Afghanistan: Sulle tracce degli Hazara, Storia di una persecuzione

Reportage. Testo e foto di Angelo Calianno |


Quella dell’Afghanistan è una delle tante (troppe) guerre dimenticate. Kabul torna, per pochi istanti, nei telegiornali soltanto in occasione di qualche attentato o quando un profugo afghano approda sulle nostre coste. In questo reportage si racconta del genocidio degli Hazara, etnia di fede sciita. Da secoli discriminati, la loro condizione è peggiorata con il dominio dei Pashtun e con l’arrivo dei talebani e dell’Isis, tutti di fede sunnita.

Bamiyan, 2 marzo 2001.I talebani arrivano con i loro pickup sulla strada principale di Bamiyan, di quella che era la via dei bazar, ormai non rimane altro che rovine e polvere. Sono due anni che gli estremisti hanno preso il controllo di questa zona del massiccio centrale afghano. Qui la popolazione, prevalentemente di etnia hazara, convive con assassinii e violenze quotidiane. I talebani entrano nelle case, trascinano fuori i civili giustiziandoli per strada, davanti agli occhi dei loro cari. Oggi è un giorno ancora diverso, oggi un’ulteriore ferita sarà inflitta a questa terra martoriata. Da circa venti giorni i talebani costringono gli Hazara a perforare le due enormi statue di Buddha, simboli di questa terra e patrimonio mondiale dell’Unesco. Due sculture giganti di 38 e 55 metri presenti qui da circa 1.700 anni. Per secoli il sito è stato meta di pellegrinaggi per i buddhisti di tutto il mondo, le descrizioni delle statue compaiono nei diari di viaggio dei mercanti sulla via della seta e in quelle dei pellegrini cinesi in visita nel 1600.

Una volta completati i fori, i talebani vi piazzano la dinamite e fanno saltare i Buddha. Le statue crollano su se stesse. Una nuvola di polvere avvolge quello che rimane del sito archeologico distrutto in piccoli frammenti di roccia, e, una volta diradata, mostra solo due enormi nicchie semivuote.

I talebani esultano ma, non contenti, radunano venti persone, tutte di etnia hazara, le mettono in  fila davanti al luogo prima occupato dalle statue, e sparano alla nuca di ciascuna. Lasciano i cadaveri lì. È vietato seppellire i corpi per almeno tre giorni: «Serve da monito per gli altri», dicono. Lasciano una pattuglia di ronda su un pickup e si ritirano a prendere un tè nelle case che da due anni abusivamente occupano.

Kabul, 6 dicembre 2017.

È difficile per noi oggi immaginare tutto quest’astio verso un popolo, verso un’etnia, eppure qui continua ogni giorno. Dagli attacchi dei talebani a quelli dell’Isis, i bersagli sono molto spesso i musulmani sciiti, in questo caso gli Hazara.

Quando in Occidente si parla di Afghanistan e di afghani, si tende ad avere un’immagine stereotipata in mente: un uomo dai tratti somatici marcati, barba lunga, carnagione scura. Le cose non stanno esattamente così.

L’immagine che tutti hanno presente è quella dei Pasthun, solo una delle etnie afghane che convive insieme a Tagiki, Uzbeki e, ultimi nella scala sociale, gli Hazara.

Hazara letteralmente vuol dire «mille». Fino al 1880 rappresentavano il 67% di tutta la popolazione afghana, oggi, approssimativamente, il 22%. La tragica riduzione del loro numero è il risultato di uccisioni di massa e fughe in nazioni vicine come il Pakistan (altro luogo dove sono comunque perseguitati) o in qualsiasi altro paese nel quale si possa trovare rifugio. Da molti organi di controllo, come Human Rights Watch, lo sterminio degli Hazara è stato riconosciuto come un vero e proprio genocidio.

