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Terre di passaggio

Coo d’Africa: prove di federalismo etnico

Nazioni e popoli: un paese suddiviso in 9 stati regionali. Città fantasma, autodeterminazione etnica, educazione nomade e miscuglio culturale.
Reportage dall’Afar, zona depressa, ma che collega Addis Abeba al mare.

La cronaca internazionale si è ricordata dell’esistenza dell’Afar, regione del nord-est dell’Etiopia al confine con Eritrea e Gibuti, soltanto qualche mese fa, in occasione di un tentativo un po’ maldestro di inserirsi nel giro dell’economia politica dei rapimenti inteazionali.
Il 2 marzo scompariva un gruppo di turisti europei di cui facevano parte dipendenti e familiari dell’ambasciata inglese di Addis Abeba. Con il loro rilascio, dopo dieci giorni di prigionia, si spegnevano i riflettori, senza tuttavia che sulla vicenda venisse mai fatta piena luce. Poco importava che nelle mani dei rapitori fossero rimasti otto etiopici, liberati soltanto un mese dopo, nell’indifferenza generale.
Gli autori del colpo erano semplici banditi oppure militanti di gruppi indipendentisti come l’Afar Revolutionary Democratic Unity Front? Il fatto poi che il rilascio sia avvenuto in Eritrea ha aperto numerose ipotesi sul coinvolgimento del governo di Asmara, tradizionale avversario dell’Etiopia. I due paesi hanno combattuto una guerra fratricida tra il 1998 e il 2000, ma ad oggi non sono riusciti a mettersi d’accordo sul confine e a riprendere normali relazioni diplomatiche. Anche perché la vicinanza di un potenziale nemico non dispiace alle élite dei due paesi, soprattutto quando la minaccia estea facilita la repressione del dissenso interno, come dimostrano le centinaia di prigionieri politici rinchiusi nelle carceri dei due paesi.

landa inospitale

«Chi sia stato non lo so – afferma Karim, guida turistica – ma di certo non ha reso un bel servizio a  quel poco di turismo che stiamo cercando di sviluppare nella regione».  Turismo che paradossalmente punta proprio sul fascino dell’estrema inospitalità dell’area: il vulcano Ertale, tuttora in funzione a testimonianza dell’intensa attività geologica (che tra milioni di anni porterà alla separazione del Coo d’Africa dal resto del continente), la depressione della Dancalia con le sue miniere di sale, uno dei luoghi più caldi della terra, dove le temperature possono arrivare a cinquanta gradi all’ombra. «I turisti che arrivano fin qui amano l’avventura e non ricercano troppe comodità» precisa Karim. Sarebbe comunque difficile trovarle, in una regione dove la popolazione è organizzata in clan seminomadi che vivono principalmente di pastorizia o dell’estrazione e commercio del sale.
L’unica striscia verde nel giallo del deserto è rappresentata dal fiume Awash, che, soffocato dal caldo, esaurisce la sua corsa nel lago Abhe Bad, nei pressi dell’antico capoluogo, Asaita.

Decentramento «etnico»

