Rivista Missioni Consolata – 121 anni

DAL 1899 L’UMANITÀ IN PRIMA PAGINA

L’EMIRO NON BADA A SPESE

Dubai, uno dei sette Emirati Arabi Uniti.
Brillano l’oro biondo e, soprattutto,
quello nero, ossia il petrolio.
E moltissimo è cambiato
sia a Dubai-città sia a Dubai-emirato.
In maggioranza la popolazione
non è araba, ma europea, americana,
asiatica. Ma gli arabi, con gli sceicchi
in testa, dettano legge.

Se, dall’Italia, viaggiate con la compagnia aerea Emirates
(rinomata per comfort ed efficienza), il
volo vi sembrerà breve. Oltre a giornali, vi distribuiscono
subito cuffie particolari per telefonare a
terra. Inoltre lo schienale della poltrona, anteriore alla
vostra, ha un mini schermo televisivo…
Dove stiamo andando? Negli Emirati Arabi Uniti e,
precisamente, a Dubai, sulla «costa dei pirati» della penisola
arabica, antico crocevia fra le Indie e l’Africa…
Atterriamo, salutati da un’orchestra di violini.

UN VILLAGGIO DI PESCATORI
Dubai iniziò a identificarsi come entità verso il 1830,
dopo la separazione da Abu Dahbi. Ma, per il resto del
secolo, rimase un villaggio di pescatori di perle, con una
piccola comunità di mercanti.
Nel 1892 Dubai ed altri sei emirati
(vedi «note storiche») divennero
un «protettorato britannico». Lo
scopo di Londra era di controllare
un’area vitale per la protezione del
suo impero in India.
Verso la fine dell’800, la famiglia
regnante di Dubai (Al-Maktum, discendente
dalla confederazione tribale
dei Bani Yas) attirò i commercianti
dalla Persia e dal vicino emirato
di Sharjah. Nel 1903 Dubai
ottenne dall’Impero britannico una
linea di battelli a vapore, che permise
legami regolari con Inghilterra,
India e Golfo centro-settentrionale,
determinando una rapida crescita
economica.
Nel 1939 vi fu un’altra scelta decisiva
per la crescita di Dubai: la trasformazione
dell’attività principale
delle perle, voluta dal capo Rashid
Bin Saeed Al-Maktum, a causa del
crollo del loro commercio. L’emirato
divenne un centro di «riesportazione
» (de facto contrabbando) dell’oro
in India. Il traffico assicurò ingenti
proventi a Dubai negli anni ’60
del secolo trascorso.
Nel 1966 fu scoperto il petrolio: il
secondo «oro» di Dubai, cacio sui
maccheroni… I proventi accelerarono
la modeizzazione e aumentarono
i profitti del commercio, la base
della ricchezza della città.
Nel 1968 la Gran Bretagna scaricò
una doccia scozzese sugli sceicchi
della regione, con l’annuncio del
suo ritiro dal Golfo nel 1971. I capi
locali, scioccati, fecero fallire il progetto
inglese della federazione dei
sette emirati, più il Bahrain e Qatar.
Motivo del contendere, la definizione
delle frontiere. Già prima del
protettorato, fin dall’XI secolo, questi
staterelli erano deboli e in perenne
guerra per strapparsi il territorio:
sceicchi sciocchi che, con le loro liti,
favorirono il divide et impera della
potenza coloniale.
La longa manus di Londra, con la
sua diplomazia, riuscì a costituire
nel 1971 una federazione di sette emirati:
gli Emirati Arabi Uniti, appunto,
fra cui Dubai. Il loro potere
è assoluto.