I pretesti per un genocidio

L’origine di questo popolo è ancora incerta. Fisiognomicamente gli Hazara sono diversi dalle altre etnie afghane: naso schiacciato e occhi a mandorla, sono più simili agli abitanti delle steppe asiatiche.  Questo è stato uno dei primi motivi della loro discriminazione. Chi da sempre li perseguita, tende a considerarli discendenti delle orde mongole di Gengis Khan arrivate su queste montagne nel 1300. Gli storici hazara, al contrario, affermano di essere originari dell’Afghanistan molto prima di tutte le altre popolazioni. Ma la presunta discendenza mongola non è il problema maggiore per gli Hazara, la principale ragione del loro genocidio o forse il pretesto più usato, è quello religioso: gli Hazara sono sciiti in un paese a maggioranza sunnita.

Prima del regno di Amir Abdul Rahman, durato dal 1880 al 1901, gli Hazara occupavano posizioni importanti. Erano proprietari terrieri e ricchi allevatori. Una volta arrivato al potere Rahman (di etnia pashtun) le tribù sunnite, allora in minoranza, perpetrarono una serie di attacchi e assassinii ai danni degli sciiti.

I Pashtun occuparono le terre più fertili e si impadronirono del bestiame, così la maggior parte degli Hazara emigrò nelle aree più inospitali e difficili da coltivare, la zona del massiccio centrale con capitale Bamiyan, dove risiedono oggi.

Un dato interessante rilevato da alcuni storici è che, prima del regno di Rhaman, la concentrazione maggiore degli Hazara si riscontrava nella zona di Kandahar, oggi completamente pashtun nonché una delle maggiori roccaforti talebane. Se questo dato fosse corretto, proverebbe che quella terra soprannominata oggi «Hazaristan» (o Hazarajat), è solo un luogo dove gli Hazara furono costretti a muoversi molti secoli dopo l’arrivo di Gengis Khan, questo sfaterebbe la teoria della discendenza mongola.

Sotto il regime di Rhaman si tocca l’apice del genocidio, circa il 60% di tutta la popolazione hazara viene eliminata. In questo periodo, in questi anni nasce anche il detto pasthtun, tristemente famoso, che recita: «I Tagichi in Tagikistan, gli Uzbechi in Uzbekistan e gli Hazara in goristan», goristan vuol dire cimitero. Agli inizi del ‘900 metà degli Hazara è quasi scomparsa, quelli rimasti sono relegati alle mansioni più umili: pastori, domestici, spesso veri e propri schiavi.

Si avvia così in tutto il paese un processo di «pashtunizzazione» e tutta l’area dell’Hazarajat  viene tenuta ai margini dello sviluppo nazionale, senza infrastrutture, priva di strade e grandi vie di comunicazione. Fino agli anni ’70 nelle scuole sunnite si propaganda lo sterminio degli Hazara. Gli insegnanti predicano che l’uccisione di qualsiasi Hazara garantisce l’accesso al paradiso.

Arrivano i sovietici

Nel 1979 la Russia invade l’Afghanistan, la persecuzione si placa, c’è un altro nemico contro cui combattere e così, per circa dieci anni, paradossalmente gli Hazara vivono in pace in uno stato in guerra. Anzi, molti di loro combattono fianco a fianco con i mujaidin contro i russi, mostrando grande coraggio.

Scappati i russi però le persecuzioni riprendono. A parte rari casi in cui la presenza di Human Right Watch e Amnesty International registra le uccisioni, non esistono nemmeno documenti ufficiali che attestino gli omicidi di massa. Addirittura anche Ahmad Shah Massoud, il comandante mujaidin ed eroe afghano nella guerra contro i sovietici, viene accusato di aver ordinato diverse rappresaglie ai danni degli Hazara. Le stragi continuano ancora oggi: sono tantissimi gli attacchi recenti in tutto l’Afghanistan. Solo nell’ultimo anno a Kabul, sono stati colpiti due centri culturali e tre moschee sciite, tutte frequentate da Hazara. Questi attentati hanno causato la morte di novantacinque persone e il ferimento di altre centinaia.

