DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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Fare il bene stando allegri

È possibile parlare dello «humour» dell’Allamano? Certamente sì, anche se, confrontandolo con quello del Cottolengo, don Bosco, Cafasso, le differenze si notano. L’Allamano nel parlare (assai meno nello scrivere) risulta più immaginoso e, soprattutto, più aneddotico, sia del Cafasso come degli altri due santi piemontesi. Il suo humour è certamente meno frizzante, più contenuto e sottile, quasi impercettibile, al punto che anche coloro che lo hanno avvicinato o hanno scritto di lui non si sono accorti della sua esistenza; nessuno, per lo meno, lo ha messo in rilievo, come se in una fuga di Bach, nel turbinio delle note, non si avvertisse l’andamento continuo del pedale.
servire in letizia
Anzitutto, i suoi aneddoti sono quasi sempre corti, pratici e immediati. Come quando, trattando della povertà, racconta che «frate Leone vede in visione molti frati che dovevano attraversare un fiume impetuoso; alcuni avevano un fardello sulle spalle e, giunti in mezzo al fiume, la forza della corrente li travolse. Altri, che non avevano nulla, passarono liberamente».
«Mi ricordo di un frate vecchio, prefetto di sacrestia, che non toccava mai con le mani i denari, ma usava una zampa di gatto». «E sì, quando si ha 60 anni, se ne desiderano 70 e poi… 80. Un canonico racconta: “È morto uno di 60 anni e un altro commentò: Non era poi tanto vecchio!”. Ma lui ne aveva 80 e gli altri hanno sorriso».
Ci sono nell’Allamano inviti generici e insistenti alla letizia come nota fondamentale della santità, specie nei missionari e missionarie. In caso contrario, non avrebbe potuto continuare per tutta la vita ad essere «rettore» di un santuario dedicato alla «consolazione». La conferenza del 29 gennaio 1917 inizia: «Siete sempre allegri? Sempre contenti? Bene, bene». «Vedete, se si vuole fare del bene, bisogna stare allegri». «Vedete come è bello essere sempre allegri! Bisogna che quello sia un carattere vostro: Servite Domino in laetitia, ma servite». «Dovete sempre essere allegri, di vera allegria, in modo che tutti vi possano vedere felici. Che possano dire: hanno lasciato tutto, eppure guarda come sono felici. E, poi, perché non essere felici?».
Parlando alle missionarie, diceva: «Non bisogna addormentarsi sulla calzetta»; voleva dire che bisognava fare le cose con piacere, sereni e allegri, «come i bambini che, quando dormono, hanno un’aria così bella e sorridente; non addormentatevi mai col muso; bisogna andare a dormire con pensieri allegri più che si può». «Dovete sempre avere una bell’aria… Andate avanti come vanno tutti i cristiani, alla buona, cioè, serene, allegre, gentili».
Aborriva però lo «spirito buffonesco»: «Ci sono di quelli che mettono sempre in ridicolo… disturba tanto quel parlare sempre figurato». In un’altra, occasione disse in piemontese: «Il mio spirito l’è nen fé ‘l faseul» (il mio spirito e di non fare il fagiolo).
A volte, a dare il tono dei suoi intrattenimenti spirituali era il suo modo d’introdursi. Stupisce che i suoi ascoltatori siano persino giunti a trascrivere queste espressioni: «Bravi! Là, bene! Eccovi come nel Cenacolo»; «Bene, bravi» o le parole conclusive: «Bé, Bé, là!». Oppure, quando rivolgendosi al più giovane dei suoi ascoltatori (poiché le file dei suoi missionari si erano assottigliate a motivo della guerra), dice: «E tu, Michelino, quanti anni hai? Sedici ancora non compiuti… Fortunati tutte e due: Tu sei giovane e io vecchio» e, per questo, esenti dal servizio militare.
Innumerevoli sono poi i casi in cui, con brevi racconti o addirittura con bisticci di parole, riesce a far esplodere delle piccole scintille, come stesse stropicciando due pietre focaie, e un bel fuoco di sorrisi, riuscendo a trasmettere il suo pensiero senza aggrottamenti della fronte: «Ho chiesto ai ragazzi se avevano preso la febbre spagnola; mi rispondono di sì, ma quella italiana, cioè, l’appetito!». La guerra infatti stava imponendo a tutti restrizioni molto gravi.
A riguardo della «pazienza» a motivo della guerra, dice alle missionarie: «Nel Pater noster, noi domandiamo il pane; nell’Ave Maria domandiamo la polenta… Un canonico mi raccontava che una vecchietta dicendo mulieribus intendeva domandare la polenta alla Madonna. Essa non poteva pronunciare bene mulieribus e così trasformava questa parola in melia (meliga-granoturco). Ricordatevi dunque di chiedere al Signore il pane e alla Madonna la polenta (sorride)».
«Quando si fa una novena ai santi, non si ottiene subito la grazia; sembra che la prima volta non sentano; se ne fa una seconda e il santo incomincia a sentire, se ne fa una terza e il santo apre e ci ottiene la grazia». Invita alla santità di fatto e non soltanto di parole: «Sapete quell’uccellaccio che grida cras, cras (che in latino significa «domani»)… e mai hodie (oggi)».
