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La terra del latte e del miele

Sono circa 3 milioni i filippini
emigrati negli Stati Uniti.
Ne abbiamo parlato
con la dottoressa Lacanlale,
console generale delle Filippine
a New York.

Vi sono circa 3 milioni i filippini
negli Stati Uniti, concentrati
soprattutto in due
grandi Califoia e New York.
Mentre i filippini in Califoia svolgono
svariati lavori, a New York si
concentrano i professionisti (avvocati,
medici, manager, specialisti in
computer, infermieri, maestri, tecnici).
Nella «Grande mela» i filippini
sono presenti specialmente nei
quartieri di Manhattan, Woodside,
Hillcrest, Jackson Heights, Jersey
City e Ridgewood. Di loro abbiamo
parlato con il console generale
delle Filippine, la dottoressa
Linglingay Lacanlale, nel suo ufficio
presso le Nazioni Unite.

Lei ha menzionato che nella zona
metropolitana vi sono più o meno
400.000 filippini. Come console,
quale ruolo si prefigge di raggiungere
con loro?
«Il consolato generale filippino a
New York ha aperto una sede nel
1946, quando le Filippine e gli Stati
Uniti erano appena usciti vittoriosi
dalla guerra nel Pacifico. A quel
tempo lo scopo principale delle
Filippine era promuovere un’attività commerciale tra le due nazioni
ed assicurare gli interessi americani
in Asia attraverso la cooperazione
dei suoi alleati.
Da quell’anno le prospettive sono
molto cambiate. Anche se l’attività
commerciale tra Stati Uniti e
Filippine rimane sempre una priorità,
ora la parte principale del nostro
lavoro consiste nell’assistere i
nostri immigrati e fare sì che acquistino
sempre più importanza politica,
economica e sociale in questo
paese. Inoltre, ci siamo assunti un
altro importante impegno: dato che
i filippini provengono da oltre
7.000 isole, il consolato vuole essere
una forza unificatrice tra tutti.
Non ultimo, il consolato sollecita
i filippini che risiedono a New
York a fornire personale, finanziamenti
e contatti politici per alleviare
la povertà delle Filippine, che
colpisce soprattutto i giovani privandoli
così di un futuro».

L’altro giorno, mentre visitavo
un malato all’ospedale Mt. Sinai a
Manhattan, ho incontrato il suo
medico, Demetrio Cordero, un filippino.
Questi mi ha spiegato che
andare in America è da sempre la
più grande ambizione della maggioranza
dei filippini che studiano
medicina a Manila.
Per loro gli Stati Uniti sono «la
terra del latte e del miele» dove
vengono in cerca di una utopia, una
terra promessa che soddisferebbe
ogni loro sogno e ripagherebbe anni
di stenti e sacrifici. Un suo commento,
dottoressa?
«Tra il 1970 e il 1980 gli Stati
Uniti hanno sperimentato una scarsità
di medici, che hanno superato
approfittando dell’aspirazione filippina.
D’altronde, chi non vorrebbe
avere nel proprio ospedale o
clinica un medico a paga modesta?
I filippini, infatti, non costavano
troppo, non pretendevano tanto e
si adattavano facilmente.
Già dagli anni Sessanta l’emigrazione
negli Stati Uniti di medici e
studenti filippini di medicina iniziò
ad aumentare, anche se a quel tempo
pochissimi lo notavano. Poi con
l’approvazione della legge sull’im-
migrazione (emanata nel 1965) migliaia
di studenti di medicina entrarono
in questo paese.
Ricordo che in uno studio filippino
condotto negli anni Ottanta, si
citavano vari motivi per lasciare la
patria in così grande numero: la superiorità
della scuola medica statunitense,
l’opportunità di migliorare
la medicina delle Filippine, l’interesse
e la curiosità verso gli Stati
Uniti, l’alto stipendio che si otteneva
in questo paese, il prestigio sociale
e professionale che si aveva ritornando
nelle Filippine, e non ultimo
la possibilità di scappare dalle
angustie politiche, sociali ed economiche
che affliggevano il paese natio.
Basta che lei chieda a qualsiasi
medico o infermiera o manager per
capire cosa intendo dire».