Dominio pashtun

Amir è un antropologo originario delle zone rurali attorno a Bamiyan. I talebani, nei primi anni del loro regime, uccisero gran parte della sua famiglia e così lui, con i parenti superstiti, si rifugiò in Pakistan. È tornato in Afghanistan solo tredici mesi fa per lavorare in una tv locale. Lo incontro a Kabul, in un ristorante frequentato solo da Hazara. Mi racconta: «Siamo un popolo pacifico, lo scoprirai quando andrai a vedere Bamiyan e le sue splendide montagne, non è una coincidenza che di tutto l’Afghanistan, quella sia l’unica parte sicura al momento». Perché più sicura?, gli chiedo. «Perché lì sono tutti hazara. Sono i Pashtun a fare la guerra. I talebani sono tutti pashtun, le gang armate sono tutte pashtun, quelli che ci hanno perseguitato sono sempre stati i Pashtun. Ci sono stati anche i Tagiki e gli Uzbeki, che a volte hanno preso parte ai massacri, ma penso sia avvenuto solo per entrare nelle grazie di chi comandava, che erano sempre pashtun».

Amir è quasi incredulo quando gli dico che in Italia, quasi tutti, quando pensano a un uomo afghano, hanno in mente l’immagine del Pashtun e che quasi nessuno sa chi siano gli Hazara. «A me sembra quasi impossibile essere ignorati così. Siamo uno dei popoli più perseguitati della storia. Siamo rimasti in pochissimi: è stato un vero e proprio genocidio».

Gli chiedo il perché. «La religione è una buona scusa per controllare chi deve compiere l’atto materiale dell’omicidio o dell’attacco suicida, com’è successo di recente a Kabul. I sunniti non ci considerano veri musulmani, nemmeno veri esseri umani a dire il vero, ed è risaputo che alcuni di loro hanno fatto voto di eliminarci tutti. Molti di noi hanno già pagato con la vita. Ma la ragione storica è più tribale che religiosa. Le tribù hazara erano numerose, pacifiche e lavoratrici, avevano molte terre da coltivare e migliaia di capi di bestiame. Le prime persecuzioni avvennero per avidità e conquista, si sono protratte fino ad oggi, ma sono certo che, se chiedi a un Pashtun del perché ce l’ha tanto con gli Hazara, non ti saprà dare un valido motivo. Io sono dovuto scappare in Pakistan ma nemmeno lì siamo trattati bene. Ci insultavano ed eravamo oggetti di violenze quotidiane. Agli inizi degli anni 2000 però, non c’era molta scelta, con la mia famiglia dovevamo decidere se morire in Afghanistan o essere bersagliati dal razzismo in Pakistan. La scelta è stata semplice».

Verso Bamiyan, 15 dicembre 2017.

Quando parto per Bamiyan, decido di farlo via terra, ma a un certo punto devo ritornare indietro: la strada che collega Kabul con Bamiyan è occupata dagli scontri tra talebani e militanti dell’Isis, entrambi sunniti ma entrambi interessati al controllo dei campi d’oppio.

Finalmente, con un piccolo aereo da quaranta posti, arrivo a Bamiyan, capoluogo di circa 100 mila abitanti, quasi tutti hazara. La città vecchia oggi è un luogo spettrale, bellissimo e ferito. Siamo nel cuore delle montagne afghane, un’aria sottile a 2.500 metri d’altezza, cime innevate e «case grotta» scavate nella roccia, dove ostinatamente molti continuano a vivere. La prima cosa visibile sono le enormi nicchie vuote dove prima c’erano i Buddha, e poi una lunghissima strada fatta di macerie, resti di colonne, resti di archi: era la strada dei bazar, il cuore pulsante di Bamiyan, oggi solo una strada polverosa. A parte le famiglie che continuano a vivere nelle grotte, il nucleo abitativo si è spostato tutto a valle dove sono sorte nuove case, lasciando la zona storica ancora più abbandonata.