Nel 1913, raccontò che padre Barlassina, nuovo prefetto apostolico del Kaffa, era stato ricevuto in udienza da Pio x. Parlarono di tante cose, riferisce l’Allamano, «perfino di quegli animali di cui non vogliamo fare il nome, ma dei quali, disse Pio x, si fa un buon prosciutto».
«Anche i nostri cari, cioè i missionari, sotto le armi o in Africa sono tuttavia sempre dell’Istituto, sono sempre uniti a noi… sono sempre attaccati all’albero… Ebbene se vi venisse rivolta questa domanda: o chi sei tu? Sono uno studente della Consolata! – Questo sì! Ma sei un vero aspirante alle missioni? Sei sempre qui, ma qui ci sono anche i gatti, che abitano qui nell’istituto».
Un giorno di luglio, di ritorno da Sant’ Ignazio, dove si era svolto il solito corso di esercizi spirituali, predicati da un gesuita, racconta ai missionari che il predicatore, parlando di come dal noviziato di Chieri erano usciti tre suoi compagni, «fu preso dalla malinconia per timore di dover uscire anche lui e fare la bella figura del gesuita sgesuitato».
Sconcertante è il seguente caso. «Una persona una volta mi domanda se gli permettevo di piangere almeno per un’ora, puramente per sfogo, così… Ma come?! Senza nessun motivo, piangere puramente per sfogo, che stupidaggine!».
Al vescovo di Ivrea, mons. Matteo Filipello, suo compaesano e discepolo, che non permetteva a un suo sacerdote, don Luigi Santa, di entrare nell’istituto, l’Allamano dice: «Tu non solo non puoi trattenerlo, ma devi lasciarlo andare! Se mai, dagli la benedizione con la sinistra».
Racconta padre Ugo Viglino: «In un giorno dell’ottobre del 1924, la nostra piccola classe di otto alunni del ginnasio si recò tutta insieme a trovarlo al Convitto… Gioviale, tanto felice di essere con noi. A un certo punto, rivolgendosi a Pessina, mio vicino: “Di che paese sei?”. “Di Mondovì”. “Cui d’ Mondvì i ciamo i babi cheucc” (Quelli di Mondovì li chiamano i rospi cotti)».
a scuola della vita
Si può dire che la sua semplicità aneddotica e immaginazione non avessero limiti. Si potrebbe comporre un’antologia assai ampia. Il giorno dei morti del 1906, invita a pregare, come faceva ogni anno nella stessa circostanza, per i defunti. Poi, si lascia prendere dalla fantasia: «Quelle tante anime da noi liberate dal purgatorio figuratevi se stanno quiete, quando ci vedono a nostra volta in purgatorio! Andranno da nostro Signore e, per non disturbarlo, dalla Madonna o da san Giuseppe, e ci caveranno presto. Il Signore non può lasciarle agitate, deve quietarle e come fare in altro modo?». Alla fine della conferenza fa distribuire delle castagne, soggiungendo: «Ad ogni castagna che prendete ponete l’intenzione di trarre un’anima dal purgatorio». La frase, annota chi trascrisse la conferenza, suscitò «sorrisi universali».
Ci troviamo, naturalmente, fuori degli schemi rigidi della teologia sui novissimi. Così, un altro apologo di teologia spicciola riguarda la devozione mariana: «Sapete quel fatto della Madonna che faceva entrare le anime in paradiso per un’altra strada… ma non lo voglio raccontare». Lo racconta qualche mese dopo: «E sapete quella storia che si racconta che la Madonna fa entrare in paradiso per la finestra quelli che non passerebbero per la porta. Si racconta che un giorno san Pietro, girando per il paradiso, vede delle brutte facce, che lui certamente non aveva lasciato passare per la porta. Va da nostro Signore e gli dice: “Ma non so! C’è certa gente in paradiso che non so da dove sia passata… Hai dato le chiavi solo a me, le ho solo io, non so da dove passino; poi ho capito che è la Madonna, tua madre; sono stato a vedere bene e ho visto che è proprio lei che le tira su dalla finestra; purché abbiano una medaglia o uno scapolare, e poi essa li tira su! Questo qui non va!”. E allora nostro Signore dice a Pietro: “Ma! Cosa vuoi farci… mia madre è madre! Lasciala un po’ fare!”».
