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Si placheranno i «tamburi di morte»?

Viaggio nella Repubblica islamica

In attesa di capire chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca, per Washington l’Iran rimane uno «stato canaglia» da tenere sotto stretta osservazione. Nel paese, la gente ha paura, perché ogni momento ed ogni scusa sono buoni per scatenare una nuova guerra. Ancora Oriente versus Occidente. Follia contro ragione. Ipotesi troppo pessimistiche? No, tutto è già avvenuto con il confinante Iraq.

480 a.C. Il re persiano Serse decide di invadere la Grecia riprendendo la guerra iniziata da suo padre Dario I. Per bloccare l’avanzata dell’esercito persiano, le città greche formano un’alleanza guidata dal re spartano Leonida. L’intera guardia del corpo del re, composta da 300 opliti, viene inviata a difendere il passo montuoso delle Termopili per permettere al resto dell’esercito greco di organizzarsi per il confronto con il nemico. La loro resistenza, eroica, fino al totale sacrificio, è annientata da mostri assetati di sangue, feroci soldati-schiavi al servizio di un sovrano semi-dio, scellerato e capriccioso. Serse, appunto.
Domenica 6 gennaio 2008. «Stretto di Hormuz. È stata una danza di guerra, è durata venti minuti ed è sembrata l’alba del nuovo conflitto. Succede alle cinque di domenica mattina nel mezzo dello stretto di Hormuz, in quel budello di mare tra Repubblica islamica e Oman, dove transita il 20 per cento della produzione mondiale di greggio. In quel budello strategico cinque motovedette iraniane costringono tre navi statunitensi a ballare sull’orlo dell’abisso. Una danza di venti minuti, un balletto che, per poco, non trascina marinai e nazioni allo scontro irreparabile. Prima il lancio di misteriosi galleggianti bianchi, poi l’affondo di un barchino puntato come una torpedo suicida, infine – mentre gli americani son pronti al fuoco – l’ultima, provvidenziale virata».
Il primo racconto è la trama di «300», un colossal cinematografico, adattamento dell’omonimo graphic-novel di Frank Miller (tratto da un episodio storico della guerra tra greci e persiani), piuttosto applaudito, intriso di sangue e stereotipi, che esalta i valori del coraggio, della libertà, della razionalità, della nobiltà d’animo, dell’amor patrio e familiare quale retaggio tutto occidentale, e li contrappone alla forza bruta, alla follia cieca, alla schiavitù dell’Oriente, rappresentato dall’impero persiano. Uno scontro di civiltà pre-moderno, anticipatore di quello (o quelli, i nemici della nostra civiltà, sembra, sono tanti) attuale.
Il secondo è la cronaca narrata da Il Gioale, quotidiano della famiglia Berlusconi, sull’incidente che avrebbe potuto scatenare l’ennesimo conflitto. Ancora, Oriente versus Occidente. Follia contro ragione.
Spiega ancora Il Gioale: «In quella strozzatura, larga nel punto più angusto meno di cinquanta chilometri (…) transitano le navi americane e le portaerei che da un anno battono il Golfo Persico. Lì nell’aprile del 1988 la marina statunitense affondò due navi e sei motoscafi iraniani. Due mesi dopo, sempre lì, abbatté un volo di linea di Teheran uccidendo 290 civili» (1).
A gennaio di quest’anno, George W. Bush, presidente Usa uscente, ha ribadito che l’Iran costituisce un grave pericolo per gli Stati Uniti e per l’Occidente.
I tamburi di morte battono forte: Hollywood, media mondiali, Pentagono, governi, ci stanno prospettando un nuovo scenario di guerra. Il copione è ormai collaudato ed è stato distribuito. Gli attori stanno provando le scene. A noi tocca il ruolo di spettatori. E, forse, di vittime. Non è un film già visto?