Haji è un uomo di quarantacinque anni ed è stato testimone delle violenze sotto il regime talebano, mi guida attraverso le rovine dei Buddha: «Non abbiamo perso solo le due grandi statue di Buddha quel giorno, ma tantissimi altri reperti, affreschi e grotte dove anticamente vivevano i monaci buddhisti. Prima dei talebani molte delle case grotta erano ancora occupate, poi hanno distrutto tutto. I talebani entravano nelle case, trascinavano fuori gli uomini e a volte anche i ragazzini più grandi e li uccidevano, senza dire nulla, senza un motivo preciso. Qui ne abbiamo contati almeno 300, ma se consideriamo tutti i villaggi, parliamo di migliaia di persone. Sarei dovuto morire anche io in quei giorni, trascinarono fuori anche me, urlavano che non eravamo musulmani. Mia moglie mostrò il sacro corano ma loro lo gettarono via. Quando sentii la pistola puntata dietro la nuca cominciai a pregare e a parlare in pashtun, che avevo imparato lavorando a Kabul. Mi ha salvato quello. Uccisero tutti gli altri in ginocchio accanto a me, altre diciassette persone davanti ai miei occhi».

Gli Hazara non solo sono diversi nei lineamenti del viso e nella fede, ma anche per il ruolo delle donne all’interno della comunità. Qui, pur vivendo ai limiti della povertà, le donne studiano, lavorano, indossano il velo ma non il burqa. Camminando nei pressi dell’università, le ragazze mi salutano e alcune si fermano addirittura a chiacchierare con me, cosa che sarebbe impossibile in città come Kandahar e la sua provincia.

Grazie all’intervento di alcune organizzazioni non governative, pian piano gli Hazara stanno rialzando la testa. I giapponesi hanno costruito le strade, olandesi e tedeschi hanno donato soldi all’università e ai piccoli allevatori con il sistema del microcredito. Finalmente questa gente comincia ad avere una voce, pur rimanendo di fatto la più povera di tutto l’Afghanistan. I giovani hazara sono coscienti della loro storia e hanno un grande senso di rivalsa che li fa eccellere nello studio e nel lavoro.

Una di queste giovani è Najiba, una ragazza di ventidue anni che oggi fa la documentarista per l’Ong francese Geres. È originaria di Bamiyan ma per lavoro si è dovuta spostare a Kabul. Mi racconta: «Siamo molto poveri qui ma le donne hazara non sono discriminate come in tante famiglie pashtun. Non ho mai avuto impedimenti dalla mia famiglia che mi ha sempre incoraggiato. Tramite la scuola ho cominciato a lavorare in una radio locale qui a Bamiyan quando avevo solo tredici anni. Mi sono innamorata del mondo della comunicazione e appena ho potuto, a diciotto anni, ho comprato una telecamera, ho preso delle lezioni di giornalismo e fotografia. I miei primi lavori sono stati proprio sulle donne che vivono qui nelle case-grotta. Per me, donna e hazara, è stato facile avvicinarmi, ma soprattutto è stato importante raccontare la loro storia».

Subito dopo i talebani, con il governo di Karzai, sono arrivati i primi rappresentanti hazara in parlamento. Oggi sono diversi i candidati che proveranno a far sentire la propria presenza nelle prossime elezioni di luglio.

Malgrado questo però, né questo governo, né quello precedente, né tantomeno gli organi internazionali, hanno mai intrapreso un’azione decisa contro la persecuzione degli Hazara: tutti condannano quello che accade a parole ma nessuno si è mai schierato apertamente a loro difesa.

Angelo Calianno
(dall’Afghanistan tra il novembre 2017 e gennaio 2018)


Nella Repubblica islamica

Dove il papavero regna sovrano

Incertezza politica, presenza di truppe straniere, gruppi terroristici, nella Repubblica islamica dell’Afghanistan la sola risorsa certa rimane il papavero da oppio.

