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Nuovi «samaritani»… in rete

Religiose in campo contro il traffico di donne e minori

Impegnata nella lotta alla tratta dal 1993, Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, dal 2000 è responsabile nazionale del settore «Tratta donne e minori» dell’Usmi (Unione superiore maggiori d’Italia), con il compito di  cornordinare il lavoro di altre religiose, organizzare incontri formativi, creare reti di collaborazione con forze pubbliche e private, per meglio conoscere il problema e delineare strategie per contrastarlo.

La tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale, gravissima violazione dei diritti della persona umana, costituisce un problema di portata mondiale che coinvolge, sprona e stimola tutte le forze, laiche e religiose che operano in questo campo, a unirsi per individuare strategie adeguate a salvaguardia della dignità e della sacralità di ogni persona.
L’impegno, in questo campo, delle religiose italiane appartenenti alla Usmi (Unione superiore maggiori d’Italia, che raccoglie 627 congregazioni femminili, in Italia e all’estero, e contano 83 mila membri) è cresciuto negli ultimi anni, di pari passo con l’impegno della società civile e delle istituzioni.
Nel 2000 è stato creato un apposito ufficio «Tratta di donne e minori», per cornordinare il servizio di moltissime religiose – attualmente circa 250 in Italia che lavorano in 110 strutture – che, cogliendo la sfida di una nuova forma di schiavitù, avevano dato risposte immediate in questo settore. Infatti, le congregazioni religiose, insieme alle Caritas diocesane e a gruppi di volontariato, furono tra le prime a leggere il fenomeno negli anni ‘90 e a offrire a queste donne, in buona parte albanesi e nigeriane, soluzioni alternative allo sfruttamento sessuale sulle strade.
Quasi subito, le congregazioni hanno messo a disposizione di queste giovani vittime, che si ribellavano contro gli sfruttatori, alcune delle loro strutture, per accoglierle e per offrire protezione e aiuto per un nuovo progetto di vita.
In questi ultimi anni il fenomeno ha cambiato volti, rotte, modalità, così come sono cambiati gli interventi di contrasto e di recupero delle vittime, ma rimane costante il rischio di sfruttamento della donna e la conseguente riduzione in schiavitù a causa della sua vulnerabilità. Per questo, il lavoro dell’Usmi in Italia è diventato alquanto ampio e articolato.
C omincia dalla strada, dove apposite unità, insieme a gruppi parrocchiali, prendono un primo contatto con le vittime. Sono stati inoltre creati centri di ascolto, predisposti ad accogliere i problemi delle donne in cerca di aiuto. Numerose sono le comunità di prima e seconda accoglienza per progetti di reintegrazione sociale; complessivamente, sono un centinaio le case-famiglia gestite da religiose per programmi di reintegrazione umana, sociale e legale.
Molte strutture accolgono anche madri con bimbi o donne incinte, per proteggerle e salvaguardare il dono della vita nascente. Generalmente il numero delle ospiti non è mai superiore a sette e la permanenza varia dai 12 ai 24 mesi, il tempo necessario per un reinserimento sociale adeguato e in piena autonomia. Vengono, inoltre, proposti corsi di lingua, di formazione professionale e avviamento lavorativo.
Spesso viene foita anche un’assistenza legale, per permettere a queste donne di reperire tutta la documentazione necessaria per uscire dalla clandestinità e ottenere il permesso di soggiorno. Questo lavoro è svolto in collaborazione con le ambasciate per ottenere i dovuti documenti di identificazione.
Dall’inizio della nostra collaborazione in questo settore, oltre 2 mila passaporti sono stati rilasciati alle nostre organizzazioni dalla sola ambasciata della Nigeria.
Infine, viene offerta assistenza umana, psicologica e spirituale alle donne che si trovano in attesa di espulsione nel Centro di permanenza temporanea di Roma (Ponte Galeria), dove si alternano, ogni sabato pomeriggio, 14 religiose di 8 nazionalità e 11 diverse congregazioni.

Da parecchi anni l’Usmi lavora in collaborazione con alcune Conferenze delle religiose dei paesi di origine delle ragazze trafficate, specie in Nigeria, Romania, Albania e Polonia, per rafforzare la rete già esistente in tutto il mondo grazie alla presenza capillare di tante comunità religiose, che cercano di informare del rischio, contrastare il fenomeno e gestire l’emergenza attuale.
Diversi corsi di formazione professionale per religiose sono stati organizzati in questi paesi, in collaborazione con l’Uisg (Unione internazionale superiore maggiori), l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) e l’Icmc (Commissione internazionale delle migrazioni cattoliche).
Lo scorso ottobre è stato organizzato a Roma un importante convegno internazionale, a cui hanno partecipato 33 religiose provenienti da 26 paesi, con lo scopo di allargare la rete e la collaborazione tra quelle che vivono nei paesi di origine e quelle che sono nei paesi di destinazione delle ragazze trafficate.

Il ruolo delle religiose, in un ambito così delicato, è quello di offrire a tante giovani la possibilità di essere aiutate a ritrovare la voglia di vivere e di ricominciare anche un percorso spirituale e di fede più approfondito, che le aiuti a liberarsi dalle catene dei pregiudizi e della superstizione.
Nonostante la terribile esperienza vissuta, possono ancora recuperare un ruolo attivo nella famiglia e nella società, testimoniare della possibilità di rinascita in ogni situazione e collaborare alla creazione di un mondo più umano e rispettoso della dignità di ogni persona.

Di Eugenia Bonetti

Eugenia Bonetti