Nation, Indiana University Press, Bloomington-Indianapolis 1942, pp. 63-164.
(7) Occorre peraltro osservare che altre consistenti minoranze nazionali non ebbero alcun riconoscimento territoriale, in particolare gli armeni e gli azeri che costituiscono la maggioranza della popolazione in alcune regioni meridionali del paese. È molto probabile che proprio la mancata costituzione di queste autonomie abbia risparmiato alla Georgia post-sovietica altri conflitti etno-territoriali. 
(8) Cfr. H. Carrère D’Encausse, Esplosione di un impero? La rivolta delle nazionalità in U.R.S.S., tr. it. E/O, Roma 1988, pp. 235-239.
(9) A. Zubov, Il futuro politico del Caucaso, in P. Sinatti (a cura di), La Russia e i conflitti nel Caucaso, Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 2001,  p. 68.
(10) La «Comunità degli stati indipendenti» (Csi) è una federazione di 11 dei 15 stati dell’ex Unione Sovietica. Gli esclusi sono i tre paesi baltici (Lituania, Lettonia, Estonia) e la Georgia.
(11) Cfr. O. Vasilieva, La Georgia quale modello di piccolo impero, in C. M. Santoro (a cura di), Nazionalismo e sviluppo politico nell’ex Urss, SPAI, Milano, 1995, pp. 206-228.
(12) Cfr. P. Sinatti, La Georgia tra Mosca e Washington, in «Limes. Rivista di geopolitica», 2004, 1, p. 292.
(13) Per «transizione egemonica» si intende il passaggio dal controllo – prevalente o assoluto – di uno stato ad un altro in una determinata regione. Nel caso del Caucaso meridionale, ovviamente da Russia a Stati Uniti.
(14) La «politica europea di vicinanza» (o vicinato o prossimità) è un insieme di misure politiche, giuridiche ed economiche che – senza costituire un passo ufficiale verso l’ingresso nell’Unione Europea – ne costituiscono però un importante presupposto. Georgia, Armenia e Azerbaigian sono state coinvolte nella primavera del 2004.
(15) Cfr. A. Ferrari, Breve storia del Caucaso, cit., pp. 131-132.
(16) Si veda al riguardo l’articolo, pubblicato in un sito non certo filo-russo, Reports slam Georgian Govement for use of force, authoritarian tendencies, in «Civil Society», http://www.eurasianet.org/departments/insight/articles/eav122107.shtml.
Anche Missioni Consolata ha parlato delle carenze democratiche della Georgia: nel numero di gennaio 2008 e sul numero monografico di ottobre-novembre 2008.


Aldo Ferrari