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Cipro – Il dialogo che non c’è

Sono tutti concordi: tra ortodossi, cattolici, maroniti, musulmani non esiste inimicizia; si rispettano e, a volte, si dicono amici, ma il dialogo è un’altra cosa.
L’entrata di Cipro nell’Unione Europea è l’occasione per rompere il ghiaccio.

Boutros Gemayel,
arcivescovo maronita
La prima cosa che mi fa visitare è il piccolo museo di icone. «Le abbiamo portate dal nord senza troppa “pubblicità” quando la regione è stata occupata dai turchi» mi dice.
Sino all’invasione turca (1974) la maggior parte dei maroniti vivevano senza grossi problemi nei villaggi agricoli, quattro dei quali erano al nord. Due sono stati occupati dai militari, che ne hanno trasferito la popolazione; in un altro, parte degli abitanti è rimasta e parte si è trasferita al sud: a Kormakiti, il villaggio più grande con più di 2 mila persone, rimaneva il 40% degli abitanti, che piano piano sono passati al sud per lavorare: oggi ne rimangono poco più di un centinaio.
Quella dei maroniti è l’unica comunità cipriota che ha sempre avuto la possibilità di attraversare la linea verde piuttosto liberamente per visitare i parenti rimasti nei villaggi natii e fermarsi per 3-4 giorni. Il fatto è significativo sull’importanza che la piccola comunità cristiana potrà avere in un futuro dialogo con islamici e ortodossi, una volta ristabilita l’unità dell’isola.

Dopo questo esodo, la comunità ha mantenuto la propria unità?
«Purtroppo no. Sono gruppi sparsi. Solo recentemente abbiamo potuto avere una scuola maronita. Prima i nostri figli erano obbligati a frequentare le scuole pubbliche, dove gli alunni sono in maggioranza ortodossi. Ciò ha promosso la mutua conoscenza fra i giovani, ma favorito anche matrimoni misti: erano arrivati al 70%; oggi sono scesi al 50%».

In un paese diviso, dove si cerca d’instaurare un clima di dialogo, senla parlare di pericolo in questo contesto, mi sconcerta.
«Il pericolo è l’assimilazione: in una famiglia dove la madre è ortodossa e la fede molto sentita, i bambini seguiranno la religione della madre. Quando i maroniti abitavano nei loro villaggi, i matrimoni misti erano pochissimi. Noi abbiamo cercato di fondare centri di aggregazione, con scuole, centri sociali, casa per gli anziani, chiesa. Aspettiamo la soluzione, che permetta ai nostri maroniti di tornare ai villaggi, magari anche lavorando a Nicosia. Il piano di Annan, riconoscendo solo due grandi comunità cipriote, quella greca e quella turca, ha sottoposto i villaggi maroniti sotto l’autorità politica greca. Siamo felici di essere nella parte greca».

Perché?
«Perché sono cristiani come noi: con i greci i maroniti lavorano; con i turchi abbiamo religione, usi e costumi differenti».

Come sono i rapporti con i turchi e le autorità islamiche?
«Buoni. A natale ho celebrato la messa a Kormakiti: due importanti ufficiali turchi, assieme al responsabile religioso, sono venuti ad augurarmi un buon natale. Non abbiamo inimicizia né attriti, ma ci sentiamo parte della comunità greca».

Come vede l’entrata di Cipro in Europa?
«La sto guardando con molto interesse: come chiesa, io sarò cipriota e anche europeo e libanese. Potremo essere il ponte tra Europa, chiesa e Medio Oriente. Piuttosto, abbiamo alcuni problemi con i giovani, che, come in tutto il mondo, non sono molto vicini alla chiesa. Ma con la soluzione del problema di Cipro, potremmo essere più ottimisti, dato che un ritorno ai villaggi significherebbe anche un ritorno alla fede dei padri, alle chiese, alla casa, alla famiglia e potremo di nuovo riunirci».

E con la chiesa ortodossa?
«Abbiamo buone relazioni. Siamo cattolici, né uniati né latini: per gli ortodossi questo è importante. Noi maroniti siamo una chiesa a parte, tutti cattolici della chiesa di Antiochia; abbiamo le nostre tradizioni e relazioni sociali e umane con ortodossi; non siamo occidentali, ma orientali; quindi non siamo visti implicati nelle crociate. È per questo che abbiamo buone relazioni umane e tanti amici tra gli ortodossi».
Seyh Nazim Kibrisi,
leader musulmano
È la più importante guida sufi del mondo islamico. Ultraottantenne, vive in un paesino nella parte cipriota sotto occupazione turca, dove riceve visite di fedeli di tutto il mondo ed esponenti del sufismo internazionale.

