DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Cari missionari

«Missioni Consolata» alla Sorbona di Parigi

Caro Direttore,
insegno Relazioni inteazionali in una nota università di Parigi. Spesso, per le mie lezioni e per discutere con gli studenti dei fatti più importanti che accadono nel mondo, porto diverse riviste di attualità internazionale, tra cui la sua.
Abbiamo potuto apprezzare così la serietà del suo magazine e, sia io che gli studenti, ci eravamo particolarmente affezionati a due giornalisti, Giulietto Chiesa e Piergiorgio Pescali, i cui articoli leggevamo con interesse e trovavamo sempre puntuali e ricchi di spunti per le nostre discussioni. Purtroppo vedo che nessuno dei due scrive più sulla vostra rivista. Ci piacerebbe che tornassero a scrivere o, se è possibile, potrebbe dirci su quale rivista o giornale scrivono ora questi due giornalisti? La ringrazio per la risposta.
PS. Ho conosciuto la rivista da una mia amica in Italia.
Valerie Lacombe Boulenga
Parigi

Ci fa piacere e ci lusinga sapere che Missioni Consolata è apprezzata e «studiata» in una università prestigiosa come la Sorbona; per questo abbiamo provveduto a inviarla, in abbonamento omaggio, alla biblioteca del Dipartimento di studi inteazionali del famoso ateneo.
Per quanto riguarda il dott. Pescali, abbiamo pubblicato un suo articolo sulla Corea del Nord nel numero di gennaio 2008 e ne pubblicheremo un altro sulla Cambogia nel numero di aprile.


Grazie per il 5×1000

Gentile Redazione,
ho lavorato qualche mese a Mogadiscio nel 1992-93, presso l’ospedale pediatrico del SOS Kinderdorf Inteational con suor Marzia Ferrua e sono rimasto in contatto con lei per qualche anno… Mi piacerebbe riprendere i contatti con suor Marzia che penso sia ancora a Nairobi, perché in maggio devo (situazione permettendo) andare lì e passarvi un mese come tutor di un gruppo di 10 pediatri africani, che iniziano ora in febbraio un training course di 2 anni in endocrinologia pediatrica (in un ospedale di quella città) organizzato dalla Società europea di endocrinologia pediatrica (Espe), e mi piacerebbe incontrarla nuovamente.
Vi ringrazio per l’attenzione e complimenti per la rivista che sia io, pediatra (universitario, ma con interessi per i paesi in via di sviluppo e per la cooperazione), sia mia moglie, insegnante, leggiamo e troviamo utile per conoscere meglio il Sud del mondo e i guasti che noi produciamo. La conoscenza di suor Marzia e delle altre sorelle di Mogadiscio, il sacrificio di suor Leonella ci ha spinto a indicare le vostre missioni per il 5 per mille…
Un cordiale saluto e augurio a voi ed ai religiosi e religiose della Consolata di sempre ottimo lavoro.
Raffaele Virdis
Parma

In una seconda e-mail, il dott. Virdis ci ha comunicato che suor Marzia si è fatta viva, prima che arrivassero le nostre informazioni. Intanto, ringraziamo per l’apprezzamento della nostra rivista, per la stima e simpatia verso i nostri confratelli e consorelle e per il sostegno alle loro attività missionarie.

Tranquilli… Siamo per la vita!

Caro Direttore,
ho terminato di leggere il numero monografico di ottobre-novembre, dedicato alle «Donne dell’altro mondo». È ampio, ben documentato e interessante, complimenti!
Mi chiedo, però, se alla redazione della «Consolata» non vi siete accorti di qualche distonia, nei testi pubblicati, con l’insegnamento morale della chiesa in materia di bioetica. Parlare di Michelle Bachelet, «presidenta» del Cile, e dire che «si è ricordata delle donne quando ha dovuto decidere su altre tematiche dividenti» è un modo un po’ involuto e, secondo me, poco corretto di dribblare sui temi, subito accennati nel testo, della pillola del giorno dopo e della «salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti», dizione che nasconde, tutti lo sappiamo e mi preoccupa che lo nascondiate, la questione dell’aborto. Sappiamo come la pensa la Bachelet: sono diritti delle donne che lo stato laico deve riconoscere e anzi favorire. Perché non dire apertamente che la pensa così?
È, innanzitutto, una questione di correttezza e di completezza di informazione: i lettori italiani, indipendentemente da come la pensano, hanno il diritto di conoscere le opinioni dei governanti cileni, e anche di come la pensa la rivista di una delle congregazioni più note dei missionari italiani. Che poi magari agli italiani non gliene importi o non ne sappiano molto del Cile, in questa sede non ha importanza, anzi è un motivo di più per far crescere le conoscenze dei lettori su quanto accade negli altri paesi.
Il problema della qualità della notizia e del giudizio morale sul comportamento delle donne che vanno al potere nei paesi del terzo mondo, rimane.
Nel numero monografico c’è un altro richiamo alla cosiddetta «salute riproduttiva», quando si parla di Odile Sankara del Burkina Faso: sembra di capire (ma non lo dite chiaramente) che anche lei lotta per risolvere i problemi legati all’aborto che riguardano le donne del suo paese, ma parlare della solita «salute riproduttiva» fa capire in che modo intenda risolverli. E allora perché non spiegare chiaramente come la pensa questa donna, aiutando i lettori a elaborare un giudizio critico e motivato, compito precipuo di una rivista di formazione cristiana dove senz’altro nessuno ha dimenticato l’invito evangelico di dire sempre «sì, sì; no, no»?
Mio suocero e due miei cognati hanno studiato a Bevera e a Varallo Sesia, e senz’altro hanno ricevuto una buona formazione cristiana: oggi sono forse cambiate le cose da voi e, anziché il rispetto della vita umana dalla nascita alla fine naturale, si insegnano i diritti riproduttivi, tanto propagandati dall’Onu?
Spero proprio di no, spero che le opinioni espresse siano quelle dei giornalisti che hanno scritto gli articoli, e che magari sull’argomento non sono molto in linea con Giovanni Paolo ii e Benedetto xvi. Se invece anche voi avete cambiato idea… non c’è più religione!
Cordialmente.
Franco Eustorgio Malaspina
Milano