L’Afghanistan è oggi un paese di 34 milioni e 66 mila abitanti. I gruppi di nazionalità afghana, al di fuori dell’Afghanistan, si trovano per ordine di numero in: Pakistan, Iran e India.

Il presidente attuale è Ashraf Ghani, di etnia pashtun, eletto nel 2014. A luglio 2018 si dovrebbero tenere le elezioni del parlamento a lungo rinviate. La sicurezza nazionale oggi è affidata alle forze di sicurezza afghane ma, vista la loro inadeguatezza, le operazioni sono ancora supervisionate dagli Stati Uniti, principalmente di stanza a Kabul e Kandahar. Le forze della coalizione Isaf (International Security Assistance Force), di base a Herat e Mazar I Sharif, il 28 dicembre 2014, dopo 13 anni di attività, sono state sostituite da quelle di Sostegno Risoluto (Resolute Support Mission), missione sostenuta dalla Nato.

La sicurezza è il primo problema dell’Afghanistan, un paese che si trova a fronteggiare trafficanti di oppio, attacchi di gruppi talebani, volti a destabilizzare il governo per un loro possibile ritorno, e gli attentati dell’Isis.

Le risorse principali dell’Afghanistan sono: l’allevamento di bovini e ovini, giacimenti di carbone, rame, petrolio e gas naturale. Molto importanti sono le miniere di smeraldi che si trovano nella valle del Panjshir. Nonostante queste attività, la più redditizia rimane però quella della coltivazione del papavero da oppio, coltivazione che aumenta il problema della corruzione e degli scontri (soprattutto tra talebani e Isis) per prenderne il controllo.

L’Afghanistan è una Repubblica islamica. Il 99% dei suoi cittadini sono di fede islamica, di questi circa il 7-15% sono sciiti.

A.Cal.

Fonti: Norwegian Afghanistan Committee, Human Rigth Watch, Deagostini Geografia.


Un conflitto interminabile

Cronologia essenziale dal 2001 al 2018

Dal bombardamento statunitense del 2001 agli attentati dei talebani e dell’Isis, l’Afghanistan rimane un paese senza pace.