Da qualche anno è infatti in costruzione la nuova capitale regionale, Semera. Ufficialmente per ragioni logistiche, visto che Asaita era troppo lontana dalla strada che collega Addis Abeba al porto di Gibuti, ma soprattutto per segnare simbolicamente il cambio di clan al potere ed avviare in pompa magna la stagione del decentramento amministrativo.
L’Afar infatti è uno dei nove «stati regionali» su base etnica in cui l’Etiopia è stata suddivisa con la Costituzione del 1995. Nessun altro paese africano si era spinto a istituzionalizzare le divisioni etniche in maniera così radicale, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione di «nazioni, nazionalità e popoli» fino a prevedere anche il loro diritto alla secessione.
«Da nessuna parte però viene specificata la differenza tra nazione, nazionalità e popolo e così resta una gran confusione su chi abbia diritto a che cosa. Inoltre la divisione amministrativa su base etnica rischia di esasperare  differenze e rivalità tra vari gruppi e di far esplodere il paese. «Aspettiamo di vedere quali saranno i risultati del censimento nazionale avviato nel mese di maggio» sostiene Bruk, ex funzionario regionale ora passato alla più remunerativa posizione di consulente delle Nazioni Unite. «E l’efficacia del decentramento amministrativo dipende in realtà soprattutto dalle capacità finanziarie e dalle risorse umane disponibili nelle varie regioni».
In Afar questo processo è iniziato tra mille difficoltà logistiche e finanziarie soltanto nel 2004, come nelle altre cosiddette «regioni emergenti». Difficile però emergere quando si parte da un territorio a 100 metri al di sotto del livello del mare e da un tasso di scolarizzazione che non raggiunge il 22%, appena un quarto della media nazionale.

educazione seminomade

«Lo stile di vita delle popolazioni seminomadi mal si adatta al sistema della scuola tradizionale» spiega Fikre Referra, direttore della scuola elementare di Dubti, mostrandoci le aule in muratura costruite una decina di anni fa con fondi della Banca Mondiale, ma da allora rimaste quasi vuote, come appaiono oggi. «E l’offerta di educazione alternativa, come le scuole mobili, resta limitata, visto che a garantirla ci sono soltanto quelle poche Ong locali e inteazionali che operano nella regione.  C’è poi il problema degli insegnanti: difficile convincere quelli qualificati a venire a insegnare fin qui. Resistono un anno o due, ma appena possono si trasferiscono in città o in altre regioni». Uno dei diritti fondamentali garantiti dal federalismo etnico dovrebbe essere l’insegnamento in lingua locale nella scuola primaria, ma qui si è preferito adottare l’amarico, la lingua nazionale. «L’Afar è una regione povera, con circa un milione e mezzo di abitanti: quanta strada può fare un giovane che parla solo la lingua locale? E poi abbiamo dovuto ovviare alla carenza di insegnanti capaci di esprimersi in lingua afar, che resta giovane e poco codificata. Stiamo completando solo ora, grazie a fondi della Cooperazione Italiana, la stampa del primo dizionario afar-amarico-inglese» spiega Habib Yayo, direttore dell’ufficio regionale per l’educazione. Ci riceve in una stanza al terzo piano di un palazzo non ancora completato -mancano porte, ringhiere e rifiniture – ma già in funzione da due anni.

città artificiale

Se mai sarà finito, sabbia, polvere e mancanza di manutenzione lo avranno fatto nascere già vecchio e decadente. Come la maggior parte dei palazzi di Semera, pomposamente presentata come città modello dell’autodeterminazione regionale. Peccato che il modello seguito nella pratica sia stato quello della cattedrale nel deserto circondata dai simboli retorici del potere: stadio, aeroporto e museo della cultura afar.  Tutti ancora in costruzione e circondati dal deserto: uno skyline da città fantasma in cui svettano i serbatorni che tentano di risolvere la mancanza d’acqua.
Per il momento le uniche cose che sembrano funzionare davvero sono i condizionatori e le parabole satellitari degli appartamenti destinati ai funzionari degli uffici regionali, attorno a cui ruota quel poco di vita che esiste a Semera.
La maggior parte di funzionari ed esperti arriva da fuori, con il soprannome di highlanders, in quanto scendono dalle regioni dell’altopiano forti dei loro diplomi a cercare lavoro nella nuova amministrazione regionale. Ma in omaggio al principio dell’autodeterminazione etnica, i direttori degli uffici, di nomina politica, devono appartenere all’etnia afar. E siccome tra questi sono in pochi quelli in possesso di un titolo di studio, non di rado dei giovani neo-diplomati si trovano a dirigere colleghi più anziani ed esperti che arrivano da altre regioni.
Molti di quelli che lavorano a Semera, e soprattutto coloro a cui non viene concesso di abitare negli appartamenti riservati ai funzionari assegnati dalle autorità politiche, scelgono di vivere nella vicina cittadina di Logya, dove si svolge la vera vita. Punto di sosta per i funzionari delle organizzazioni inteazionali e delle Ong in visita a Semera, ma soprattutto dei camionisti che percorrono la strada che  collega Addis Abeba al porto di Gibuti, da cui transita tutto il commercio con l’estero dell’Etiopia.

