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Se la bistecca è politicamente scorretta

A proposito della campagna della Cafod «Flyng Cows», oggetto dell’ultima parte dell’editoriale di Missioni Consolata, maggio 2003 e della relativa vignetta, desidero fare alcune osservazioni.

1. Condivido il giudizio negativo sul sussidio giornaliero medio di 2,20 euro agli allevatori europei per ogni capo di bestiame posseduto (non ha tutti i torti Noam Chomsky quando dice che «i paesi ricchi fanno i socialisti a casa loro e i capitalisti nei paesi poveri»). Ma aggiungo: se molti paesi in via di sviluppo sono nei guai (tanto che il numero degli affamati e assetati, anziché diminuire, aumenta) è perché anche i governi di queste nazioni hanno creato un sistema di concorrenza sleale, che favorisce spudoratamente certi allevatori e certi tipi di allevamento, penalizzandone altri.
Il caso più inquietante è forse quello del Brasile. Qui una delle principali cause del degrado economico, sociale e ambientale è stato proprio il sistema delle sovvenzioni che i governi locali hanno erogato a volontà, affinché le mucche avessero a disposizione tutto lo spazio possibile, senza star tanto a pensare alla qualità morale delle persone che beneficiavano di tali agevolazioni e al destino di coloro che avrebbero dovuto sloggiare per far posto ai bovini.
In altre parole: un qualunque latifondista, dimostrando di avere delle mucche, acquisiva il diritto di proprietà delle terre di cui diceva di aver bisogno, anche quelle dell’Amazzonia profonda, anche quelle abitate da «caboclos e indios» e sostanzialmente inadatte al pascolo.
I latifondisti approfittarono della situazione da par loro: misero a ferro e fuoco la foresta; fecero massacrare indios, caboclos, seringueiros dai loro sicari; provocarono alterazioni dell’ecosistema amazzonico che ebbero ripercussioni a livello planetario. Inoltre minacciarono, uccisero e straziarono alcuni missionari, che avevano «osato» suggerire un uso della terra più responsabile e più rispettoso dell’uomo e dell’ambiente. L’elenco è lungo: don Josimo de Moraes Tavares, suor Adelaide Molinari, padre Ezechiele Ramin, ecc. E non dimentichiamo il sacerdote modenese Francesco Cavazzuti, che la scarica di proiettili la ricevette in pieno volto e perse completamente la vista.
Verso la fine degli anni ’80, altri missionari, considerata anche la disarmante facilità con cui killers e mandanti riuscivano a farla franca con la giustizia, pensarono che l’unica strada praticabile fosse quella di dimostrare alle autorità che: anche gli indios avevano delle mandrie e, quindi, anch’essi avevano diritto ad un po’ di terra!
Partì così il famoso progetto «una mucca per l’indio». Non era il massimo, ma qualche vantaggio ad alcune comunità indigene lo portò, anche perché poté contare sull’entusiastica adesione del vescovo di Ravenna (poi cardinale) Ersilio Tonini, sull’appoggio di Famiglia Cristiana e sul beneplacito di Giovanni Paolo II, che sborsò il denaro necessario all’acquisto dei primi capi di bestiame.
Ciò però non ha significato la fine delle prepotenze, degli attentati e delle stragi. I latifondisti sono potenti, riescono a farsi ubbidire da tanti e l’Amazzonia hanno continuato a saccheggiarla, anche perché il governo e l’esercito li hanno lasciati fare. Li lascerà fare anche il presidente Lula? Sarebbe una beffa veramente atroce per il Brasile (e non solo).
Ndr Il progetto «una mucca per l’indio» fu ideato e lanciato a Roraima (Brasile) dai missionari della Consolata, per iniziativa di padre Giorgio Dal Ben. Il progetto ebbe una vasta eco in Europa, specialmente durante una Campagna promossa dai missionari della Consolata (1988-89), e si è rivelato vincente per gli indios macuxi, wapixana, ingarikó e taurepang di Roraima.