  • 2001, Ottobre – Dopo l’attacco dell’11 settembre, gli Stati Uniti decidono di bombardare l’Afghanistan. Subito dopo i bombardamenti, i soldati entrano nel paese con una coalizione armata anti-talebana.
  • 2001, Dicembre – Hamid Karzai giura come capo di un governo temporaneo.
  • 2002, Gennaio – Per combattere i talebani, alle forze armate statunitensi si unisce il primo contingente di caschi blu dell’Onu e una coalizione internazionale denominata International Security Assistance Force (Isaf).
  • 2002, Giugno – Il Gran Consiglio (Loya Jirga) elegge ufficialmente Hamid Karzai come capo dello stato. Karzai in seguito sceglie i membri della sua amministrazione.
  • 2003, Agosto – Data la precarietà della sicurezza in Afghanistan, l’emergenza umanitaria dovuta agli attacchi dei talebani e ai bombardamenti americani, la Nato prende il controllo delle operazioni di sicurezza a Kabul: è la prima operazione di questo tipo che avviene fuori dall’Europa.
  • 2004, Novembre – Nelle elezioni presidenziali, viene dichiarato vincitore Hamid Karzai.
  • 2005, Settembre – Per la prima volta in 30 anni, gli afghani votano per le elezioni parlamentari.
  • 2006, Ottobre – Dopo Kabul, la Nato assume il controllo della sicurezza in tutto l’Afghanistan.
  • 2007, Agosto – Le Nazioni unite riportano che, da dal 2001, cioè dall’ entrata in guerra degli Stati Uniti e delle forze della colazione, si è registrato il più alto numero di produzione di oppio nel paese.
  • 2008, Luglio – Un attacco suicida all’Ambasciata indiana uccide 50 persone.
  • 2008, Settembre – Il presidente Usa Bush rinforza la presenza dei soldati americani in Afghanistan con altri 4.500 soldati.
  • 2009, Febbraio – La Nato aumenta la sua presenza militare con altri 17.000 soldati.
  • 2009, Agosto – I talebani cercano di sabotare le elezioni presidenziali e provinciali con diversi attacchi.
  • 2009, Ottobre – Karzai viene dichiarato nuovamente presidente dopo che il suo oppositore, Abdullah Abdullah, decide di ritirare la sua candidatura.
  • 2009, Dicembre – Il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, aumenta il contingente dei soldati americani da 30 mila a 100 mila soldati, dichiara inoltre che a partire dal 2011 ci sarà un parziale ritiro delle truppe. Nello stesso mese, un uomo di Al Qaida uccide 7 agenti della Cia nel campo militare americano di Khost.
  • 2010, Febbraio – La Nato sferra la sua maggiore offensiva da quando è in Afghanistan: l’operazione Moshtarak. L’attacco mira a controllare la parte meridionale del paese.
  • 2010, Settembre – Lo spoglio delle schede delle elezioni parlamentari sono nuovamente sabotate da violenti attacchi talebani che causano ritardi nei risultati.
  • 2011, Settembre – Il governatore di Kandahar, Ahmad Wali Karzai, fratello del presidente, viene assassinato dai talebani.
  • 2011, Dicembre – 58 persone, quasi tutte di etnia hazara, vengono uccise in un attacco simultaneo a due moschee sciite a Kabul e Mazar I Sharif.
  • 2012, Gennaio – I talebani accettano di intavolare una trattativa con gli Usa e il governo afghano a Dubai.
  • 2012, Marzo – Il sergente americano Robert Bales viene accusato di aver ucciso 16 civili durante un’operazione militare a Panjwai, nel distretto di Kandahar.
  • 2012, Aprile – I talebani annunciano «l’offensiva della primavera», una serie di attacchi contro il quartiere delle ambasciate a Kabul.
  • 2012, Maggio – La Nato annuncia che ritirerà le proprie truppe nel 2014. Il presidente francese Hollande decide di anticipare il ritiro dei soldati francesi alla fine del 2012. L’ex talebano Arsala Rahmani, membro del Gran Consiglio di pace, viene assassinato, i talebani declinano qualsiasi responsabilità per l’attentato. Arsala Rahmani era un uomo chiave per il dialogo nelle trattative di pace.
  • 2013, Giugno – L’esercito afghano prende in consegna le operazioni di sicurezza precedentemente sotto il comando della Nato. Il presidente Karzai rinuncia alla mediazione degli Stati Uniti nelle trattative di pace e annuncia un piano per dialogare direttamente con i talebani.
  • 2014, Gennaio – Una squadra di attentatori suicidi talebani attacca un ristorante nel quartiere delle ambasciate a Kabul. L’attentato uccide 13 stranieri.
  • 2014,?Aprile – Le nuove elezioni presidenziali, che vedono in competizione Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, si concludono con un nulla di fatto. Nel secondo turno di votazioni 50 persone rimangono uccise durante le proteste e gli incidenti.
  • 2014, Settembre – Dopo scontri e accuse di brogli, sotto la mediazione degli Stati Uniti i due candidati alla presidenza firmano un accordo di collaborazione. Ashraf Ghani giura come nuovo presidente dell’Afghanistan.
  • 2014, Dicembre – Nonostante nel paese la violenza non si sia mai attenuata, dopo 13 anni di missione, l’Isaf abbandona l’Afghanistan. Tuttavia, le forze internazionali mantengono nel paese 12.000 unità per addestrare le forze armate afghane: è la missione Resolute Support. Nello stesso mese emerge nell’Est del paese un nuovo gruppo terroristico: lo Stato islamico. In pochi mesi prende il controllo dell’area di Nangarhar, precedentemente sotto dominio talebano.
  • 2015, Maggio – I talebani, durante le trattative in Qatar, dichiarano che non smetteranno di combattere finché tutte le forze internazionali straniere non avranno lasciato l’Afghanistan.
  • 2015, Luglio – I talebani ammettono che il loro capo, il mullah Omar, è morto già da alcuni anni, e annunciano il suo sostituto, il mullah Akhter Mansour.
  • 2016, Gennaio – Le Nazioni Unite calcolano che, a causa degli scontri, della mancanza di sicurezza e della povertà, tra il 2015 e il 2016 ci sono stati più di un milione di rifugiati afghani, divisi tra Iran, Pakistan e Unione europea.
  • 2016, Maggio – Il mullah Mansour viene ucciso da un attacco di droni statunitensi nella provincia di Baluchestan, in Pakistan.
  • 2016, Luglio – Vista la delicata situazione, il presidente Usa Obama annuncia che lascerà nel paese 8.400 soldati fino al 2017. La Nato annuncia che manterrà i militari della coalizione per addestrare e coadiuvare le truppe afghane fino al 2020.
  • 2017, Gennaio – Un ordigno esplosivo a Kandahar uccide 6 diplomatici degli Emirati arabi uniti.
  • 2017, Marzo – Un attacco a un ospedale militare, rivendicato dall’Isis, uccide 30 persone e ne ferisce 50.
  • Da marzo 2017 a gennaio 2018 – Kabul viene continuamente attaccata da attentatori suicidi con una media di 3 assalti al mese. I bersagli sono quasi sempre politico-istituzionali, oltre alle ambasciate, agli alberghi e alle moschee e ai centri sciiti. A gennaio 2018 un’ambulanza riempita di esplosivo e diretta verso il ministero dell’interno esplode nei pressi di un check-point, uccidendo più di 100 persone e ferendone circa 300.
  • 2018, 21 Marzo – In un nuovo attentato a Kabul muoiono 29 persone. L’Isis rivendica.

