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Propaganda ad una guerra travestita


Don Tonio, che Italia è uscita dalle commemorazioni per la strage di Nassiriya? Non le sembra che la pietas per i morti sia stata quantomeno messa in secondo piano?

«Abbiamo vissuto momenti di forte ed intensa commozione, ma come sempre, questi sono sentimenti che devono essere compostamente vissuti nell’intimità delle lacrime e non in una sorta di liturgia civile che ricicla parole e simboli vecchi. Se ne è approfittato in maniera sciacalla per far propaganda alla guerra travestita, per riproporre una retorica patriottica che speravamo ormai sepolta. Persino un maresciallo dei carabinieri, confidandosi, mi ha detto che si sentiva molto “usato” e che non vedeva l’ora che la cosa avesse termine! Non sono poi mancati coloro che hanno fatto i conti e i confronti tra bandiere arcobaleno e bandiere tricolore, tra gente in piazza il 15 febbraio e i partecipanti ai funerali… Insomma una brutta pagina in cui, ancora una volta, il ruolo più importante è stato svolto dalle televisioni che hanno fatto leva sui sentimenti e sulle emozioni».

Quella italiana a Nassiriya era tutto fuorché una missione di pace. Ma pare che non si possa dirlo…

«Come Pax Christi lo abbiamo ribadito anche nello stesso giorno dell’attentato. La missione italiana non si svolge nel rispetto del diritto internazionale e si propone accanto ad un esercito che ha occupato militarmente un paese straniero dopo un pesante bombardamento. D’altra parte, se continuiamo a mettere in evidenza il buon rapporto con le popolazioni locali e gli aspetti umani dei carabinieri, significa che sono queste le cose che contano. Sarebbe stato meglio allora essere lì come italiani, ma senza armi, accanto alla gente, per aiutare e sostenere la ricostruzione, per riconciliare le parti… E per la verità c’è chi, anche in queste ore, lo sta facendo ma senza meritare nemmeno una citazione nel telegiornale di mezzanotte».

Sembra che ci siano due chiese cattoliche, ben contrapposte. Quella personificata dal cardinale Ruini e quella del papa e di monsignor Nogaro. È d’accordo?

«Basta leggere i passaggi dell’omelia ai funerali e le prese di posizione dei mesi scorsi del pontefice per rendersene conto! Il problema semmai è che non abbiamo una forte attenzione pastorale sui temi della pace e questo fa sì che un sostegno all’uso della forza, giustificato a partire dalla dottrina sociale o dal vangelo, non scandalizza i cristiani come dovrebbe. Sono altrettanto convinto però che, sia pure a fatica, questa sensibilità sui temi della pace e della nonviolenza vadano diffondendosi all’interno della comunità cristiana».

Il popolo delle bandiere della pace è assediato. Come fare ad uscire allo scoperto per reclamare, ancora più fortemente, le ragioni della pace e l’assurdità della guerra?

«Le bandiere sono una rappresentazione, un simbolo che indicano una realtà più vasta che ha bisogno di un migliore radicamento. Il compito che ci attende è soprattutto di carattere educativo per far crescere nella coscienza della gente il valore della nonviolenza, che è l’unico linguaggio della croce. Dovremmo concentrare gli sforzi per dare priorità a questo compito nella comunità e nella società italiane».

Lei è nella redazione del mensile Mosaico di pace. Da Nassiriya come ne esce il giornalismo italiano?

«Rassegnatamente, succube del punto di vista dei potenti. Se si presentassero le testimonianze di vita di tanti missionari e volontari con la stessa dovizia di particolari e la stessa enfasi mediatica con cui ci sono state raccontate le storie dei morti di Nassiriya… avremmo fatto un servizio vero alla pace soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. Missioni Consolata si è spesa molto per presentare la testimonianza di Carlo Urbani.
Penso a lui, ad Annalena Tonelli, ai tanti che ho conosciuto in questi anni, pur diversi tra loro, ma accomunati dalla vocazione di servire i poveri, la pace, la giustizia. Ecco, stasera pregherò per quei giornalisti che non hanno ancora conosciuto il valore vero che si nasconde in queste persone e non hanno trovato il coraggio di proporlo ai propri lettori».

Paolo Moiola