DOSSIER KENYASete di acqua, pace e giustiziaPace con latte e miele

Le secolari tensioni tra samburu, turkana e pokot sono sfociate in lotte che sfiorano il genocidio.
Con i suoi missionari, mons. Virgilio Pante,
vescovo di Maralal, sta facendo opera
di riconciliazione tra queste popolazioni.

Da sempre i popoli pastori delle savane dell’Africa si rubano il bestiame a vicenda. Gli etnologi spiegano che sono comportamenti normali: si tratterebbe della legge di sopravvivenza dei più forti, della lotta per avere più bestiame, pascoli, acqua, donne e figli.
Non è affatto normale per i missionari, che non possono rassegnarsi alla legge della giungla, perché fa a pugni con il vangelo, che è cultura di pace e uguaglianza tra gli uomini, perdono dei nemici e condivisione delle risorse, di un Dio padre di tutti.

IL LEONE E L’AGNELLO
«La pace è il termometro per capire fino a che punto il vangelo ha messo radici nella cultura e nella storia di un popolo – afferma mons. Pante, da tre anni vescovo di Maralal -. Mi vengono i brividi quando penso a ciò che accadde 10 anni fa in Rwanda, dove hutu e tutsi si scannarono a vicenda, dopo aver celebrato la pasqua insieme.
Grazie a Dio, nella diocesi di Maralal non si registrano tali eccessi di genocidio; tuttavia, specie negli ultimi 15 anni, si sono moltiplicati gli episodi di razzie tra i nostri pastori samburu, turkana e pokot, con numerosi morti e sfollati. Si respira ancora nell’aria paura e diffidenza reciproche. Si sono create vere distanze, anche fisiche, tra le varie etnie, che una volta si mescolavano tra loro mediante i matrimoni».
Una volta razziatori e difensori degli armenti si affrontavano con le lance: al massimo ci scappava qualche ferito; raramente il morto. Oggi, invece, hanno fucili e mitragliatori automatici: in ogni scontro, numerosi sono i morti.
Alle razzie, poi, si aggiunge la vendetta per la morte dei congiunti, con una spirale di odio che provoca autentiche carneficine di vecchi, donne e bambini, costringendo interi villaggi a sfollare dalla propria terra per cercare rifugio in luoghi più protetti. Senza contare che, con le armi, crescono il banditismo e l’insicurezza in tutta la regione.
«Appena nominato vescovo, prima ancora dell’ordinazione episcopale – continua mons. Pante – decisi di visitare in motocicletta il territorio della mia futura diocesi. Mi si stringeva il cuore al vedere villaggi, scuole, chiesette, pascoli completamente abbandonati. Per chilometri non c’era anima viva. Respiravo paura. Il progresso sociale era tornato indietro di 20 anni. Mi domandavo cosa avrei potuto fare, come pastore della chiesa, per guarire quelle ferite e tanto odio. Più che sulle strutture materiali, avrei dovuto puntare sulla costruzione di una controcultura di pace e riconciliazione».
Da quel viaggio mons. Pante trasse ispirazione per lo stemma episcopale: gli venne in mente un passo di Isaia, dove il profeta descrive un messia che porta la pace cosmica: «Il lupo dimorerà assieme all’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; vitello e leoncello pascoleranno insieme» (Is 11,6-7).
«Disegnai subito un leone sdraiato accanto a un agnello, mentre la colomba dello Spirito della pace aleggia su di loro. E poi la scritta: “A servizio della riconciliazione”» continua il vescovo.
Tre mesi dopo l’ordinazione episcopale, nel territorio della diocesi ci fu un evento eccezionale: nel Samburu Park, una leonessa adottò il cucciolo di gazzella: lo allattava e custodiva come se fosse il proprio figlio. I cristiani ne rimasero fortemente impressionati: sembrava la realizzazione dello stemma episcopale. Andarono dal vescovo e gli dissero: «Vedi, gli animali della savana si riconciliano; ora toccherà a noi uomini fare altrettanto».