Vediamo cosa ne pensa Scott Ritter (2), capo delle ispezioni Onu sugli armamenti dal ‘91 al ‘98, in «Obiettivo Iran. Perché la Casa Bianca vuole una nuova guerra in Medio Oriente» (Fazi Editore, 2007):
« (…) sul tema Iran, stiamo assistendo a una replica della storia. Sono colpito dalla somiglianza tra il modo in cui gli Stati Uniti, Israele, l’Europa, la Russia e le Nazioni Unite hanno continuato a percorrere un passo falso dopo l’altro, la strada che portava alla guerra all’Iraq sulla base di una premessa fasulla (cioè l’esistenza di ADM, armi di distruzione di massa, in Iraq), e quel che oggi trapela per quanto riguarda l’Iran: sembra proprio che stiamo procedendo, lungo lo stesso percorso che porta al conflitto, inseguendo i fantasmi di un programma di armamenti nucleari che non si è mai manifestato in alcun modo, se non nelle esagerazioni e nella retorica delle congetture di quanti vogliono un cambio di regime a Teheran, assai più che l’autentica non proliferazione e il disarmo» (pag. 20-21).
«Parlare della nascita di questa crisi e riportare la storia degli individui e delle organizzazioni coinvolte vuol dire raccontare una vicenda fatta di hybris, pathos, integrità e inganno. Una storia di perspicacia e indifferenza, e di paura nata dall’ignoranza. (…) È una storia dominata da un nauseante senso di deja vù, come se avessimo già passato tutto questo, quando il dito accusatore era puntato in direzione dell’Iraq, invece che dell’Iran. Siccome questa storia l’abbiamo già vista svolgersi, stavolta, mentre la raccontiamo, siamo in grado di scorgere un percorso diverso da quello che conduce all’abisso di un conflitto con l’Iran (…)» (pag. 22-23).
Forse proprio quei valori e quella razionalità, retaggio della civiltà occidentale, dovrebbero aiutarci a non cadere, ancora una volta, nella trappola dei guerrafondai, dei mestieranti di morte e rapina.

Teheran. Redazione di Al-Vefagh, in strada Khoramshahr. È un quotidiano nazionale iraniano in lingua araba. Nel palazzo c’è la sede di altri quattro giornali: in farsi, in inglese (The Iran Daily), in breille, e un giornale sportivo. Appartengono tutti e cinque allo stesso gruppo editoriale, Al-Iran, vicino al governo.
Incontriamo il dott. Mosayeb Naimi, direttore del gruppo di redazioni, nel suo ufficio, al fondo di una grande stanza dove numerosi giornalisti stanno lavorando.
Nonostante la propaganda mediatica anti-iraniana ci spieghi che le donne vivono in condizione di grave subalteità e disparità, balza subito agli occhi che in quest’ufficio maschi e femmine condividono spazi e discussioni, apparentemente piuttosto alla pari e in un clima amichevole. Alcune giornaliste sono in chador, altre hanno un semplice foulard colorato poggiato sul capo e indossano completi eleganti e alla moda.
Naimi è un tipo simpatico, dallo humor mediterraneo. Il discorso cade subito sul potere delle donne in Iran, forse perché la traduttrice è una donna, un medico e docente universitario, che ha a lungo soggiornato in Italia, o forse perché, nella redazione ce ne sono parecchie.
«Qui in Iran – racconta divertito – sono le donne che comandano gli uomini. I mariti cercano di non perdere l’amore delle loro mogli. Molte sono quelle che raggiungono alti gradi di carriera. La famiglia, comunque, rimane sempre al centro dell’attenzione nella nostra società».

Tra le cinque testate che lei dirige, c’è un quotidiano in arabo e uno in breille. Come mai questa scelta?
«Sono stato per 11 anni responsabile dell’Ia, l’agenzia stampa iraniana, in Libano. Poi ho lavorato in Quwayt. Conosco bene, quindi, sia la lingua sia le varie realtà del mondo arabo. Per questa ragione, abbiamo ritenuto importante creare un giornale in lingua araba. Inoltre, abbiamo scelto questo nome, “Amicizia” (al-Vefagh), perché sono molti gli aspetti che condividiamo con gli arabi. Quanto all’edizione per non-vedenti, è nata 10 anni fa. È il primo giornale in breille in Iran e nel resto del Medio Oriente, e viene distribuito in abbonamento. Tutti i redattori sono ciechi, tranne il capo della redazione. Abbiamo constatato che ha molto successo presso la popolazione di non-vedenti (attualmente, circa 300 mila): i lettori ci inviano messaggi, interagiscono con noi. È un buon mezzo di comunicazione».

Come vi mantenete?
«Con la pubblicità. Ogni spazio pubblicitario può costare anche 1.700 dollari. In questo modo possiamo mantenere 500 tra redattori e personale vario. L’edizione in farsi tira 400.000 copie giornaliere. Le altre sono più ridotte».

Il suo gruppo non è «di stato», ma nel consiglio di amministrazione c’è anche un rappresentante della Repubblica islamica. Idee e pensieri, in Iran, hanno libertà di espressione e circolazione?
«Ci sono molte testate giornalistiche. Inoltre, la risposta a questa domanda dipende da chi le sta davanti. Chi appartiene alla classe alta, con l’abitudine al lusso dell’epoca dello Shah (dove c’era una enorme disparità fra il povero e il ricco), le dirà che ora non c’è libertà. Questi sono molto arrabbiati con il governo. Per i ceti medi e bassi (3), è diverso. In questi anni c’è stato un cambiamento profondo e il divario sociale si è ridotto, anche se la povertà esiste ancora, così come la ricchezza. Ma la cultura e la scolarizzazione si sono diffuse».