A. Cal.

Fonti: BBC World, CNN, Human Right Watch, Tolo News, Al Jazeera.

(U.S. Army photo by Pfc. Justin A. Young/Released)

L’Italia in Afghanistan

Cronologia 2002-2018

  • 2002, Gennaio – A seguito delle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, anche l’Italia entra a far parte della coalizione Isaf volta a mantenere e assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane e garantire la sicurezza. L’impiego vero e proprio dei militari italiani avrà inizio nel 2003. Gli italiani saranno di stanza a Kabul.
  • 2005, 4 Agosto – Nell’ambito della rotazione dei comandi Isaf in Afghanistan, per 9 mesi, all’Italia viene affidata la leadership per l’Isaf VIII. L’Italia assume il comando della regione di Herat e delle province di Badghis, Ghowr e Farah. Una delle missioni, operazioni di sicurezza a parte, è quella dell’assistenza umanitaria a civili e della supervisione alla ricostruzione delle infrastrutture.
  • 2006, Maggio-Giugno – Muoiono per un ordigno in strada, nei pressi di Kabul, il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli. In un incidente stradale muore il caporal maggiore Giuseppe Orlando.
    Per l’esplosione di un ordigno a Kabul, muoiono i caporal maggiori Giorgio Langella, e Vincenzo Cardella.
  • 2009, 17 Settembre – Sei militari italiani del 186o reggimento paracadutisti Folgore rimangono vittime di un attentato suicida a Kabul.
  • 2010, 4 Ottobre – Quattro alpini cadono vittime di un’imboscata nella valle del Gulistan. Nella stessa valle, il 31 dicembre, muore anche il caporal maggiore Matteo Miotto di 24 anni.
  • 2011, 23 Settembre – A Herat, a causa di un incidente stradale, muoiono 3 militari italiani. Durante l’estate, tra scontri armati e attentati, hanno perso la vita altri 7 italiani.
  • 2018, 17 Gennaio – La Camera approva la riorganizzazione delle missioni italiane all’estero. Tra le decisioni, un ridimensionamento della presenza militare italiana in Afghanistan.