CITTÀ ED EMIRATO
Non esistono partiti politici, per
rappresentare e difendere categorie
sociali o protestare di fronte a squilibri
e basso tenore di vita. Lo sceicco
di Dubai ha sottoscritto un tacito
patto con i sudditi: il loro consenso
in cambio di benessere generale e, in
particolare (sogno di tutti i paesi desertici),
della progressiva trasformazione
del territorio in giardino.
Gli abitanti autoctoni di Dubai
sono una minoranza; non lavorano
«materialmente», ma per lo più organizzano
i lavoratori stranieri, specie
asiatici. Gli stranieri, «padroni»
in affari, possono soltanto essere soci
con meno del 50% del capitale
delle imprese.
Quanto all’ambiente ed urbanistica,
Dubai è il fiore all’occhiello
dell’emirato: per giardini, aiuole e
parchi, con prati all’inglese, fiori e
palme («oro verde» in una regione
desertica). Le facciate dei modei
palazzi sono illuminate, con gusto
oamentale arabo-beduino, da collane
e ghirlande di lampadine; lungo
le strade i lampioni hanno lo stelo
cosparso di luci e (ultimo tocco di
fiaba esotica) le palme si presentano
con il fusto tempestato di lampadine.
La città vanta uno dei più bei panorami
urbani della regione ed è la
più vivace del Golfo Persico.
Grazie al florilegio di spazi verdi,
è aumentata anche la piovosità, in una
regione naturalmente arida.
Quali risorse permettono di affrontare
spese astronomiche per edificare
palazzi e creare il verde sulla
sabbia? (Ci sono pure campi da
golf – i primi del Medio Oriente – e
il palazzo del ghiaccio in un clima
che raggiunge i 50° a luglio-agosto).
Risposta: soprattutto il petrolio, uno
degli ori di Dubai, oltre a gas naturale,
commercio e turismo, di cui
l’emirato è leader nella regione. Fiorente
la pesca, che un tempo aveva
un risvolto nobile e ardito: quello
dei pescatori di perle.
Il commercio mette a disposizione
numerosi articoli a prezzi convenienti:
l’oro ha un mercato (il Gold
Souk, luccicante di fittissime e sfarzose
vetrine), che è uno dei più grandi
empori mondiali per l’oro al dettaglio;
offre dai lingotti ai giornielli più
lavorati e ricercati. Gli antiquari di
Dubai offrono anche monili e suppellettili
arabo-beduine. Inoltre orologi,
apparecchiature elettroniche
e fotografiche, tessuti, tappeti (specialmente
persiani, che si acquistano
molto bene), profumi.
Il profumo esala dai cosmetici e
dal mercato delle spezie, tipico delle
città arabe, dove si sentono (in un
dedalo di angusti vicoletti) gli intensi
aromi dei chiodi di garofano,
cardamomo, cannella, incenso.
Dubai è una seconda Mecca… degli
acquisti.

UN CROCEVIA DI POPOLI
Dubai conta 700 mila abitanti,
all’80% stranieri: quindi è assai cosmopolita.
Numerosi gli indiani e i
pakistani, mentre sono statunitensi e
inglesi i tecnici delle imprese che
hanno compiuto le più importanti opere
industriali. Lingua ufficiale è
l’arabo, ma ovunque è capito l’inglese;
si parla anche il parsi (lingua
persiana) e persino l’urdu, dati i pakistani.
La religione è l’islam al 95%, con
un 3,8% di cristiani. Questi (quasi
tutti stranieri) costituiscono una presenza
discreta e godono di libertà di
culto; ma è vietato il proselitismo.
Negli altri emirati si registra il tentativo
di convertire tutti all’islam.
I musulmani sono sunniti della
scuola malikita o hanbalita. Molti
hanbaliti sono wahabbiti, non rigorosi
come in Arabia Saudita. Non
mancano musulmani ibaditi e sciiti:
gli ultimi discendono probabilmente
dai mercanti e lavoratori giunti
dalla Persia tra fine ’800 e inizi ’900.
La criminalità è pressoché inesistente.
Pertanto si respira aria di benessere
nella sicurezza e, tenendo
conto della modeità, c’è un’atmosfera
alla «Montecarlo» con fascino
arabo.
L’atteggiamento verso l’occidente
non è improntato a nazionalismo
o ad una religiosità fanatica e intollerante,
ma è favorevole, maggiormente
dopo la guerra del Golfo nel
1990-91, quando gli Emirati foirono
truppe alla coalizione anti-irachena.
Ciò non di meno, Dubai intrattiene
buoni rapporti con l’Iran,
che risalgono a livello culturale ed economico
alla metà del 1700.
In complesso gli Emirati, dall’indipendenza
ad oggi, sono stati uno
dei più stabili e tranquilli paesi del
mondo arabo. La stessa posizione
geografica, in un golfo per 5 mila anni
teatro di intensi commerci, ha favorito
la mescolanza di culture ed
etnie e, quindi, la tolleranza per al-
tri stili di vita.
Qui si sono incontrati popoli provenienti
dal Mediterraneo e dal Mar
Rosso con egizi, greci, romani, africani
orientali; da nord sono giunte
le civiltà medio-orientali della Mesopotamia
e da est la Persia, il Pakistan,
la Valle dell’Indo e la Cina.

