DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Questo sito, per scelta, NON fa pubblicità, NON richiede registrazioni di sorta, NON è a pagamento.

* Per non fare concorrenza «sleale» alla copia stampata,

la nuova rivista è online dalle prime ore del 16° giorno di ogni mese di uscita.

Che donna!

Madre Maria Laura Montoya upegui (1874-1949)

Mistica sublime, missionaria d’avanguardia, scrittrice feconda, avvocata in difesa dei poveri, madre e maestra degli indigeni americani, Madre Laura ha rivoluzionato il concetto stesso di missione con mezzi pedagogici e metodi nuovi di evangelizzazione.

A Jericó, nella regione meridionale del dipartimento di Antioquia (Colombia), il 26 maggio 1874 nasce una bambina. La madre non vuole vederla né allattarla, finché non sia battezzata. Il padre, affannato, prende in braccio la piccina, corre in chiesa e prega il prete di battezzarla. Il tempo di trovare i padrini, e, a quattro ore dalla nascita, il prete versa l’acqua sul capo della piccola, dicendo: «Maria Laura di Gesù, io ti battezzo…». «Laura non è un nome di santa» interrompe il genitore. «Se non lo è, vuol dire che sarà essa a diventarlo» risponde brusco il prete, e prosegue la cerimonia.

«FAME DI AFFETTO»

Juan de la Cruz Montoya e Dolores Upegui, genitori di Maria del Carmen, Maria Laura e Juan de la Cruz, erano cristiani convinti. Entrambi originari di Medellin, si erano dovuti trasferire a Jericó, quando il padre assunse l’incarico di capo civile e militare.
In quegli anni la Colombia stava vivendo uno dei periodi più sanguinosi della sua storia. Odi ereditari, voglie di rivincita, lotte ideologiche si erano coagulate attorno a due partiti: conservatori e liberali. I conservatori, autodefinendosi paladini dell’ordine, si battevano per la perpetuità dei privilegi delle classi tradizionali e del clero; volevano fermamente che la Colombia fosse e restasse al servizio della vera fede, per cui eretici e miscredenti erano considerati nemici della patria.
I liberali difendevano con altrettanto ardore la separazione tra stato e chiesa e i «propri» princìpi di laicità, con viscerale fanatismo anticlericale, fino a dire che «fucilare vescovi e preti era un atto d’igiene e decenza pubblica». Così il paese era diviso in due accampamenti di partigiani: gli uni per cancellare la religione, gli altri per difendere religione e patria.
«Prima di insultare la regione a Jericó dovranno passare sul mio cadavere» diceva Juan de la Cruz. E così avvenne: la notte del 2 dicembre 1876, fu barbaramente assassinato e mutilato di un braccio. I rivoluzionari s’impadronirono di Jericó, confiscarono i beni della famiglia Montoya e degli altri anti-rivoluzionari.
La signora Dolores e i suoi tre figli si trovarono sul lastrico. Furono ospitati prima dai parenti patei e poi da quelli matei, ma senza mai sentirsi bene accolti. Alla fine Lucio Upegui, padre di Dolores, radunò la famigliola nella tenuta chiamata «La Vibora» vicino ad Amalfi.
Negli anni dell’infanzia Laura sperimentò «la fame di affetto», come scriverà nella sua autobiografia. Il nonno, infatti, non mostrò molta simpatia per questa nipotina seria e silenziosa.

«CHIAMATA DEL FORMICAIO»

Per non dare fastidio al nonno, Laura se ne andava per i campi, dove poteva abbandonarsi a giochi infantili, soddisfare la sua curiosità e contemplare la natura, rimanendo spesso per ore incantata dal laborioso via vai delle formiche.
A 7 anni Laura ebbe una straordinaria illuminazione, in cui scoprì la presenza personale di Dio, come racconta nell’autobiografia. «Una mattina me ne andavo con le formiche fino all’albero dove prendevano le foglie e tornavo con loro al formicaio… Venni ferita come da un raggio. Non so dire di più. Quel raggio fu conoscenza di Dio e della sua grandezza… Ho saputo che Dio esiste… Ho pianto a lungo di gioia, per il grande amore… Da allora mi sono lanciata nelle braccia di lui. Era proprio quello che cercavo e di cui sentivo la mancanza» (Autobiografia, p. 42). Laura definiva quest’incontro «la chiamata del formicaio».
Dopo tale illuminazione la bambina iniziò una vita di penitenza e di maggiore preghiera e ad amare e servire i poveri, soprattutto una vecchietta, a cui portava il conforto del suo servizio.