Nel cuore di Manhattan vi è il
centro della comunità filippina
composto dalla missione alle
Nazione Unite, dal consolato generale,
dall’ufficio del turismo e
quello del commercio e dal centro
culturale. Lei, signora Lacanlale, si
è fatta un nome tra i filippini per
promuovere i giovani e sollecitarli
ad entrare nel mondo dell’arte.
Vuole dirci qualcosa al riguardo?
«Ben volentieri. Ho seguito con
particolare orgoglio e piacere l’artista
filippina oggi forse più nota nel
mondo, Lea Salonga, che ha coperto
ruoli importanti negli acclamatissimi
musicals “Miss Saigon” e
“Les Miserables”. L’ho conosciuta
a Manila (dove è nata il 22 febbraio
1971) e l’ho assistita quando si è imposta
come cantante. Ho anche conosciuto
suo fratello Gerard, anche
lui noto artista (ha composto il musical
“Halimaw”).
Negli Stati Uniti ho aiutato i cantanti
Gloria Pain, Ray Ann Fuentes,
Gary Valenciano Leah Navarro,
Eugene Villaluz, il pianista Sunico,
il violinista Romero e vari folk dancers.
Tutti questi artisti possono trovare
facilmente lavoro in America e
nel mondo.
Poiché i costi e le spese sono elevati,
è chiaro che la maggioranza di
essi proviene in prevalenza dalle famiglie
ricche del paese. Altri avrebbero
la capacità e la voglia, ma non
hanno i mezzi. Quando mi chiamano,
li aiuto volentieri e assicuro loro
che in America possono realizzare
il loro sogno se lo perseguono
con tenacia, buona volontà e facendosi
amici gli altri colleghi. Mi sento
realizzata quando si impegnano
e poi riescono a sfondare. È un onore
per loro e le Filippine».

Roosvelt Avenue nel Queens è il
centro dell’economia filippina a
New York. Ci sono varie agenzie di
viaggio e studi professionali, negozi,
imprese di costruzione e trasporto,
industrie tessili. Non è facile
per gli immigrati affermarsi in
un paese competitivo e regimentato
come l’America. Come si comportano
i suoi connazionali?
«Una parte degli immigrati filippini,
consci della loro preparazione
accademica, vuole essere indipendente
e creare qualcosa in proprio.
I più decisi si staccano dalle imprese
dove lavorano come dipendenti
e diventano imprenditori.
Secondo l’ultimo censimento economico
condotto nel 1997, gli americani
di origine asiatica posseggono
il 3,8 per cento di tutte le aziende
commerciali statunitensi, cioè un totale
di 476.711 ditte. Di queste, i filippini
sono proprietari di sole 50
mila, che danno un incasso di tre milioni
di dollari annui. Se Califoia
e Hawaii mantengono il record più
elevato, New York, Pennsylvania e
New Jersey vengono subito dopo.
Nel complesso, le minoranze residenti
in Usa attualmente hanno la
percentuale più bassa come proprietari
di compagnie, e i filippini in
particolare. Le ragioni di questo ritardo,
a mio avviso, dipendono da
vari fattori: divisioni tra gli stessi
connazionali, carenza di cultura
tecnologica, corruzione, scarsa preparazione
nel marketing e nella pianificazione.
Sovente mancano anche
un po’ di coraggio e la perspicacia
di cogliere le opportunità e
affrontare i rischi. In questo noi filippini
dobbiamo imparare molto
dagli americani».