miscuglio culturale

Una rotta che spiega l’interesse strategico da parte del governo di Addis per questa regione altrimenti marginale. Il transito dei commerci e la vicinanza degli uffici pubblici hanno contribuito a ricreare anche in questo angolo di Afar la mescolanza di etnie e popolazioni tipica di molte altre regioni dell’Etiopia. Le principali attività commerciali sono infatti gestite da famiglie costrette ad emigrare dal vicino Tigray in cerca di fortuna o per sfuggire alla guerra.
È il caso di Desta, scappato dalla città di Zalambessa, al confine con l’Eritrea, rasa al suolo durante il conflitto del 1998-2000. Oggi gestisce il Nazaret Hotel, che gode della fama di miglior albergo della città, come testimonia la lunga fila di letti puliti ed equipaggiati di zanzariere che ogni sera vengono preparati nel cortile, per sconfiggere il caldo approfittando della brezza nottua. «Stiamo espandendo l’albergo – racconta – per accogliere tutti i lavoratori che arriveranno con l’apertura dei cantieri per la costruzione di una grossa diga sul fiume Awash che servirà alla coltura della canna da zucchero».
Il segno della presenza sempre più numerosa degli highlanders è sicuramente la costruzione di una grossa chiesa ortodossa a Logya, in una regione dove il 90% della popolazione è musulmana. «In fondo questa mescolanza in Etiopia è la norma» sottolinea Shimeles, giovane medico anche lui di passaggio al Nazaret Hotel. La sua maglietta recita «Etiopia: una nazione, molti popoli e linguaggi» e la sua vita sembra confermarlo: nato ad Addis, ha studiato a Jimma, nel sud-ovest del paese e ora lavora in Afar per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra le altre cose è impegnato a fronteggiare un’epidemia di «acute water diahorrea» che tradotto sarebbe «colera», ma per ragioni politiche e diplomatiche la parola non si può usare, visto che il governo etiopico continua a rifiutarsi di riconoscere ufficialmente la presenza di questa epidemia.
Mentre chiacchieriamo l’unico canale televisivo nazionale manda in onda immagini di repertorio della Conferenza nazionale che nel 1995, al termine della guerra civile per rovesciare la dittatura di Menghistu, aveva prodotto l’attuale Costituzione. «Continuano a mandare in onda questa roba per fare il lavaggio del cervello alla gente e distogliere la loro attenzione dai problemi veri, come la fame o l’Aids. Parlano di federalismo e diritto all’autodeterminazione, ma io non so di quale nazione, nazionalità o popolo faccio parte. Sono semplicemente etiopico! Ma intanto violano apertamente i diritti dell’opposizione, i cui leader sono ancora in galera».
In prigione dal novembre 2005, in seguito alle proteste per i brogli elettorali che hanno permesso al governo del primo ministro Meles Zenawi di restare al potere, ci sono i principali leader dell’opposizione e con loro una ventina di giornalisti. Ad aprile sono stati scagionati dalle accuse di alto tradimento e tentato genocidio. Ma la maggior parte di loro resta in carcere e sarà comunque processata per tentativo di insurrezione armata e crimini contro la Costituzione, reati per cui sono previsti anche l’ergastolo o la pena capitale.
Pratiche di un sistema federale che rischia di fallire non tanto perché troppo etnico, quanto piuttosto perché troppo poco democratico.

Di Emanuele Fantini

Emanuele Fantini