«LA CHIAMATA DEL BANCO»

Lontano dal paese, Laura non poté andare a scuola. Sua madre le insegnò a leggere, scrivere, fare un po’ di conti. Dalle labbra della madre imparò a pregare e perdonare: recitava tutti i giorni un Padre nostro per chi aveva assassinato suo padre. Apprese soprattutto il catechismo. Grazie alla sua memoria prodigiosa, Laura lo ripeteva a menadito, tanto che fu ammessa alla prima comunione all’età di 7 anni, anche se non si rendeva ancora conto della presenza di Gesù nell’eucaristia.
Ma un giorno, aveva 12 anni, mentre inamidava una tela su un banco da falegname, ebbe un’altra esperienza, da lei definita «chiamata del banco». «All’improvviso – racconta – un dolore intenso mi trafisse il petto; abbondanti lacrime mi inondarono le gote… sentii che l’eucaristia trafiggeva e penetrava nella mia anima. Sì Gesù era presente nell’eucaristia e il Verbo era in Gesù».
Da quel momento Laura non vedeva l’ora di poter comunicarsi e trovò uno stratagemma: di buon mattino sellava due cavalli del nonno e, insieme al fratello Juan, si recava ad Amalfi, riceveva la comunione e tornava a casa prima che qualcuno si svegliasse. Finché un giorno il nonno, esaminando i cavalli, domandò: «Come mai i cavalli sono così sudati, senza aver fatto ancora nulla?». I ragazzi non risposero, ma da quel giorno finì la santa avventura.

LAURA DIVENTA MAESTRA

La madre decise di inviare Laura a Medellin per farla studiare nel Colegio del Espiritu Santo, frequentato dalle figlie dell’alta società. Ospite nell’orfanotrofio gestito dalla zia Maria Jesus Upegui, doveva accompagnare una cuginetta capricciosa, che troppo spesso voleva tornare a casa e non permetteva a Laura di frequentare regolarmente le lezioni.  Per di più, senza libri e con un vestito da orfanella di panno giallo, era diventata lo zimbello delle compagne, che la chiamavano «canarino».
Smise di frequentare quel collegio e decise di diventare maestra, per sostenere se stessa e la madre con tale professione. Aveva 16 anni. Era senza il becco di un quattrino. Accettò di vivere nel manicomio diretto dalla stessa zia Maria Jesus, accudendo a oltre 80 malati. Non avendo libri, ottenne il permesso di frequentare la biblioteca dell’istituto magistrale, dove si preparò per l’esame di ammissione. Lo superò brillantemente e ottenne una borsa di studio del governo e, a 19 anni conseguì il diploma di maestra.
Laura prese con sé la madre e insegnò in vari posti del dipartimento di Antioquia, finché toò a Medellin, nel 1897, chiamata dalla cugina Leonor Echevarria per fondare insieme il collegio de La Inmaculada.
Considerava l’insegnamento come la migliore forma di apostolato, per cui non si accontentava di trasmettere il sapere umano, ma si dedicò particolarmente all’insegnamento religioso: con la sua vivacità, talento e ardore incantava le alunne e trasmetteva loro la propria esperienza di Dio, l’amore all’eucaristia, i valori cristiani.
La scuola diventò presto famosa, attirando le figlie delle principali famiglie della città. Quando la giovane Leonor morì, Laura prese le redini del collegio, aumentandone il prestigio, finché per un banale incidente dovette chiudere i battenti.
Una studentessa, Eva Castro, alla vigilia delle nozze fu presa dai dubbi, credendosi chiamata alla vita religiosa. I familiari attribuirono il fatto all’influenza della direttrice Laura Montoya. Eva, poi, si sposò felicemente, ma un suo fratello scrisse un romanzo intitolato «Figlia spirituale», in cui descriveva a tinte fosche Laura, le maestre e i loro metodi educativi. I genitori ritirarono le figlie e il collegio si svuotò.
Seguì un lungo periodo di fame, solitudine, disprezzo, persecuzione, emarginazione dalla società, insieme alla madre e alla sorella, finché il padre spirituale gli suggerì di scrivere una «Lettera Aperta», per confutare punto per punto le calunnie scritte nel romanzo. E lo fece con tale semplicità e maestria che la società, e lo scrittore stesso, le riconobbero l’innocenza, nobiltà d’animo e virtù. E ricominciò a insegnare in varie scuole pubbliche.

