DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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1 PECCATORE PENTITO E 99 GIUSTI

Grazie per la coraggiosa impostazione
di Missioni Consolata… La rubrica
«Cari missionari» è uno spazio veramente
aperto, al servizio delle idee (e
coscienze) di tutti, senza distinzioni di
opinione e forma.
Ho letto il numero di aprile, con le tre
lettere che criticano la mia rilettura della
parabola del «buon samaritano» alla
luce della guerra in Afghanistan; in
particolare, del sostegno (votato dai
partiti cristiani del parlamento italiano)
all’intervento militare in quel martoriato
paese. Ringrazio le persone che
hanno scritto: hanno esteato il loro
dissenso e sdegno, senza limitarsi a coltivarli
nel proprio animo (come spesso
succede), rendendo così il proprio giudizio
inappellabile ed elevando piccole
barriere di incomprensione e diffidenza,
che possono diventare muraglie invalicabili
(Kosovo, Palestina e «Brigate
Rosse» insegnano).
Quanto è difficile parlarsi! E, invece,
com’è facile essere fraintesi, anche nelle
migliori intenzioni! Ma, proprio per
questo, è vitale insistere su tale strada
senza scoraggiarsi, facendo dell’ascolto
e del dialogo una priorità assoluta,
anche (e soprattutto) quando gli interlocutori
sono scomodi.
Non era mia intenzione fare l’apologia
del comunismo. Anche Gesù, con la
sua parabola, non voleva fare l’apologia
dei samaritani, bensì mettere in crisi le
coscienze degli ebrei del suo tempo, invitandoli
a riflettere su un punto cruciale:
non la dottrina o l’abito o la carica
o l’appartenenza ad un gruppo, ma i
comportamenti (e solo questi) qualificano
come giusta di fronte a Dio un’azione;
e ogni azione è giusta o ingiusta
di per sé, non in funzione dei meriti o
demeriti del passato. «Non chi dice “Signore,
Signore” entrerà nel regno dei
cieli, ma colui che fa la volontà del Padre
mio» (Mt 7, 21).
Il giorno in cui si decideva se andare
o non andare in guerra ad uccidere (in
risposta ad altri che già avevano ucciso)
chi ha fatto la volontà del Padre?
Non mi risulta che nel vangelo esista
una parola a legittimazione di uccisioni
a scopo di difesa o a giustificazione
di guerre per costruire la pace. Mi
chiedo: siamo consapevoli di cosa significhi
la Croce, elevata a simbolo della
nostra fede? Non significa forse che
Qualcuno si è lasciato calunniare, umiliare,
torturare ed uccidere (senza invocare
«bombardamenti chirurgici» da
parte delle sue schiere celesti), per insegnarci
nella sua carne (non a parole)
la via per arrivare, noi tutti, alla vera
pace, cioè a Lui stesso?
Affermo questo con l’umiltà di chi si
sforza di compiere ciò che ci è stato richiesto
come cristiani, rendendo testimonianza
agli insegnamenti ricevuti. E
con la consapevolezza dell’enormità di
quanto ci viene domandato, di quanto
sia «contro natura», di quanto sia fuori
da questo mondo. Però non ci è chiesto
di capire, ma di avere fiducia e di
non vergognarci di chiedere aiuto a Colui
che ci indica tale via, anche quando
essa sembra fuori della nostra portata.
Sta scritto: «Non si può servire insieme
Dio e mammona» (Lc 13, 16). Oggi,
parafrasando, potremmo dire: non si
può servire, nello stesso tempo, Dio e
Machiavelli. Nel vangelo non esistono
fini che giustifichino i mezzi.
Too ai comunisti che votano contro
la guerra. Se oggi qualcuno (che si
riconosce in una ideologia che, per quasi
un secolo, ha predicato l’ateismo e la
legittimità di contrastare con la violenza
le violenze subite) si batte contro la
guerra, questo non dovrebbe essere motivo
di gioia? Oppure preferiamo cercare
conforto ai nostri tentennamenti,
coltivando il dubbio che sia ipocrita ed
agisca per sordidi secondi fini?
Non dovrebbe essere nostro dovere di
cristiani incoraggiarlo a proseguire sulla
buona strada, invece di disprezzarlo
per gli errori che, tra l’altro, non lui, ma
il suo gruppo può avere commesso? Se
un ateo crede nella solidarietà, nella
giustizia e nella pace, non sarà forse
che crede pure in Dio, anche se ancora
non lo dice?
«Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore
convertito che per 99 giusti che
non hanno bisogno di penitenza» (Lc
15, 7)… Cerchiamo anche noi, almeno,
di desiderare questa gioia.

GIANCARLO TELLOLI