Come in tutte le parti del mondo,
i genitori e i nonni tendono a seguire
il destino dei loro figli e nipoti.
Una volta emigrati in USA,
come si adattano gli anziani filippini
e come spendono il loro tempo?
«Sono in America perché vengono
chiamati dai loro figli. Dapprima
sono felici di essere qui, ma poi diventano
scontenti, anche se stanno
con le loro famiglie. A mio avviso le
ragioni di questa insoddisfazione
sono principalmente tre.
Per prima cosa, la classe media
delle Filippine ha sempre della servitù
che vive con la famiglia e che
svolge moltissime mansioni: lava,
cucina, pulisce la casa, accudisce i
bambini. Qui in America questo lavoro
lo svolgono gli anziani, mentre
i figli vanno a lavorare e comunque
qui non potrebbero permettersi di
avere del personale di servizio.
Una seconda ragione, più profonda,
riflette le differenze tra le due
culture. I figli e nipoti cresciuti in
America hanno un modo di vedere,
pensare ed agire sovente opposto a
quello dei loro genitori e nonni. Per
esempio, nelle Filippine si mangiano
tre pasti regolari, consumati con
calma, ad orario fisso e in casa. Qui
i pasti si consumano in fretta, ad
orari differenti e fuori casa.
I giovani nelle Filippine sono rispettosi
ed ossequienti verso i loro
genitori ed anziani, mentre qui si
credono indipendenti ed agiscono
di conseguenza, anche in campo
morale: non praticano la loro religione
in modo fedele come avviene
nelle Filippine; molti non si sposano
neppure in chiesa e il divorzio
diventa sempre più accettato. Nel
mondo esistono solo due paesi dove
il divorzio non è ammesso: Malta
e le Filippine.
Una terza difficoltà è che non si
adattano a vivere con persone di
cultura e razza diversa. Le evitano
rimanendo isolati nelle loro case,
frequentando i loro connazionali, e
interessandosi solo del loro paese di
origine attraverso la lettura di giornali
e riviste, programmi televisivi e
radiofonici e il contatto telefonico
con le famiglie rimaste in patria.
Sono particolarmente interessati alle
vicende politiche del loro paese.
A volte sarebbero tentati di ritornarvi,
ma non lo fanno perché l’economia
non migliora e la corruzione
non si riduce.
Quando leggono i giornali americani,
di solito corrono subito a vedere
quanto valgono i loro pesos rispetto
al dollaro e cosa dice il loro
presidente. Sono amareggiati, per
esempio, che ora ci vogliono 50 pesos
per fare un dollaro.
Però sono anche compiaciuti che
il precedente presidente, Joseph
Estrada, corrottissimo, sia stato finalmente
rimpiazzato dal nuovo,
Gloria Macapagal Arroyo, che apprezzano,
perché è una donna che
si batte per i poveri.
E non solo a parole».

E LO STIPENDIO VA A MANILA
«Nella città di New York vi sono circa 7 mila infermiere
filippine e sono considerate le migliori
nella loro professione» mi assicura Denise
Lane, che rappresenta l’associazione infermieristica
del prestigioso ospedale di Manhattan “New
York Medical Center”. «Dopo la laurea conseguita
nelle Filippine, lavorano per due o tre anni e poi
sono facilmente assunte dagli ospedali americani».
Denise non nasconde le condizioni difficili in cui
le infermiere lavorano: svolgono due o tre tui
consecutivi (compresi quelli nottui e serali); debbono
adattarsi a vivere strette in tre o quattro in
una piccola stanza assegnata loro dall’ospedale, e
soprattutto debbono fare ore di straordinario per
guadagnare denaro sufficiente per pagarsi le spese
e per mantenere le loro famiglie nelle Filippine.
«Però, nonostante il tantissimo lavoro, sono sempre
pronte a collaborare con il personale e sono
molto gentili verso i pazienti e i loro familiari».
Marylin Zameli e Amelia Deglate sono arrivate
in America circa 10 anni fa.
«La maggioranza delle infermiere filippine si sentono
aggravate da una doppia responsabilità» spiega
Zameli. «Per prima cosa, devono pagare i debiti
accumulati in anni di studio nelle università filippine
e, in secondo luogo, mantenere le loro
famiglie in patria. È abbastanza comune per un’infermiera
spedire 1.000 dollari al mese ai suoi vecchi
genitori nelle Filippine. E questo produce non
poche conseguenze sulla vita della persona».
«Conosco un’infermiera che ha dovuto comprarsi
un’automobile per recarsi al lavoro e ha dovuto
pertanto rifiutare di finanziare il matrimonio del
fratello, situazione che le ha creato un complesso
di colpa gravissimo» ha precisato Zameli. «E so di
un’altra collega che ha dovuto posporre il suo matrimonio
col fidanzato americano, perché si era impegnata
a far studiare il fratello e la sorella all’università
di Bacolod, dove anche lei aveva studiato
».
Appena arrivate, Marylin e Amelia hanno dovuto
combattere parecchio per adattarsi al lavoro e
alle altre infermiere non filippine.
«Non è uno scherzo essere separate dalle persone
che ami – ammette Amelia -. Per noi che siamo
nate e cresciute per vivere in famiglia e con le colleghe
ed amiche, cioè sempre circondate da gente
che ti conosce, apprezza ed ama, l’isolamento del
mondo infermieristico americano può essere devastante.
E bisogna aggiungere che, oltre a questa
emarginazione, devi vestire, agire e pensare secondo
il modo sociale e professionale dell’ambiente
dove lavori».
Nelle Filippine Marylin e Amelia, come tutte le loro
connazionali sono state educate a rispettare le
colleghe e a non intralciare il loro lavoro. «Qui in
America ho provato sovente il contrario ed ho capito
che, quando sei discriminata, devi parlare chiaro
e farti sentire, altrimenti ti mettono sotto i piedi
– dichiara Zameli -. Il problema è che pure alcune
infermiere filippine, che lavorano da tanti anni
in America, hanno imparato a discriminare ed è penoso
quando questo lo fanno anche a noi».
Per fortuna Marylin e Amelia hanno saputo trasformare
tutte queste difficoltà in trampolini di lancio
per organizzarsi meglio. Hanno capito che l’unione
fa la forza e hanno deciso di fare sempre le
cose assieme; dopo aver studiato nelle stesse università
di Visajas e Mindanao, sono venute assieme
negli Stati Uniti, lavorano nelle stesse sale operatorie,
frequentano gli stessi ristoranti filippini e
partecipano ad attività ed incontri promossi dall’ambasciata
filippina. Nel loro appartamento a
Glendale nel Queens, tra le foto di familiari ed attestati
di lauree, spiccano due grandi onorificenze
ottenute l’anno scorso per essere state tra le migliori
infermiere dell’ospedale Calvary nel Bronx.

