DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

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LOTTE DI SUCCESSIONE

Colonia francese dalla fine del secolo
XIX, la Costa d’Avorio ottenne l’indipendenza
nel 1960. La stabilità politica,
garantita all’autoritarismo patealista
del presidente Félix Houphouët-
Boigny, e la manodopera a buon mercato
attirarono nel paese gli investimenti
inteazionali, procurando una
crescita economica pari quasi al 10%
annuo. Ma a partire dal 1979, tale crescita
fu azzerata dalla recessione dell’Occidente:
il debito estero fu quadruplicato,
siccità e calo dei prezzi dei prodotti
di esportazione (cacao, caffè,
cotone, zucchero…) aggravarono la crisi
economica del paese.
Gli «aggiustamenti strutturali» imposti
dal Fondo monetario per raddrizzare
la situazione appannarono la figura
del presidente, che nel 1990 aprì la
strada alla democrazia pluralistica.
Nel 1993, la morte di Boigny (88 anni,
33 di potere incontrastato) innescò
la lotta per la successione. Lo sostituì il
presidente dell’Assemblea nazionale,
Henri Konan-Bédié, che costrinse il contendente,
il primo ministro Alassane
Ouattara, a dare le dimissioni. Passato
all’opposizione, questi fondò il Raggruppamento
dei repubblicani (Rdr), appoggiandosi
a musulmani e stranieri. Ma
le elezioni presidenziali del 1995, boicottate
dall’opposizione, furono stravinte
da Bédié, che, per mettere del tutto
fuori il suo rivale, fece una legge, poi
inserita nella costituzione e approvata
con referendum, che dichiarava ineleggibile
alla presidenza chi non avesse entrambi
i genitori di origine avoriana.
Nato nel nord della Costa d’Avorio
(1942), ma da un capo tradizionale
dell’Alto Volta (oggi Burkina Faso),
Ouattara trascorse la giovinezza nel
paese paterno, studiò negli Usa e lavorò
nel Fmi come voltaico, finché riapparve
sulla scena politica avoriana nel 1982.
I suoi avversari lo dicono «venuto non
si sa da dove»; ma lui sostiene che gli
si nega la candidatura alla presidenza
«perché musulmano e uomo del nord».
Nelle varie tornate elettorali (presidenziali,
parlamentari e municipali), lo
sventolio della bandiera dell’«avorianità
» da parte dei politici continuò a
esasperare le tensioni, provocando
scontri etnici e religiosi: tra il 1999 e il
2000 si sono avute oltre 300 vittime,
senza contare il danno economico causato
dalla fuga di decine di migliaia di
lavoratori stranieri. In tale contesto, nel
natale 1999, avvenne il colpo di stato
militare, in cui il generale Guéi s’impose
come garante dell’ordine. Salutato da
Ouattara e compagni come «una rivoluzione
dei garofani», tale evento aggravò
i disordini, rischiando di sfociare in
guerra civile.
Alle elezioni presidenziali dell’ottobre
2000, boicottate dall’opposizione,
Guéi si dichiarò vincitore, ma le
proteste scoppiate in varie città e il responso
del Comitato per le elezioni diedero
ragione allo sfidante, Laurent
Gbagbo, capo del Fronte popolare avoriano,
eletto col 59,3% dei voti.
Per ricomporre l’unità del paese,
Gbagbo convocò un Forum per la riconciliazione
nazionale, che si svolse da ottobre
a dicembre 2001. I 750 rappresentanti
di partiti, gruppi religiosi, sindacati,
amministrazioni locali e
associazioni varie hanno esposto le proprie
idee e suggerito soluzioni per risolvere
la crisi sociale, politica ed economica
del paese. Le proposte sono state
consegnate al presidente, cui spetta
metterle in atto. Tra le varie raccomandazioni
figura anche quella di restituire
piena cittadinanza avoriana a Ouattara.
La calma sembra tornata nel paese;
ma Ouattara continua a pestare i piedi,
reclamando nuove elezioni.

Benedetto Bellesi