«LA PIAGA»

Da tempo Laura sentiva l’attrazione per la vita di consacrazione religiosa e pensava di diventare carmelitana, ma i suoi superiori non approvavano l’idea, finché ebbe tra le mani la rivista Annali della propagazione della fede e si sentì chiamata a salvare gli indigeni colombiani, con quello che lei chiamava «l’opera degli indios». Tale vocazione divenne così forte che, racconta nell’autobiografia, diventò «la piaga, un qualcosa che mi brucia e mi consuma».
Dopo un’escursione con due amiche tra gli indios del Choco, Laura scrisse inutilmente a varie congregazioni religiose chiedendo aiuto per questi indigeni. Decisa a recarsi a Roma, per presentare al papa la situazione degli indios americani, raccolse i suoi risparmi e, prima di partire, si recò nella cattedrale; si inginocchiò davanti alla statua dell’Immacolata e pregò: «Vedi, Signora, questo denaro: l’ho risparmiato per aiutare gli indios. Non vorrei sprecarlo in un viaggio difficile e costoso; ti prego: questa notte, quando il papa porrà la testa sul cuscino, fagli sentire i gemiti dei poveri indigeni del mondo e convincilo a fare qualcosa».
Nel giugno 1912 Pio x pubblicò l’enciclica Lacrimabili statu indorum, in cui esortava vivamente i vescovi d’America a interessarsi degli indigeni e facilitare il lavoro missionario in mezzo a loro.
Nel frattempo Laura decise di andare essa stessa a catechizzare gli indigeni. Scrisse a vari vescovi, presentando la sua «opera», finché ricevette una risposta da mons. Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fé de Antioquia. Questi le diede appuntamento per l’11 febbraio 1912 nell’episcopio di Medellin. Il prelato concluse l’incontro con queste parole: «Accetto la tua “opera” con anima, vita e cuore. Ti appoggerò sempre e, qualora scarseggiasse il denaro della diocesi, rimane il mio borsellino, che non è scarso, e lo metto a tua disposizione».

MISSIONE A DABEIBA

Laura cominciò subito i preparativi. Raccoglieva denaro, stoffa, specchi, stoviglie e quant’altro riteneva utile per gli indios e le compagne di avventura. Molti la prendevano per matta, ma alcune amiche si offrirono di andare insieme a lei. A tutte Laura domanda: «Sei disposta a patire la fame? Se è necessario, sei capace di mangiare lo stesso cibo degli indigeni, radici e foglie del bosco? Sei disposta a essere aggredita in qualsiasi momento dagli indigeni, a fuggire nella foresta e trascorrervi la notte? Sei disposta a lavorare senza nessun frutto e accettare il disprezzo degli indigeni?». A quell’epoca era chiedere l’eroismo e un pizzico di follia.
Cinque giovani, più la sua settantenne madre Dolores Upegui, accettarono di formare il primo gruppo di  «Missionarie catechiste degli indios». Il 5 maggio 1914 («il più bel giorno della loro vita») le sette donne lasciarono Medellin e, dopo 10 giorni a cavallo, raggiunsero il villaggio di Dabeiba, nella regione dell’Urabà, tra gli indios catios.
Le delicate ed eleganti signorine di Medellin iniziarono a costruire una grande capanna di fango e paglia con le loro mani, con la scarsa partecipazione di alcuni indigeni. L’abitazione grande serviva da salone di lavoro, scuola, luogo per ricevere visite, sala da pranzo; anguste camerette e una cucina completavano la casa.
All’inizio gli indios si mostrarono sospettosi e stavano alla larga. Ma poi, un fonografo attrasse la loro curiosità. Laura mise in atto tutte le sue doti pedagogiche per comunicare con gli indigeni, radunarli per parlare di Dio e della loro dignità, per istruirli e curare le loro infermità. Un po’ di bicarbonato e la dissenteria scompariva; un bicchiere di camomilla faceva passare tanti dolori; le ferite, spalmate di grasso, si cicatrizzavano…  per i catios erano miracoli.

NASCONO LE «LAURITE»