VECCHIO E NUOVO
Pur con gli standards urbanistici e
le imprese occidentali, all’interno di
Dubai hanno ancora autorevolezza
i vecchi capi, i cui antenati appartenevano
ai Bani Yas, detentori del potere
fra le tribù beduine fino al 1971.
Oggi rappresentano la famiglia regnante
di Dubai e Abu Dahbi, l’emirato
più vasto e ricco di petrolio,
dispensatore di aiuti ai paesi arabi
poveri.
La città di Dubai colpisce per i
grandi alberghi, che fanno a gara in
comodità ed eleganza, ma anche in
estro architettonico e arredi: la hall
di uno accoglie l’ospite con una scenografia
che ricorda l’oasi (modeamente
e tecnologicamente interpretata)
e un ristorante ruota lentamente
su se stesso, consentendo in
un’ora la vista completa della città.
L’aria condizionata è al massimo, al
punto da sentirsi a disagio.
Visitando Dubai vecchia, si scopre
che il condizionamento dell’aria
era già un successo del passato. Nel
Golfo Persico, ad esempio, «le torri
del vento» erano «campanili», che
nella parte superiore catturavano il
vento, diminuendo in quella inferiore
(abitata) la temperatura di 10-
15°. L’arieggiamento della casa si aveva,
negli anni ’50, anche nelle abitazioni
barasti, di canne e foglie di
palma, dove il vento non penetrava,
ma la circolazione dell’aria dava frescura.
Se si vuole però conoscere il passato
tradizionale e il recente sviluppo
di Dubai, bisogna recarsi al museo,
molto ricco e ottimamente realizzato
nel vecchio forte Al Fahidi.
È possibile vedere reperti archeologici
di 4 mila anni, immagini di vecchi
pescatori di perle, delle fasi dell’exploit
petrolifero, nonché una
completa e meticolosa ricostruzione
della vita dei beduini nel deserto: abitazioni,
abiti, utensili e persino…
sabbia, palme, cielo stellato. Incuriosiscono
gli animali di questa cultura
nomade; le attività consistevano
nell’allevamento di dromedari,
nell’agricoltura oasica, nei saccheggi
tribali e nella protezione (dietro
pagamento) delle carovane di mercanti
che attraversavano il territorio.
Un aspetto caratteristico di Dubai
è anche il creek, un’insenatura del
golfo nell’abitato, che divide in due
il capoluogo. Le rive pittoresche sono
punteggiate da dhows, antiche
imbarcazioni in legno che da generazioni
salpano verso i porti del
Golfo Persico, dell’India e dell’Africa
Orientale. Il creek, che si configura
come un porto-canale, è oggi
attraversabile anche con gli abra, i
taxi acquatici di Dubai.

A ROMPICOLLO SUL DESERTO
L’hinterland di Dubai è un bassopiano
desertico, che permette interessanti
ed esotiche escursioni.
Si parte in fuoristrada e ci si avventura
verso le dune. Per strada,
dove l’ambiente è più aperto e sabbioso,
si incontra il «dromedario-
dromo»: è lo stadio con la pista per
le corse dei dromedari, che rappresentano
lo sport più seguito e anticipa
il regno della sabbia. Ma, prima
di raggiungere le grandi dune, ci imbattiamo
in altri dromedari, anche
piccoli. È un allevamento, giustificato
dall’uso sportivo e da ragioni di
trasporto.
Durante la sosta si avverte un netto
cambiamento di clima rispetto a
Dubai: è più asciutto e leggero, con
una brezza piacevole. Sulla costa invece,
da maggio a settembre, i 40°
sono comuni, con un’alta umidità.
Nei mesi invernali il clima è ottimo,
anche se talora molto ventoso, e nel
deserto si raggiungono i 15°.
Ancora un breve tratto di pista…
e il fuoristrada Toyota Land Cruiser
100 si lancia in un saliscendi mozzafiato
sui fianchi e sulla cresta delle
morbide e grandi dune, che abbiamo
ormai raggiunto. L’auto arranca,
slitta, si riprende, sale in cresta e si
tuffa come nel vuoto verso la base
delle dune, «derapando»…
È il tramonto, l’ora delle emozioni
silenziose di fronte al disco del sole,
che cala dietro le dune…
Raggiungiamo un accampamento
beduino per una cena con cai alla
griglia, sdraiati sulle stuoie e sotto la
tenda dei nomadi, come nella ricostruzione
del museo di Dubai. La
«danza del ventre», la musica incalzante
e fascinosa accendono tra le
dune un’atmosfera da «mille e una
notte». In noi si riaccende, improvvisa
e immutata, la passione per il
deserto e il mondo arabo, dopo 34
anni dalla prima esperienza nel
Sahara: come se il tempo
si fosse fermato e il cuore
fosse rimasto laggiù.