La riunificazione dell’isola in una confederazione sembra a un passo: cristiani e islamici saranno di nuovo uniti e interagiranno insieme? Come vede questa nuova unione? Vi sentite pronti?
«Toerà tutto come prima. Dal punto di vista politico Cipro Nord ha una legislazione basata esclusivamente sul nazionalismo, senza alcun attributo islamico. Siamo turchi e la Turchia è uno stato secolare, così come lo è Cipro Nord».

L’islam non è solo una religione, ma anche un modo di vita. È possibile scindere le due fasi?
«Questo governo lo ha reso possibile. Ma sono fortemente critico nei suoi confronti e nella politica che sta attuando».

I politici di Cipro Nord dicono di essere pronti a entrare nella Unione Europea: cosa significa per voi, islamici, unirsi a una Comunità principalmente fondata su valori cristiani?
«È vero che l’Unione Europea è quella che io definisco un «club» cristiano. Nella storia turca abbiamo avuto i cosiddetti «nuovi ottomani». La loro idea di secolarizzazione è ancora viva. I «nuovi ottomani», che ora governano Turchia e Cipro Nord, sono pronti ad abiurare la loro religione e farsi cristiani pur di essere accettati nell’Unione Europea».

Ne è sicuro? Mi sembra un paradosso troppo estremo…
«Si, ne sono sicuro. Ma non lo fanno, perché hanno vergogna. Con il dominio ottomano si è formata una nuova idea di nazione, di leggi, di ordine mondiale ed essi pensano che essere con gli europei significa raggiungere il culmine della civiltà. Io non lo accetto questo».

Lei è contro anche alla globalizzazione dell’economia, che taglia ogni autosufficienza locale.
«Certamente. Sono anche contro quella grande associazione dell’Europa unita, che fa perdere ai singoli paesi identità e cultura originaria».

Nel 2004 una parte di Cipro, quella cristiana, aderirà all’Unione Europea: secondo lei perderà la propria identità?
«No, perché noi non siamo realmente in Europa. Siamo un’isola nel Mediterraneo e siamo indipendenti. Cipro chiede di aderire all’Unione solo per benefici economici e politici; oggi Cipro è un ricco paese, che può competere con qualsiasi nazione europea, sia dal punto di vista economico che politico. Se Cipro non fosse ammesso nella Comunità, non cambierebbe nulla. In realtà, oggi, c’è una grande voglia di non diventare cosmopolita, ma di mantenere la propria identità. E io non penso che questa Unione avrà lunga vita».

Lei critica l’Unione Europea perché cristiana e cosmopolita, la Turchia e Cipro Nord perché secolari: esiste un paese che definirebbe islamico?
«No, e non sa quanto mi dispiace rispondere alla sua domanda in modo negativo! Tra quelli che conosco, forse la Siria è quello che più si avvicina all’ideale islamico”.

Il problema è che l’islam non ha un leader riconosciuto, così ogni capo di comunità interpreta a piacimento ogni parola del Corano.
«La partizione non è una cosa positiva per l’islam. Il mondo islamico si è parcellizzato dopo la prima guerra mondiale, con il collasso dell’impero ottomano: è crollato con il califfo di Costantinopoli, che univa l’islam e dettava le leggi; così l’islam non ha più avuto un leader da seguire e ogni paese e territorio si è erto a giudice per la propria popolazione.
Anche i cristiani sono divisi: cattolici, protestanti, ortodossi. Per anni si sono combattuti. Oggi anche noi combattiamo tra noi stessi. Personalmente sono contro ogni tipo di fondamentalismo nell’islam».
Umberto Barato,
vicario del nunzio apostolico
a Cipro
Francescano, colmo di esuberante simpatia, Umberto Barato è la figura più in vista della chiesa cattolica latina a Cipro. La sua dimora lambisce la linea verde nel punto più caldo di Nicosia. Nella sacrestia della cattedrale la porticina che dà sulla parte turca è sigillata dal 1974.
Impossibilitato a dialogare con gli islamici, domando a che punto è quello con i cristiani ortodossi. La risposta è categorica: «Inesistente. Ci sono buoni rapporti, nel senso che ci si parla e non c’è alcuna inimicizia; ma non si può definire dialogo».