Prima di tutto, sig. Malaspina, grazie dei complimenti per il numero monografico sulle «Donne dell’altro mondo».
Nel compilare il nostro numero abbiamo voluto semplicemente presentare alcune figure di donne che stanno cambiando i paesi del Sud del mondo, facendosi strada in tutti quei campi ancora riservati al genere maschile. Ciò non significa che ne approviamo tutte le idee e le iniziative concrete.
Per cui vogliamo tranquillizzare il nostro affezionato lettore: siamo sempre stati schierati e continueremo ad esserlo in difesa della vita, dal suo concepimento fino alla morte naturale.

Siamo schierati… con gli oppressi

Ho letto sul numero di dicembre 2007 l’intervista a don Capovilla e mi ha colpito la totale noncuranza verso i problemi dei bambini palestinesi: non una parola sul fatto che nelle scuole venga loro insegnato a combattere e siano indottrinati sul bello del farsi esplodere; non una parola sui miliardi destinati alla gente, ma che la vedova di Arafat si gode all’estero.
La semplificazione dei problemi è una bella cosa, ma tacere sugli attentati e guerre subite da Israele (che è sempre stato attaccato dagli arabi, mai viceversa) e sul fatto che la spianata delle moschee non sia uno dei tre luoghi sacri dell’islam, ma «semplicemente» la spianata del tempio, quindi sacro per tutti i «popoli del libro», ma da molti anni frequentabile solo dai musulmani, fa sospettare una mancanza di buona fede.
Mi risulta che il papa Giovanni Paolo ii sia potuto andare a pregare al Muro del pianto, ma non sulla spianata; sono stati i palestinesi a entrare in armi nelle chiese di Betlemme, non i soldati israeliani. Quindi sembra che non ci sia quell’enorme tolleranza verso i cristiani.
Mi sarei quindi aspettato un riassunto storico della situazione, o comunque un’altra voce, oltre alla pubblicità, neppure velata, dei libri dell’intervistato. Certa che la parzialità sia stata casuale e non finalizzata alla suddetta pubblicità, cordiali saluti.

Luisa Pellegrino
via e-mail

Essere considerato di parte, e non casualmente, è un onore per me, oltre che un dovere a cui ormai da tempo cerco di ottemperare come meglio posso, soprattutto vivendo in prima persona i drammi inenarrabili di milioni di esseri umani ormai sull’orlo della catastrofe umanitaria. Per me e per la gran parte di inteazionali che nei Territori Occupati cercano di operare, mettendo a rischio la vita, poiché la potenza occupante non tollera chiunque possa testimoniare l’abisso di ingiustizia subito dai palestinesi.
Essere «di parte» significa stare dalla parte del diritto internazionale, delle risoluzioni Onu, puntualmente disattese da Israele, dei diritti umani violati quotidianamente da 60 anni, della legalità irrisa e difesa solo dalle Nazioni Unite.
Significa gridare a voce alta quando uno stato occupante viola qualsiasi regola impunemente, quando costruisce un muro dentro il territorio che appartiene a un altro popolo, quando costruisce illegalmente insediamenti sulla terra altrui con una colonizzazione mai interrotta. Quando imprigiona e commette omicidi extragiudiziali in nome della propria sicurezza, quando sradica migliaia di ulivi e ruba acqua e terreno ai contadini; quando costruisce strade solo per israeliani in territorio palestinese, quando dissemina le strade palestinesi di checkpoint illegali.
La nostra «parzialità» è, per fortuna, condivisa da sempre più israeliani che, per amore del loro paese, criticano aspramente il loro governo. Stare dalla parte della legalità internazionale significa gridare con la stessa voce angosciata che il terrorismo è ugualmente illegale, ma prima di tutto aberrante, disumano e immorale, sempre e ovunque, quello di un kamikaze che compie una strage in un ristorante come quello di un esercito che continua a bombardare e massacrare un milione di esseri umani a Gaza.
Per far questo, però, non basta fare come lei dice «un riassunto storico della situazione»: bisogna partire, ascoltare, condividere, con pellegrinaggi ed esperienze che ci mettano in contatto diretto con la reale situazione in cui si vive, sia in Israele che in Palestina. Bisogna però avere il coraggio e la pazienza di ricordare al mondo o a chi ci vuol stare a sentire che «in Terra Santa non c’è una guerra tra due eserciti, ma c’è uno stato occupante e un popolo occupato», come ripete sempre il patriarca latino di Gerusalemme mons. Sabbah.
È quello che cerca di fare anche il testo «Bocche Scucite», che Missioni Consolata, secondo lei, proprio non doveva pubblicizzare, ma che io volentieri le invierò, per restituire la parola (ed è davvero urgente) a chi possa gridare quello che ci ostiniamo a non voler sentire.
Cordiali saluti.

don Nandino Capovilla