LA DIFFERENZA? 300 MILA DOLLARI…
Quando gli chiedo che differenza ci sia tra essere
medico a Manila e a Manhattan, senza
esitazioni mi risponde: «300 mila dollari all’anno…
». Laureatosi nel 1978 all’università di Santo
Toas (UST) di Manila, James Mendez è arrivato
a New York City nel 1981 per specializzarsi in cardiologia
presso l’ospedale di St.Claire. Spiega quella
scelta con il bisogno di uno studio più approfondito,
che le Filippine non gli consentivano.
Nel 1982 viene ammesso per un anno di prova all’ospedale
e l’anno successivo è assunto in pianta
stabile.

«Non mi sono mai pentito di aver lasciato le
Filippine – confessa -. Ho deciso di imparare di più.
L’istruzione medica in America è decisamente superiore,
perché si può applicare subito ciò che si
impara. Ho conosciuto medici che sono tornati a
Manila dall’America e mi hanno sempre colpito per
la loro preparazione accademica e per il loro aggioamento.
Ho voluto essere come loro».
Sebbene si senta fortunato per essersi affermato
negli Stati Uniti ed essere riconosciuto come un
ottimo cardiologo, Mendez confessa di provare
spesso la sensazione profonda ed intima che egli
sarà sempre visto come uno straniero.
«A dire il vero mi sono sempre sentito uguale agli
americani, indiani, europei ed altri per quanto riguarda
la conoscenza medica – spiega -. Tuttavia,
quando sei un filippino, negli Usa senti subito che
non vi appartieni. Puoi assorbire il modo di vivere
americano, ma nel profondo del tuo animo sai benissimo
che non sei uno di loro. Sei cresciuto in un
altro stato, sei un filippino, uno straniero».
Negli ultimi cinque anni il dottor Mendez ha sognato
parecchie volte di tornare per sempre in
patria. «Là potrei fare una vita da milionario. Forse
girare con un autista privato e spendere metà della
mia vita giocando a golf e tennis, e l’altra metà
a curare i pazienti bisognosi della mia assistenza
medica».
Tuttavia ora James è sposato con Consolacion
Diaz, una infermiera di Ilocos Norte che ha conosciuto
nell’ospedale Luna Memorial di Manila.
Hanno avuto tre figli: Marcos, che si sta specializzando
in medicina nelle Filippine, Alan e Patricia
che studiano rispettivamente medicina e avvocatura
a New York, dove hanno voluto rimanere. Ora
anche i genitori preferiscono stare a New York, perché
si sentono più integrati nello stile di vita americana.
Mendez esaudisce il suo desiderio tornando nelle
Filippine due volte all’anno, per visitare la sua
città natale di Pototan Iloilo e offrire aiuti medici
gratuiti ai suoi compaesani con cui si mantiene in
contatto. Quando è nelle Filippine, frequenta la sua
«alma mater» a Manila, che aiuta
finanziariamente come segno
di gratitudine per tutto quello
che gli ha dato e che serve come
consulente medico senza alcuna
contropartita economica.
«I medici filippini sono ottimi e
sarebbero qualificatissimi per lavorare
in America – sostiene il
dottor James -. So che la maggioranza
di loro vorrebbe venire
qui, ma purtroppo oggi la legge
americana è cambiata. Infatti da
qualche anno la quota di immigrazione
concessa alle Filippine
è stata ridotta tantissimo».

Al Barozzi