LA MALEDIZIONE DELLE DONNE
Alle orecchie del vescovo quelle parole suonarono come una sfida. Ma che cosa fare? In ogni situazione di tensione, il vescovo accorreva, con la sua motocicletta, per calmare gli animi. Ma le parole non bastavano. Occorrevano gesti concreti. Ma quali? La risposta venne dalle donne.
«Nel maggio del 2003 – continua il vescovo -, mentre celebravo la festa delle donne nella missione di Morijo, alcune mamme samburu si lamentarono perché agli incontri di pace invitavo sempre e solo uomini: perché non coinvolgevo anche loro?».
E suggerirono una sorprendente iniziativa: portare un dono alle donne turkana del villaggio di Marti, rimaste senza latte, perché samburu e pokot avevano rubato tutto il bestiame. Un incontro tra samburu e turkana, in una zona come Marti, dove l’odio tribale si taglia a fette, sembrava una pazzia. «Gli uomini fanno la guerra, ma le donne possono essere strumenti di pace da non sottovalutare» osserva il vescovo.
Dopo essersi autotassate, le donne samburu comprarono due vacche e una decina di capre e le portarono alle donne turkana. Ci fu una grande festa, che ristabilì l’amicizia infranta dai loro uomini. La consegna del dono fu accompagnata da preghiere, benedizioni e una imprecazione: «Chi ruberà questi animali sia maledetto!».
Poco tempo dopo i razziatori, forse pokot, tornarono a Marti e rubarono il bestiame: alcuni furono presi, altri finirono all’ospedale con le pallottole nelle gambe. Vacche e capre furono subito restituite. «La maledizione delle donne mette paura» sorride mons. Pante.

NELLA TANA DEL LEONE
«L’incontro di dialogo e preghiera tra gruppi etnici che si considerano nemici si rivelò efficace per un cammino di riconciliazione – continua il vescovo -. Decidemmo di ripetere l’esperienza a Loteta, con i pokot, l’etnia più ostica, dedita impunemente al banditismo».
Questa popolazione, che vive nella zona infuocata della Rift Valley, è totalmente dimenticata dal governo, isolata dalla vita del paese, senza strade, né pozzi, né scuole, né medicine. Nessuno si azzarda a entrare in quel territorio impenetrabile; neppure la polizia osa inseguire i razziatori: la zona è raggiungibile solo con gli elicotteri.
«Era il mese di luglio 2003 – continua il vescovo -. Insieme a padre Aldo Vettori, siamo scesi nella tana del leone. C’erano con noi anche il commissario e l’ufficiale del distretto: per la prima volta i pokot videro un’autorità governativa.
Con padre Aldo promettemmo di aiutarli, di costruire una scuola, poiché ignoranza e povertà producono violenza. Anche le autorità s’impegnarono (almeno a parole) di fare qualcosa per toglierli dall’isolamento e farli sentire cittadini del Kenya. Quindi abbiamo letto la bibbia, pregato e cantato insieme, senza la celebrazione della messa, dato che i cristiani sono ancora rari.
I pokot ci hanno fatto capire che non avrebbero più attaccato i “nemici”: ma se questi li avessero assaltati, si sarebbero difesi. Non è molto, ma è già un passo avanti».

TURKANA DANZANO CON I POKOT
Il terzo incontro avvenne a Morijo, tra pokot, turkana e samburu. A un certo punto, però, la situazione rischiò di degenerare. Mons. Pante puntò il dito dicendo: «Voi giovani siete quelli che fanno la guerra; non sono i vecchi e le donne. Ora confessatevi a vicenda, tutti insieme».
L’intenzione era che, riconoscendo torti e malefatte reciproche, ne scaturisse una catarsi, una purificazione. Ma dopo poche battute, l’emotività prese il sopravvento: ognuno puntava il dito contro l’altro, finché intervennero gli anziani: «Adesso basta! Vi siete sfogati abbastanza: ora datevi la mano e fate la pace».
Dopo la benedizione da parte degli anziani, i giovani promisero di non usare le armi se non per difesa, facendo questa preghiera: «O Dio, tu vedi cosa stiamo facendo, sei testimone del nostro impegno: devi benedirci. Ma se mancheremo alla promessa, non esitare a colpirci».
La quarta festa di riconciliazione, avvenne all’inizio del 2004, a Barsaloi, dove alcuni mesi prima, di notte, c’era stata una razzia di bestiame. Gli assalitori non si erano limitati a rubare gli animali, ma avevano sparato contro le capanne, col chiaro intento di uccidere la gente che stava dormendo. Per fortuna, a fae le spese furono solo gli arredi delle abitazioni, come zucche e altri recipienti dove i popoli pastori conservano l’acqua e il latte.
«Prima della messa, celebrata all’aperto sotto gli alberi – racconta mons. Pante -, avevo posto sull’altare un contenitore per il latte, crivellato dalle pallottole, e alcuni bossoli vuoti, raccolti dopo quell’assalto. La gente guardava incuriosita. “Questo contenitore e i bossoli sono la prova del nostro peccato – dissi loro -. Voi ne siete testimoni. Giuriamo davanti a Dio che queste cose non le faremo più”. Alla fine della messa abbiamo fatto la cerimonia della pace: ci siamo unti a vicenda sulla fronte con il latte e miele».
I bambini fecero una specie di teatro, descrivendo una razzia: guerrieri nascosti, che avanzano e attaccano il villaggio; donne che piangono, bambini che strillano e fuggono… Finché i piccoli attori si rivolsero ai genitori: «Voi adulti ci volete veramente bene? No! Siete voi che avete fatto queste guerre; noi siamo dovuti scappare dalle scuole e perdere l’insegnamento. Voi avete distrutto la pace, l’ambiente e il nostro futuro: ora ci odiamo a vicenda».
«Ho visto alcune persone che si soffiavano il naso e si asciugavano qualche lacrima: una scena inusuale tra i duri popoli della savana» conclude il vescovo.
E poiché senza cibo non c’è festa, tutto fu concluso con un piatto di riso, un po’ di carne e tè in abbondanza. In lingua samburu non si dice fare festa, ma «mangiare» la festa.
Al ritorno da Barsaloi, il camion che portava a casa i pokot fu fermato a Marti, dove questi, in passato, avevano più volte rubato mucche e pecore ai turkana. Ci fu un momento di paura. Invece, i passeggeri furono fatti scendere e invitati a bere il tè. Poi tutti si misero a ballare. «Rimasi strabiliato. Vedere turkana e pokot danzare insieme fu una scena commovente» racconta padre Aldo, che accompagnava il camion.