2. Nella stragrande maggioranza dei casi i latifondisti sono gente straniera, che opera per conto di grandi imprese multinazionali, o comunque persone che hanno legami scarsi o nulli con la vita, la cultura e le tradizioni delle comunità presenti nelle terre dove mettono in piedi i loro super-allevamenti.
È il caso di Edward Luttwak, famoso politologo-scrittore-imprenditore. In Bolivia è padrone di una tenuta di 118 kmq e si vanta di produrre una carne di qualità incomparabilmente superiore a quella prodotta dagli allevatori italiani. È il caso di tutti quei fazendeiros che, come Luttwak e più di Luttwak, hanno approfittato della «mucca pazza» per costruire i miti della «carne verde», della «bistecca politicamente corretta», del «bovino allevato nell’ambiente più sano e adatto alle sue esigenze»…
In realtà, rispetto agli anni in cui (anche in Italia) un po’ tutte le organizzazioni ecologiste e pacifiste invitavano a non consumare la carne dei fast food, perché ottenuta da bestie allevate con metodi criminali, incompatibili con le più elementari istanze etiche, è cambiato ben poco. Infatti in tutta l’America Latina, dal Messico al Brasile, dall’Honduras all’Argentina, allevare grandi mandrie su pascoli estesi equivale a distruggere le foreste, alterare il ciclo dell’acqua, affamare le persone, impoverire economie già fragilissime, sfruttare il lavoro minorile, ridurre in schiavitù individui, famiglie, villaggi che fino a non molto tempo fa godevano di condizioni di relativo benessere.
È esagerato dire che chi mangia questa carne, seguendo la moda del fast food, o magari perché ha simpatia per Luttwak e per le belle cose che dice in televisione sul grande impegno degli Stati Uniti in favore della libertà, della democrazia, della lotta contro il comunismo e il terrorismo… diventa corresponsabile di questi scempi?

3. Quando parliamo di allevamenti e di sovvenzioni agli allevamenti, non possiamo intendere solo quelli di bovini e degli altri animali terricoli. Oggi un contributo assai rilevante all’involuzione economica, al degrado ambientale, allo sfilacciamento di tutta quanta la rete delle relazioni familiari e sociali, viene anche dall’allevamento di animali acquatici, piccoli e apparentemente innocui.
Oltre alle giungle tropicali propriamente dette, vi sono anche i mangrovieti costieri: cioè formazioni forestali composte da specie arboree dotate di particolari radici che crescono verso l’alto (tale modalità di crescita si chiama «geotropismo negativo») e in grado, grazie appunto a queste radici, di tollerare l’acqua dell’alta marea e il sale. Ebbene, se i paesi del terzo mondo perdono tutto questo, è per l’incredibile espansione conosciuta dall’industria dei gamberi, che vengono allevati in enormi vasconi ottenuti a spese degli alberi di mangrovie, delle lagune naturali e delle comunità locali, per le quali la pesca costituisce l’unica vera fonte di sostentamento.
Già una quindicina d’anni fa, monsignor Enrico Bartolucci, vescovo di Esmeraldas (Ecuador occidentale), esprimeva profonda inquietudine di fronte ai soprusi perpetrati dai proprietari delle camaroneras (così in Ecuador vengono chiamati gli impianti per l’allevamento di crostacei). Qualche tempo dopo, nell’estate del 1995, grazie a un altro missionario, padre Enzo Amato, si venne a sapere che, sempre nel territorio di Esmeraldas, l’autorizzazione a disboscare altri 2.406 ettari era venuta addirittura dall’Istituto ecuadoriano di aree naturali e silvestri.
Della cosa si occupò anche la rubrica televisiva «Geo», che, tra l’altro, denunciò le inumane condizioni di lavoro imposte dai proprietari e l’aumentata vulnerabilità della costa disboscata dinanzi alle tempeste e ai furiosi venti oceanici.
Il problema però non riguarda solo l’Ecuador. Gli sfavillanti crostacei bianco-arancio, sotto varie sigle («insalata di mare», «polpa di granchio», ecc.), oano i banchi dei supermercati: anche quelli della Coop, che da sempre dice di essere dalla parte dell’uomo, dell’ambiente, della solidarietà, dei diritti, contro gli organismi geneticamente modificati, contro tutte le svolte autoritarie… Gli sfavillanti crostacei sono il risultato di assassinii, stragi, rapine ed altre nefandezze ai danni di piccole comunità di pescatori in Sudan, Bangladesh, India, Indonesia, Cina, Vietnam, Filippine, Thailandia, Messico, Brasile e nel già citato Ecuador.
Astenersi dall’acquisto di queste «squisitezze» dovrebbe essere avvertito come un dovere morale, così come lo sono le campagne di informazione sugli abusi della Nestlé, della Del Monte e degli altri colossi del settore agroalimentare. Inoltre si sappia che, come ha denunciato l’Organizzazione non governativa inglese Environmental Justice Foundation, nelle camaroneras si fa un uso sconsiderato di antibiotici proibiti, che non sono proprio l’ideale per chi è alla ricerca di cibo sano.

Giovanni De Tigris – Urbino (PU)

Giovanni de Tigris