Come mai? Sono loro a chiudere le porte o entrambi?
«Non siamo pronti. Mi sembra che loro non si interessino per nulla della nostra chiesa. Nel passato c’era completa indifferenza; ma la situazione sta migliorando: l’apertura fatta dalla chiesa cattolica certamente facilita le cose.
Tre anni fa, in occasione della visita del papa in Grecia e Siria, sulle orme di san Paolo, abbiamo pensato a uno scalo a Cipro, poi andato a monte per ragioni diplomatiche e di tempo; ma quando si sparse la voce, un vescovo ortodosso disse che il papa avrebbe “attirato l’ira di Dio sulle loro teste”».

Nessuno lo ha smentito?
«Naturalmente quel vescovo fu preso in giro perfino dall’arcivescovo ortodosso di Cipro; ma è significativo che tale frase sia stata pronunciata. Anche tra alcuni fedeli ortodossi il pensiero verso la chiesa cattolica non è benevolo, anche se non è duro come in Grecia. Più che dalla chiesa, è dall’ambiente ortodosso che deriva tale malevolenza. L’unione tra le chiese dovrà esserci, ma per ora vedo tanti piccoli elementi che indicano che siamo molto distanti.
Personalmente penso che l’arcivescovo ortodosso abbia stima del papa e della chiesa cattolica, ma altri metropoliti lasciano un poco a desiderare«.

Tale diffidenza è riconducibile ad un preciso periodo storico?
«È certo eredità dei secoli passati. Fino a poco tempo fa trattavamo i greco-ortodossi come scismatici, che, a loro volta, ci consideravano esempio del male. Ci rinfacciano ancora l’occupazione di Costantinopoli, come se fosse tutta colpa della chiesa; ma io domando loro se turchi e arabi non abbiano fatto mai niente di male. Dopo Maometto, con le guerre sante, hanno occupato regioni asiatiche e l’Africa del nord, distruggendo chiese e costringendo i cristiani a convertirsi. Molti turchi convertiti una volta erano greci: lo afferma lo stesso arcivescovo ortodosso di Cipro. I crociati hanno commesso dei soprusi, non lo nego; ma i musulmani che hanno fatto? Scopo principale delle crociate, anche se poi sono degenerate, era proteggere i luoghi santi, perché i pellegrini venivano molestati e costretti a pagare una tassa. Ben diverso era il fine dei musulmani che volevano conquistare e convertire».

Per le due amministrazioni, turca e greca, la soluzione di Cipro sarebbe vicina: siete pronti per l’apertura e dialogo con l’islam?
«Con il governo Erdogan, la Turchia sembra avere un atteggiamento positivo e spera, attraverso Cipro, di entrare in Europa. Noi comunque siamo pronti. I contrasti potrebbero venire con la chiesa ortodossa: ufficialmente ha rifiutato «unanimemente» il piano di riunificazione, anche se non so quanto valga tale unanimità. Oramai non si può tornare indietro. Spero che non ci siano violenze, poiché non c’è solo l’ideale dell’unione; ma sono in ballo interessi economici, politici, strategici, personali, case, terreni e altre proprietà».

L’eventuale soluzione del problema di Cipro non cambierà molto per la chiesa cattolica, dal momento che la quasi totalità del lavoro si svolge nella parte greca.
«Sarà più facile andare al nord, anche se già mi reco due volte al mese a Kormakiti, dove lavorano tre suore, e a Kyrenia, dove abbiamo una chiesa e celebro la messa con una ventina di pensionati inglesi che vivono nell’isola.
Anche nella parte sud la chiesa cattolica è «straniera», in quanto composta da srilankesi, indiani, filippini. La chiesa latina, stabilitasi con le crociate, è vecchia di secoli; abbiamo una comunità locale cipriota che però sta diminuendo, anche perché i latini, sposandosi con greci ortodossi, si sono assimilati con gli ortodossi. Adesso abbiamo 400 persone, tutti stranieri. Un prete dello Sri Lanka è venuto ad aiutarci e segue la comunità cingalese. Così Cipro diventa un campo di apostolato che ci apre nuove prospettive per l’Asia».

Piergiorgio Pescali