Laura non aveva nessuna intenzione di fondare una comunità religiosa. Ma mons. Crespo glielo aveva prospettato fin dal primo incontro: «Le condizioni poste alle tue compagne possono essere la base per una eventuale congregazione religiosa. Dovendo vivere con gli indios, per non sembrare loro mogli ci sarebbe il voto di castità; per non cadere nella tentazione di fare affari con loro ci sarebbe il voto di povertà; per non sbandare e per lavorare con ordine ci sarebbe il voto di obbedienza».
Aumentato il numero delle catechiste, constatando il loro esempio di generosità, abnegazione ed eroismo, il vescovo chiese a Roma di elevare quel gruppo di donne a congregazione religiosa diocesana.
Il 1° gennaio 1917 nasceva ufficialmente la congregazione delle «Missionarie di Maria Immacolata e santa Caterina da Siena» (poi note come «Laurite»), un’opera religiosa che rompeva con schemi e modelli tradizionali, lanciando le donne come missionarie nell’avanguardia dell’evangelizzazione dell’America Latina. Quello stesso giorno Laura emise la professione religiosa e 13 compagne, compresa la madre Dolores, iniziarono il noviziato canonico.
Grande maestra spirituale, Madre Laura così descrive la formazione impartita fin dall’inizio: «Nell’anima delle suore ho cercato d’imprimere l’idea che Dio non poteva essere conosciuto dagli indios se non si mostrava un riflesso di lui in noi e nel nostro modo d’essere… Dovevamo avere verso di loro una bontà tale da poter solo dire: così è Dio e ancora di più!».
Stile e scopo della nuova e, per quei tempi, rivoluzionaria comunità religiosa, sono riassunti nel comunicato che Madre Laura inviò a Roma per chiedere Decretum laudis, cioè l’approvazione definitiva della congregazione: «Cercare gli indigeni nella selva e avvicinarli con un metodo autenticamente materno; insegnare nei loro stessi villaggi;  cercare in ogni aspetto il miglioramento della sorte degli indigeni; continuare l’opera dei missionari con l’insegnamento, scuole, ospedali; alleviare i missionari in ciò che è possibile, assistendoli secondo le disposizioni dei vescovi; rivolgersi allo stesso modo agli indigeni a cui non può giungere l’azione di altre congregazioni».
Madre Laura era animata da zelo incontenibile e lo trasmetteva alle sue suore. Organizzava lunghe escursioni nella foresta, a dorso di mulo, sotto il sole canicolare, con poco cibo e molto entusiasmo, alla ricerca degli indigeni. Nei villaggi più lontani stabiliva nuovi centri o ambulancias, dove le suore, con la loro presenza, rassicuravano gli indios che erano persone, avevano un’anima ed erano figli di Dio, cose negate da certi leaders civili e religiosi.
Facendosi strada verso le montagne, navigano in canoa su fiumi dalla ripida corrente o in zattere costruite dagli indigeni o da loro stesse, le giovani Laurite si spingevano sempre più lontano, fino al Golfo di Urabà, in cerca dei caribes-kuna.

SUCCESSI E CROCI

Nei primi 10 anni Madre Laura vide moltiplicarsi i frutti della sua travolgente opera apostolica: indigeni scolarizzati e avviati sul cammino della vita cristiana, altre giovani erano arrivate a rafforzare le file delle sue missionarie. Seguirono anni segnati da pregiudizi, incomprensioni e disprezzo da parte della società e dai prelati che non comprendevano quello stile di essere «religiose capre» (secondo la loro espressione). Con la morte di mons. Crespo, le suore dovettero abbandonare i primi centri costruiti con tanto eroismo.
«La comunità sembrava una barca rotta in mezzo al mare». Madre Laura affrontò le avversità con la solita giovialità e fede in Dio, infondendo coraggio alle sue figlie e aprendo nuovi campi di lavoro. Dopo aver migrato in varie località, Madre Laura ottenne di stabilire il noviziato e la casa centrale a Medellin, in un terreno chiamato Belencito. Qui si fermò sempre più a lungo, a causa della crescente obesità, che rendeva sempre più difficili i suoi viaggi. 
Negli ultimi 10 anni, la Madre fu costretta a vivere su una sedia a rotelle, da dove continua a vigilare sul cammino della congregazione e, seduta davanti a un piccolo scrittornio, arrivava con le sue lettere a tutte le sue figlie. Inviò alcune suore in Ecuador (1940) e in Venezuela (1948).
Il 21 maggio 1949 iniziarono terribili sofferenze alle gambe, che si riempirono di pustole dolorose. Dal mese di settembre dovette rassegnarsi a rimanere a letto, finché spirò serenamente, il 21 ottobre 1949, dopo 42 anni di vita secolare e 33 di vita religiosa.
Fu sepolta nella cripta della chiesa del Belencito, dove già riposavano i resti di suor Isabelita Tejada e di sua madre: suor Maria del Sacro Cuore.
Allora la congregazione delle Laurite contava 467 religiose e 93 novizie; erano state fondate 122 case, di cui erano aperte 90, irradiando il lavoro tra 22 popoli indigeni, la maggior parte in Colombia, altre in Ecuador e in Venezuela.

Nel 1930, Madre Laura si era recata a Roma, per chiedere l’approvazione pontificia della sua congregazione. In una delle visite alle basiliche romane, un prete le mostrò la galleria dei santi fondatori, i cui ritratti erano posti in belle nicchie. «In una di queste nicchie salirà anche lei Madre» le disse il prete. «Credo che, con queste gambe così pesanti, non riuscirò ad arrivare così in alto», rispose essa sorridendo.
Invece, il 25 aprile 2004, Giovanni Paolo ii la elevò alla gloria del Beini, dichiarandola beata e realizzando la profezia dello sbrigativo prete che l’aveva battezzata.  

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi