DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

Cipro – Andando per conventi

Natura e mito, storia e religioni fanno dell’isola più bella del Mediterraneo un crogiolo di culture e di contrasti. Nel profondo dell’anima rimane indelebile l’impronta impressa da secoli di monachesimo.

L a spuma prodotta dalle onde, che da millenni si infrangono contro lo scoglio di Petra tou Romiou, ripropone all’infinito l’atto di nascita di Afrodite, la dea della bellezza, della sensualità e dell’amore, che a Cipro trovò il suo regno. E l’amore, Afrodite, lo ha sempre elargito generosamente. Fu la dea a dar vita al freddo marmo con cui Pigmalione scolpì Galatea, la statua di cui si innamorò; ma fu ancora lei che sedusse e fu sedotta da Ares, il dio della guerra, tradendo il marito Efesto, per segnare così l’indissolubile legame degli opposti: mare e terra, bellezza e devastazione, bene e male, amore e guerra.
Ecco, il contrasto è forse il sostantivo che più si addice a Cipro, ai suoi abitanti e a chi intende carpie l’anima. Dal mito alla storia, dalla natura umana a quella morfologica, per terminare con la religione, Cipro sembra creata apposta per ricordare all’uomo che è il dualismo a regolare il mondo terreno e, spesso, in modo drammatico.
INTRECCIO DI STORIA E RELIGIONE
La posizione geografica dell’isola, situata sulle rotte commerciali tra Europa e Vicino Oriente e tra cristianesimo e islamismo, ha fatto sì che fin dagli albori della sua storia, gli eserciti conquistatori ritenessero di vitale importanza il suo controllo. Portaerei naturale dell’antichità, a Cipro regnarono greci, fenici, assiri, egiziani, arabi, francesi, veneziani, turco-ottomani, britannici, e ciascuna di queste civiltà ha lasciato qualche testimonianza che ancora oggi è facile riscontrare nell’isola.
Storia e religione qui si attorcigliano, compenetrando l’una nell’altra, proprio come Afrodite e Ares. Già nel 45 d.C., il governatore romano Sergio Paolo, dopo aver fatto sferzare san Paolo con trentanove scudisciate, si convertì al cristianesimo assieme alla maggioranza della popolazione. La colonna a cui l’apostolo di Cristo fu incatenato e frustato è ancora oggi meta di pellegrinaggi nel sito archeologico di Chrysopolitissa, a Pafos, sulla costa occidentale.
Il vangelo portato dalla violenza della frusta, fu causa di ben altra violenza mille anni più tardi, quando lo slancio fideistico dei crociati mise a ferro e a fuoco i correligionari ciprioti, rei di aver abbracciato l’ortodossia. Come accade di frequente, sono proprio i compagni di partito, che militano in un’altra fazione, ad essere l’oggetto delle più feroci angherie. Così per i cristiani.
La spartizione dell’Impero romano, avvenuta nel iv secolo, precorre ciò che noi abbiamo solo riscoperto di recente con la caduta del muro di Berlino: più che le frontiere politiche, sono i confini linguistici e quelli religiosi ad essi legati, a caratterizzare l’Europa del futuro.
La divisione del mondo cristiano tra l’Occidente latino, che rompe ogni legame col passato per ricrearsi una nuova cultura, tradizione, lingua, arroccandosi attorno alla chiesa di Roma, e l’Oriente bizantino, che rappresenta la continuazione del passato, è sancita dallo scisma d’Oriente del 1054.
Ma è la terribile profanazione del trono di Bisanzio, nel 1204, da parte dei condottieri della iv crociata, che misero sul trono di Santa Sofia una prostituta, a essere ricordata dagli ortodossi come la causa della definitiva scissione tra chiesa cattolica romana e chiesa ortodossa.
Quegli anni, fatti di eccidi in nome dello stesso «Dio, buono e misericordioso» bruciano ancora nel mondo greco e slavo. Padre Umberto Barato, vicario del nunzio apostolico di Nicosia, mi dice che ricorderà per tutta la vita il giorno in cui un giovane ortodosso rinfacciò ai cattolici di aver causato il crollo della capitale bizantina e la divisione del mondo cristiano (vedi pag. 37).
Altri ricordano la devastazione portata da Riccardo Cuor di Leone nel 1191 e quella dei templari subito dopo. La famosa Bulla cipria, emanata da papa Alessandro iv nel 1260, che dava alla chiesa cattolica il dominio di Cipro, viene tuttoggi citata dai greco-ciprioti come esempio dell’arroganza di Roma nei loro confronti. Poco sorprende, quindi, che la cacciata dei veneziani da Famagosta e dall’intera isola da parte dei turchi, nel 1571, sia stata salutata con favore dai cristiani ortodossi locali.
I PRIMI «NO GLOBAL»
In questo periodo di oscurantismo religioso, per scampare alle persecuzioni cattoliche, molti pope rimasti fedeli alla chiesa di Bisanzio cominciarono a fuggire nell’interno dell’isola, inerpicandosi lungo i monti Troodos, costruendovi piccoli eremi.
Il monachesimo, una delle peculiarità che all’inizio hanno differenziato le due chiese cristiane, è per la fede ortodossa il principale protagonista della vita spirituale.
Il turista che con i modei mezzi di trasporto raggiunge le piccole chiesette isolate, di pietre rozzamente squadrate, dovrebbe sempre aver presente l’isolamento cui si erano volontariamente relegati i primi mistici ortodossi. Tragitti che oggi si compiono in poche ore, allora richiedevano giorni di cammino. Dove sorgono ristoranti, hotels e piscine, c’erano poche casupole di pastori che, durante l’inverno, tornavano sulla costa. Persino i monasteri e le chiesette più antiche all’inizio erano poco più che una cella di nuda pietra.
La devozione che il popolo tributava ai monaci portò, dopo la morte di chi le abitava, a erigere santuari e chiese che andavano a inglobare le primitive casupole. Sorsero così le centinaia di cappelle disseminate come semi di grano un poco ovunque a Cipro. A volte si sceglie un luogo particolarmente suggestivo, in cima a una rupe o una scogliera; altre volte, invece, si preferiscono siti più oculati, all’interno di un bosco o vicino a grotte. Tutte, però, sono situate lontano dalle arterie principali e, soprattutto, dalle rotte commerciali, a voler rafforzare la scelta di distacco dal mondo terreno.
«I monaci eremiti sono stati i primo no-global della storia» mi dice scherzando il pope di Panagia tou Arakou. Anche oggi, per gustare la vera atmosfera cipriota, davanti a un buon bicchiere di vino e ottimo halloumi (formaggio arrostito alla griglia), occorre salire fin quassù, lontano dai McDonalds e dalle anonime vetrine zeppe di vestiti firmati.
CERCATORI DI QUIETE E DI DIO
Lontano anche dalla calca dei turisti. Gli incerti raggi del sole appena sorto accarezzano la roccia di Petra tou Romiou e la minuscola spiaggia sassosa che le fa da contorno. La calma, per ora, è assoluta; ma so che questa fetta di paradiso, ritagliata rubando ore al sonno, durerà poco, giusto il tempo perché i pullman scarichino orde di turisti vocianti, interrompendo quell’atmosfera mistica che solo la solitudine e la quiete riescono a creare.
In greco solitudine e quiete si traducono con una sola parola: hesychia, da cui deriva il termine «esicasmo»: il movimento ascetico e monastico, rivalutato nella chiesa ortodossa, che si sforza di raggiungere la comunione con Dio.
E così, abbandonando frettolosamente Petra tou Romiou e la costa, cartina alla mano, vado alla ricerca dei monasteri e, per non subire un distacco troppo repentino tra dei greci e Dio cristiano, inizio dal più pagano di tutti: quello di Agios Nikolaos ton gaton (San Nicola dei gatti). Qui decine di gatti trovano pace e rifugio grazie a Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, la quale introdusse questi felini a Cipro per liberare l’isola dai serpenti.
A mano a mano che mi addentro tra le pinete dei monti Troodos, comprendo la volontà degli eremiti di allontanarsi dal bailamme della costa. Essi erano in fuga dalle truppe militari e dai mercanti, io da altri tipi di eserciti, spesso non meno devastanti e prevaricatori: quelli dei turisti, che nel xiii secolo erano certo meno invadenti.
Fu in quel periodo che Gregorio Palamàs, monaco del Monte Athos e poi arcivescovo di Tessalonica, elaborò la prassi teologica dell’eremitaggio, che ben presto divenne un dogma nella chiesa ortodossa.
MADONNA DELLA TENEREZZA
Mi dirigo al monastero di Kykkos, il più importante di Cipro, passando per il monte Olimpo. I paesaggi si susseguono incantevoli uno dopo l’altro e alla fine giungo alle porte del monastero, costruito nel xii secolo per volontà dell’imperatore bizantino Alessio Comnenus.
Qui il futuro primo presidente di Cipro, l’arcivescovo Makarios iii, passò il suo noviziato e poco lontano la sua tomba domina simbolicamente l’intera isola.
I monaci di Kykkos, come altri confratelli greco-ortodossi sparsi negli altri monasteri, favorirono apertamente la lotta dell’Eoka, l’organizzazione filogreca che negli anni ’50 contrastò la colonizzazione britannica. Non è certo un caso che lo sguardo della mastodontica statua bronzea di Makarios iii, di fronte al palazzo arcivescovile di Nicosia, si posa sul monumento alla libertà, dedicato ai combattenti dell’Eoka.
Ma la notorietà di Kykkos travalica il mero significato politico. La fama del monastero si è espansa in tutto il mondo slavo e greco, grazie alla Panagia Eleousa, l’icona della Madonna della Misericordia, venerata da Mosca a Lalibela (Etiopia).
Entro nella cappella dove è custodita la sacra immagine; un monaco legge passi dell’Antico Testamento proprio sotto la Vergine, che nel suo braccio destro culla Gesù Cristo ancora bambino. La tradizione vuole che sia stato l’evangelista Luca a dipingere il quadro, ritraendo la Madonna così come la ricordava.
Vera o falsa che sia la leggenda, l’icona infonde serenità e profonda spiritualità, grazie allo sguardo e la postura dei due protagonisti. Se pare impossibile che sia stato realmente Luca a dipingee le fattezze, è difficile comprendere come il vero pittore abbia potuto infondere ai soggetti tali cariche spirituali senza averli conosciuti di persona.
ARTE E FEDE
Per un paio di giorni girovago tra i monti Troodos visitando chiese, monasteri, santuari. Alcuni sono dei veri e propri conventi ristrutturati e abitati da decine di monaci, come quello di Trooditissa; altri, invece, e sono quelle che più preferisco, sono piccole cappelle poco illuminate, affrescate di motivi tratti dai vangeli: ultima cena, entrata di Gesù a Gerusalemme, assunzione della Vergine, ritratti di santi.
Nove di queste chiese sono state iscritte nel patrimonio artistico mondiale dell’Unesco: Agios Nikolaos tis Stegis (xi secolo), Agios Ioannis Lambadhistis (xi secolo), Panayia Phorviotissa tou Asinou (xii secolo), Panagia tou Arakou (xii secolo), chiesa della Vergine di Moutoullas (xiii-xiv secolo), di San Michele Arcangelo (xv secolo), di Timios Stavros (xiii-xv secolo), Panagia tis Podhithou (xvi secolo), chiesa di Stavros Ayiasmati (xv secolo) e di Ayia Sotira tou Soteros (xvi secolo).
Nella bellissima e isolata Agios Nikolaos tis Stegis osservo un affresco raffigurante la resurrezione di Lazzaro, uno dei miracoli di Cristo che più hanno colpito l’immaginazione di noi bambini quando, per la prima volta, lo sentimmo raccontare.
Mi reco a Laaca, dove Lazzaro si trasferì e morì. Nella chiesa dedicata al santo, c’è ancora la sua tomba, venerata in tutta la cristianità. Anche qui, rimango in contemplazione degli stupendi affreschi che oano le facciate intee e delle icone raffiguranti san Lazzaro e la Madonna con Bambino.
Rapito dal loro fascino, visito il Museo bizantino di Nicosia, che ne espone un’intera collezione, proprio dietro la stupenda cattedrale di San Giovanni e il palazzo arcivescovile.
Le icone (dal greco eikòn, effige), assieme al canto, divennero ben presto oggetto di devozione presso il popolo. Ma l’affermarsi di questa arte, che caratterizza ancora oggi la fede ortodossa, non è stata così lineare come potrebbe sembrare. L’imperatore bizantino Leone iii cominciò l’iconoclastia (distruzione delle icone); il successore Costantino v, 30 anni dopo radunò il «conciliabolo» di Hiereia (754), in cui fu stabilito che solo l’eucaristia poteva rappresentare l’immagine di Cristo; finché il Concilio ecumenico di Nicea ii (787) riammise il culto delle immagini.
Il movimento iconoclasta, che imperversò con violenza tra l’viii e il ix secolo e che voleva riportare in auge l’aniconismo del cristianesimo originario (quando Cristo era rappresentato solo da un pesce), a Cipro non raggiunse mai gli eccessi che ebbe nel continente. Forse per questo l’arte dell’icona nell’isola raggiunse livelli elevatissimi.
SFIDA ECUMENICA
Mi dicono che presso il monastero di Stavrovouni, il primo edificato a Cipro, continua a esistere una comunità di monaci che ha proseguito la tradizione. Decido di andarla a trovare, ma le regole che ritmano la vita ecclesiale sono ferree: l’ingresso è vietato alle donne; per noi maschietti le visite sono permesse solo in determinati orari, per non disturbare la preghiera e la meditazione quotidiana. È un modo per preservare antichi rituali.
Padre Kallinikos, un vispo ottuagenario, mi accoglie nel suo stupendo studiolo, dalle pareti ricoperte di icone, libri, pennelli, tempere prodotte a mano. Parliamo a lungo del significato delle icone e delle diversità di vedute tra cattolici e ortodossi. «Dovremmo iniziare a parlarci iniziando dalle cose che abbiamo in comune» mi dice mostrandomi col dito un’icona della Madonna col Bambino dipinta da lui.
Abbandono la hesychia di Stavrovouni per rituffarmi nelle strade affollate di Nicosia. Seduto in un caffè, di fronte alla Linea Verde che divide la zona greco-cipriota da quella turco-cipriota, mi tornano in mente le parole riferitemi dal pope del monastero di Kykkos: «Cipro potrebbe essere un grande esempio ecumenico per tutta l’umanità e rappresentare il futuro dell’Europa: qui vivono latini, maroniti, greco-ortodossi, islamici, anglicani. La sua divisione, politica e religiosa, rappresenta il vero dramma dell’incomunicabilità del nostro tempo».

Piergiorgio Pescali