Superficie: 83.OOO kmq.
Capitale della federazione: Abu Dhabi;
ogni emirato ha pure la sua capitale.
Abitanti: 2.600.000 (circa). Prevalgono
i maschi, che costituiscono circa
i 2/3 della popolazione: ciò dipende
dal forte afflusso di stranieri per
motivi di lavoro, che superano abbondantemente
gli autoctoni.
Lingua: arabo (e inglese).
Religione: islam al 95% (con una forte
prevalenza di sunniti su sciiti) e cristianesimo
al 3,8% (i cristiani
sono quasi esclusivamente stranieri).
Ordinamento dello stato: federazione
di monarchie ereditarie.
Il paese, ex protettorato britannico,
è governato dal Consiglio
supremo dei sovrani, cioè i sette
emiri, ognuno dei quali gode di
potere assoluto nel proprio territorio.
Le forze armate degli emirati
sono unificate. Nel 1997-
2000 il paese ha acquistato armamenti
per 4,2 miliardi di
dollari. Il sistema giudiziario si
basa sulla legge islamica (sharia).
Vige la pena di morte.
Economia: la risorsa numero uno è il
petrolio, seguito da oro e gas naturale.
L’agricoltura si pratica nelle oasi,
con datteri, agrumi, pomodori. Si allevano
dromedari. Notevoli gli investimenti
per incrementare le risorse idriche
con impianti di dissalazione. In
crescita il turismo internazionale, prima
dell’11 settembre 2001.
Indicatori economici: reddito pro capite:
14.700 di $; inflazione 3,3%, debito
estero 3.900 miliardi di $; analfabeti
20% (dati del 1996-1998).

LA SVOLTA DEL PETROLIO
Si chiamano «Emirati Arabi Uniti» e sono sette: Abu Dahbi
(l’emirato maggiore), Dubai, Sharjah, Ajman, Umm Al
Qaiwain, Ras Al Khaimah, Fujayrah. Il paese, come altri
nel Golfo Persico, è oggi all’avanguardia della modeità,
una modeità raggiunta negli ultimi 30 anni grazie al petrolio.
Il contrasto tra «vecchio» e «nuovo» è la caratteristica
preminente e peculiare di questi paesi, che sono però di
antico insediamento umano.
Gli emirati furono abitati (anche nell’entroterra) fin dall’età
del bronzo, nel terzo millennio A.C. Allora il clima era
molto più temperato di quello attuale. Le popolazioni ricevettero
importanti influssi culturali anche da altri popoli.
La regione si riaffacciò alla storia nel 635, l’anno della
totale islamizzazione della penisola araba: l’islam adottato
fu quello sunnita. Già nei secoli precedenti l’economia
era legata alla posizione di crocevia commerciale. Durante
il Medioevo gli Emirati fecero parte del regno di Hormuz,
che controllava l’ingresso nel Golfo Persico e i relativi commerci.
Agli europei la regione fu per la prima volta descritta dal
navigatore portoghese Vasco da Gama nel 1498, quando
dominava l’emirato di Julfar. I connazionali si installarono
nel basso Golfo Persico, tassando il fiorente commercio con
l’India e l’Estremo Oriente e sostituendo l’onnipresente Compagnia
britannica delle Indie orientali. Dopo il loro ritiro,
nel 1633 subentrarono gli imam Al-Ya’ribi dell’Oman, mentre
dalla metà del XVIII secolo la zona finì sotto l’influenza
della Persia. In questo periodo divenne nota come «la costa
dei pirati».
Dopo il protettorato britannico (1892-1971), si fece strada
l’idea di federazione. Intanto, a partire dagli anni ’60,
sulla regione zampillava l’oro nero. E la modeizzazione
fu rapida. Ondate migratorie da Egitto, Pakistan, ecc. formarono
una popolazione eterogenea. Nel 1993 gli arabi
erano appena un quarto del totale.
Nel conflitto tra Iran e Iraq (anni ’80) gli Emirati appoggiarono
l’Iraq, per scongiurare l’iranizzazione del loro paese.
Nella successiva guerra del Golfo Persico si schierarono
con gli Stati Uniti e alleati contro Saddam Hussein.
Nel 1994 fu imposta la legge islamica (sharia). Non sono
mancate violazioni dei diritti umani. Nel 2000 l’emirato
di Fujayrah condannò un’indonesiana alla lapidazione:
un castigo raramente somministrato nel paese. Gli Emirati,
con Arabia Saudita e Pakistan, riconobbero il regime dei
talebani in Afghanistan…
Sono retti dal Consiglio supremo, composto dai sette emiri
dei rispettivi emirati. Primo ministro è Maktum Bin Rashid-
Al Maktum, sovrano anche di Dubai.

Arcadio Corradini