«Là in seminario c’era un campanello e c’è ancora adesso, mi pare, che veniva suonato solo quando veniva l’arcivescovo di Torino a trovarci, così tutti restavano avvisati e si lasciava tutto e si veniva fuori a riceverlo. Un giorno venne una vecchia di montagna, tutta vestita alla moda antica, con in testa certe cose lunghe come si costumava allora, era di Balme… Ebbene costei arriva in seminario e, invece di tirare l’altro campanello, tira quello dell’arcivescovo. Allora noi che eravamo a scuola, siamo venuti tutti fuori in fretta; e poi, invece del vescovo, c’era quella vecchierella; e tanto più che aveva visto che l’uscio era aperto ed è venuta dentro. Ebbene, un chierico mi ha fatto impressione: le è subito corso incontro, l’ha presa per il braccio e ha detto: “È mia mamma!”. Fossimo stati noi, neh?! Avremmo subito detto: “E perché sei venuta adesso? Perché hai tirato quel campanello la!”. Avremmo voluto nasconderla subito, che nessuno la vedesse, vestita com’era. Invece quel chierico, niente: “È mia madre”. E l’ha salutata tutto grazioso, come si deve fare».
Altri aneddoti piacevoli li desume dall’esperienza di tutti i giorni, a contatto con le persone di ogni ambiente sociale, dal confessionale, dalla predicazione. «Non facciamo come quel tale della predica sull’avarizia. Quando il parroco iniziò la predica disse: “Oh! Questo non fa per me!”; si coprì ben bene e cominciò a dormire; e tutta la gente a pensare: “Questa volta la predica fa proprio per lui”».
Anche la gola può fare dei brutti scherzi. «Ho tardato, perché mi sono fermato a raccontare ai giovani la storia della capra. È venuta nella sacrestia della Consolata una ragazzina e piangeva, diceva che le era morta la capra della nonna, perché aveva mangiato una rista d’ai (treccia d’aglio). È gonfiata e poi è morta. E un bel giorno videro che non c’era più l’aglio, ed è morta crepata. Vedete la gola».
Svariatissimi poi i toni dello humour a riguardo del comportamento esteriore e interiore, ch’egli suggeriva ai missionari: «A me piace molto quel pensiero di san Francesco di Sales quando dice: “Entriamo in un palazzo antico; per lo scalone, nelle sale vi sono delle statue, che magari da cent’anni sono sempre lì, non si sono mai mosse; direte dunque che sono inutili? No! Danno gloria al loro padrone. Ora, immaginate che uno voglia gettarle giù. No! – gli si dirà – fanno figura, danno gloria al loro padrone. In chiesa facciamo come quelle statue, diamo gloria a Dio con la nostra presenza”». Tuttavia, quella presenza «come statue» all’Allamano non piaceva molto. Infatti, in un’altra occasione dice: «Oh, come è brutto in una comunità essere come tante statue, dove ognuna sta al suo posto senza toccare le altre»!
con fortezza e dolcezza
È noto come all’Allamano, a causa di certi inconvenienti verificatisi in Africa per modi troppo violenti nei riguardi della gente, abbia fatto della mansuetudine uno dei pilastri fondamentali della sua metodologia missionaria. Deve però trattarsi di vera mansuetudine: «C’era in seminario un chierico che pareva proprio calmo; di quelli che non si muovono, che fanno due passi in una pianella. Un giorno, che passava con un vassoio d’acqua in mano e un altro chierico, lo toccò, egli, voltatosi verso il compagno, gli gettò addosso il vassoio d’acqua. Vedete, anche quelli che sembrano più calmi…».
Così a riguardo della buona educazione. «Mons. Bertagna aveva l’abitudine di tenere le mani in tasca; e così di fermarsi davanti alle vetrine; credo che studiasse un caso di morale; eppure era lì fermo a vedere il cacio».
Neppure è bene tenere le braccia dietro la schiena. «Nei paesi chiedono se uno ha del grano da vendere… e dicono anche un’altra cosa: sapete quello che domandano? Ha la figlia da maritare?».
Come superiore di un istituto femminile, dovette scuotere una suora che «faceva niente ed era sempre a letto», credendosi ammalata; le impose di scendere in refettorio insieme alle altre… ed è guarita. «Essa dice che è un miracolo della Madonna di Pompei… Era un capriccio! In quella comunità si preparavano sei tipi di minestra».
Era venuto a conoscenza che qualche suo missionario in Africa si era ammalato per aver mangiato qualche banana in più o per aver bevuto acqua inquinata «con pericolo di partire per l’eternità»: sarebbe un partire poco glorioso, «da folli», e porta l’esempio della capra.
Nonostante questo costante humour (da pochi avvertito) e tranquillità di spirito, qualche spiffero d’aria fredda non manca neppure in lui, poiché anch’egli ritiene che il vangelo e la santità siano esigenti; per temperamento, poi, era amante dell’ordine, della pulizia, delle cerimonie liturgiche eseguite a puntino. Il che lo può far apparire in qualche caso alquanto «pignolo». Così, ad esempio, quando porta a modello san Francesco Saverio che, passando presso il castello natio, rinuncia a visitare la vecchia madre e i fratelli, dicendo: «Li rivedrò in paradiso».
Sono però, queste e altre piccole cose marginali, che vanno viste in un contesto più ampio. Con lui a Torino ebbe infatti termine il rigorismo morale e ascetico, che aveva imperversato per molti anni. Così come va tenuto presente che, nel suo metodo educativo, il fortiter (fortemente) è sempre abbinato al suaviter (dolcemente).

Igino Tubaldo