ECUMENISMO PRATICO
La quinta festa fu «mangiata» il 23 giugno scorso a Nachola, nella missione di Baragoi, preparata con un lavoro indefesso dai padri Lino Gallina e Aldo Vettori, insieme ai cristiani delle loro missioni. Sotto l’ombra fresca di enormi acacie spinose, vestiti con oamenti tradizionali, oltre 2 mila tra samburu e turkana gareggiavano nelle danze in mezzo a un polverone soffocante. Durante la messa, però, i vari cori cantarono e danzarono più compostamente.
«Più che feste, i nostri sono incontri di preghiera – continua il vescovo -. A Nachola, mescolati ai cattolici (circa la metà), c’erano alcuni protestanti e musulmani, il resto di religione tradizionale: tutti, però, hanno pregato con orazioni spontanee secondo la propria lingua e religione. Sembrava una nuova pentecoste. Lo stesso Dio era invocato con nomi diversi: Nkai, Akuj, Mungu, Allah… E Dio li ascolta tutti. La pace non conosce le divisioni religiose.
Quando arrivò il momento, turkana e samburu si chiesero perdono a vicenda; quindi tutti i presenti furono benedetti con abbondanti aspersioni di latte misto a miele. Tra i presenti c’erano anche alcuni famosi killers, maestri di razzie da tutti temuti. Mi domandavo: “Questi leoni, potranno davvero diventare agnelli? Quanto durerà questa pace? Stiamo facendo teatro? È tutto troppo bello per essere vero”.
Mi aggiustai la mitra di pelle di capra, ricoperta di perline, dono dei cristiani di Baragoi, e feci una breve predica (almeno mi sembrava tale). Le parole mi venivano dal cuore. Dissi che Dio può fare miracoli; che anche se i suoi tempi sono lunghi, il nostro cammino è iniziato e dovrà continuare; che Dio solo può cambiare il nostro cuore di sasso in un cuore di carne; che la nostra speranza di pace non deve mai arrendersi, anche di fronte agli insuccessi».
Dopo la messa ripresero le danze, seguite da discorsi, quasi tutti uguali: «Sarò breve… Oggi è un giorno storico: l’inizio di un’era di pace… Lasciamo che i fucili facciano la ruggine… Interprete, traduci!».
«Tutti dicono che l’incontro di Nachola è stato un successo. I telefoni senza fili ne sparsero la notizia per tutta la savana. Sappiamo che la pace è un cammino lungo, ma stiamo facendo insieme piccoli passi» conclude il vescovo.