L’attenzione internazionale sull’Iran è crescente, in particolar modo nei media. Come vive questa pressione il popolo iraniano?
«La propaganda negativa è percepita molto chiaramente. I media occidentali stanno cercando di dimostrare che l’Iran è un paese pericoloso, nemico, raccontando tutto fuorché la realtà. Bush lo ha definito “l’asse del male”. Per fortuna, sappiamo che non tutti gli occidentali abboccano e prestano fede alle bugie veicolate dai mezzi di informazione. Noi stiamo lavorando per far arrivare notizie veritiere anche in Occidente, attraverso il nostro giornale in lingua inglese. L’Iran ha una storia millenaria, che la “pubblicità negativa” vorrebbe cancellare o manipolare. Per raggiungere questo obiettivo, sono stati prodotti di recente anche Colossal cinematografici che raccontano dei persiani come violenti e miserabili. La propaganda lavora su tutti i fronti, non solo quello politico ed economico, ma anche mediatico».

Prendete sul serio le minacce belliche statunitensi? Temete di essere attaccati?
«Pensiamo si tratti solo di minacce. L’uso del nucleare per scopi pacifici è un nostro diritto, che ad altri Paesi è garantito. Gli Usa hanno interessi che esulano dalla tutela dei diritti umani: in Iraq è sotto gli occhi di tutti. L’Iran non ha intenzione di dotarsi di bomba atomica: lo ha dimostrato rendendosi disponibile alle ispezioni dell’Aiea (Inteational Atomic Energy Agency, ndr), che ha piazzato telecamere nei siti dove sono situate le centrifughe. L’Iran, comunque, è disponibile a lavorare per la produzione di energia nucleare sotto il controllo internazionale.
Non crediamo che gli Stati Uniti ci attaccheranno: sanno che non abbiamo le bombe nucleari. La propaganda di guerra serve per spaventarci, ma noi non abbiamo paura. Siamo tranquilli. Se dovessero attaccare, risponderemo. E il peggio toccherà all’Europa: da noi sono impiegati numerosi operai e tecnici europei. In caso di conflitto, saranno mandati via e questo inciderà pesantemente sulle aziende e sulle famiglie.
Durante la guerra tra Iran e Iraq, Saddam era protetto con armi e soldi da Francia, Germania e Stati Uniti. Ma nessuno di loro ha ottenuto da noi ciò che voleva. Cosa dovrebbero ottenere ora? Noi iraniani siamo intelligenti e pazienti: sappiamo aspettare e ascoltare. Non inizieremo a sparare per primi. Reagiremo se verremo attaccati».

E la popolazione come reagirà?
«Si compatterà a fianco del governo, dello stato. La storia dell’Iran lo dimostra: nessuno può averla vinta con noi». 

Di Angela Lano

(*) La prima puntata di questo reportage è stata pubblicata su MC nel settembre 2007.

(1) È il 3 luglio 1988: siamo alle battute finali della guerra tra Iran e Iraq. Il Golfo Persico è pattugliato da diverse navi militari statunitensi che difendono le petroliere del Kuwait (Quwayt). L’incrociatore USA Vincennes abbatte il volo di linea 655 dell’Iran Air, decollato da Bandar Abbas e diretto a Dubai. A bordo ci sono 290 civili, tra cui 66 bambini. L’aereo viene colpito da due missili e precipita. Non ci saranno superstiti.
(2) L’autore Scott Ritter fu il capo delle ispezioni Onu sugli armamenti iracheni dal ‘91 al ‘98. Già nel 2002 aveva negato – come racconta nel libro «Guerra all’Iraq» (Fazi editore) – l’esistenza di armi di distruzione di massa nel paese di Saddam. Nonostante i continui tentativi di discredito da parte dei media statunitensi, la sua attendibilità è rimasta intatta.
(3) In realtà, l’opposizione al regime iraniano è presente anche nei ceti medi intellettuali, laici e di sinistra, che criticano sia la retorica del loro presidente, Ahmedinejad (ritenendola pericolosa per la sicurezza del paese, laddove, in particolare, lancia strali provocatori contro Israele e gli Usa), sia l’«islamizzazione» della politica e del governo. Tuttavia, più d’un iraniano «oppositore» ha sottolineato come, in caso di attacco Usa, tutta la popolazione si unirebbe di fronte al nemico esterno, dimenticando, forse, i problemi interni, come sottolinea Naimi alla fine dell’intervista.

Angela Lano