PROVANDO E RIPROVANDO
«Dimenticavo che a Nachola non c’erano i pokot, neppure uno. Tutti notarono la loro assenza – riprende mons. Pante -. Una settimana prima, infatti, essi avevano rubato il bestiame a un villaggio samburu del Malaso, nella missione di Morijo».
Era capitato che, all’inizio di giugno, i samburu avevano comprato 4 fucili dai pokot; ma al momento dello scambio gli acquirenti scapparono via senza pagare. Per rifarsi, i pokot rubarono ai samburu alcune vacche, ma senza uccidere nessuno. Il giorno dopo, seguendo le tracce del bestiame, i derubati inseguirono i ladri: nello scontro due samburu rimasero uccisi. Per questo i pokot disertarono la festa di Nachola.
«Parlando di tale assenza con gli anziani – conclude il vescovo -, abbiamo deciso che il prossimo incontro di preghiera e riconciliazione sarà proprio al Malaso, località a 2.400 metri di altitudine, da cui si vede la Rift Valley. Chiameremo i samburu e pokot che si sentono in colpa, perché bisogna mettere il dito dove c’è la piaga; quindi benediremo tutta la vallata dove normalmente vengono nascosti gli animali rubati.
Il risultato non è scontato. Se necessario, tenteremo ancora, sempre nello stesso luogo: a forza di ripetere queste feste qualcosa rimarrà. Se non altro, quelli che vi partecipano tornano a casa con un briciolo di speranza».

Box 1

Una generazione infame

Monsignore, in passato si parlava di genocidio tra samburu e turkana: è esagerato?

La tradizione di rubarsi il bestiame è molto antica, c’è sempre stata; ma oggi con la presenza di fucili e mitra capitano disastri. Inoltre, qualche politico ha soffiato sulle tensioni etniche, incitando al tribalismo o vendendo armi. Queste vengono dal mondo occidentale: kalashnikov dalla Russia, G3 dalla Germania, M16 dall’America… Anche noi siamo responsabili del disastro.

Sono molte le armi in mano a queste etnie?
Secondo i giornali, i samburu, che sono circa 150 mila, possiedono 16 mila fucili: praticamente uno su 10; ogni famiglia ha uno o due mitra. Ed è un calcolo per difetto. I pokot ne hanno di più; i turkana più dei pokot. Ci sono tre eserciti potenziali.

Sono tutte armi di contrabbando?
Una trentina di anni fa, il governo concesse ad alcuni, pochi in realtà, di avere un fucile per difendere il bestiame dagli attacchi degli scifta (predoni somali). Ma poi si sono armati tutti illegalmente e alcuni giovani hanno cominciato a usare le armi per rubare di tutto e dappertutto: soldi, cibo, vestiti ai turisti, commercianti e missionari.

È così facile procurarsi le armi?
Con 4 mucche si ha un fucile automatico, importato dal Sudan, Uganda, Etiopia o Somalia, tutti paesi belligeranti confinanti col Kenya. Ancora più facile è procurarsi le munizioni: a Eldoret c’è una fabbrica di pallottole, voluta dall’ex presidente Moi.

Il governo non fa nulla per disarmare la popolazione?
Non è facile. Se si usa la forza, la maggioranza nasconde le armi o, più sovente, si ribella, come è capitato alcuni anni fa: due poliziotti sono entrati in un villaggio per requisire le armi, ma sono stati uccisi. Bisognerebbe convincere la gente a rivenderle al governo, dietro un giusto rimborso. Prima, però, il governo dovrebbe dimostrare di essere capace di difendere i propri cittadini, per cui i fucili sarebbero inutili. Ma questo non avviene: raramente la polizia è intervenuta per recuperare il bestiame rubato. È logico, quindi, che la gente cerchi di difendersi da sola.

È ancora rischioso viaggiare nel territorio della tua diocesi?
La situazione è leggermente migliorata. L’attuale prefetto del distretto sembra molto serio: affronta i problemi con forte senso di responsabilità e, quando avviene un furto, manda soldati e poliziotti a indagare, chiede la collaborazione del prefetto dall’altra parte della valle. Da quando è al governo il presidente Kibaki, sembra che ci siano maggiori controlli nel commercio delle armi e più collaborazione da parte delle popolazioni, fino ad ora abbandonate.

Quale futuro?
Quest’anno, tra i samburu, si chiude una generazione e ne inizia una nuova. Un evento che avviene ogni 14 anni. I giovani circoncisi nel 1990 e che quest’anno terminano il loro status di lmuran (guerrieri), entrando nella classe degli adulti, passano alla storia con il nome infamante di lmooli, coloro che calpestano le tradizioni. È la classe che ha avuto le armi e le ha usate male, fino ad uccidersi tra loro per inesperienza nel maneggiarle. L’ho ricordato nella festa celebrata a Nachola e ho augurato alla nuova classe di giovani di diventare una generazione pacifica.

Benedetto Bellesi

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