Il contingente italiano che, all’inizio della missione, contava 3.000 militari è oggi ridotto a 750 unità, dislocati tra Herat, Kabul e Mazar I Sharif. Dal 2003 ad oggi, i caduti italiani sono stati 52.

A.Cal.

Fonti: www.difesa.it, adkronos.com, Internazionale.


I Pashtun e gli altri

Le etnie dell’Afghanistan

La geografia dell’Afghanistan ha contribuito per secoli a mantenere le sue popolazioni divise in diversi gruppi tribali. Negli ultimi due secoli, con il crescere delle vie di comunicazione, il contatto tra le etnie è cresciuto, a volte sfociando in scontri violenti. L’Afghanistan è oggi diviso tra i seguenti 5 gruppi etnici.

  • 40% Pashtun – I Pashtun oggi sono l’etnia dominante. Parlano una loro lingua, il pashtu, quasi tutti ma anche il dari, la lingua ufficiale dell’Afghanistan. I Pashtun sono di fede sunnita e considerati da Human Right Watch la comunità tribale più ampia al mondo. Ancora oggi questa etnia è divisa in piccoli clan che per secoli si sono combattuti per la supremazia sugli altri. Quasi tutti i Pashtun erano pastori e contadini, ancor prima nomadi, negli ultimi secoli hanno occupato posti nel governo e nel mondo degli affari, oltre a riscoprirsi anche combattenti, come i muj?hid?n che combatterono contro i russi. I Pashtun, con regimi e governi diversi, sono al potere in Afghanistan dal 18esimo secolo.
  • 30% Tajiki – I Tajiki sono stati i primi ad essere urbanizzati, anche se in gran numero continuano a vivere sulle montagne. I Tajiki sono di lingua dari. Questo li ha portati a occupare spesso lavori nella burocrazia e nel commercio. Quasi tutti i Tajiki sono di fede sunnita; una piccola percentuale, il 5%, è di fede sciita, spesso vittima di persecuzioni.
  • 15-22% Hazara – Gli Hazara sono la terza etnia per numero in Afghanistan. Oggi quasi tutti confinati nell’Hazarajat, zona del massiccio centrale afghano. Di fede sciita, dai tratti che ricordano i mongoli e le popolazioni delle regioni asiatiche, gli Hazara sono il gruppo etnico più perseguitato della storia afghana, oggetto spessissimo di violenze da parte soprattutto dei talebani. Ufficialmente dal 2004, gli Hazara hanno gli stessi diritti degli altri gruppi etnici, malgrado questo però continuano a essere discriminati, soprattutto nel mondo del lavoro. Impossibile è stabilirne la percentuale precisa per l’enorme numero di Hazara che fugge in Pakistan o che viene assassinato negli attacchi suicidi.
  • 5% Uzbeki e Turkmeni – Queste etnie vivono per lo più ai confini con Uzbekistan e Turkmenistan. Di fede sunnita, lavorano nella pastorizia o nel commercio di lana usata per fabbricare tappeti.
  • 3% Altre etnie – Altre etnie sono gli Aimaqs, sunniti e anche loro perseguitati, per lo più ora sparsi tra le montagne dell’Hazarajat. I Farsiwan, popolazione, una volta nomade, ora insediatasi ai confini con l’Iran. I Nuristani, contadini che vivono nell’Est dell’Afghanistan, parlano una lingua molto antica, una combinazione di persiano e hindi.

A. Cal.

Fonti: Thomas Barfield, Afghanistan. A cultural and political history; Norwegian Afghanistan Committee; Human Rigth Watch.

 

 

 

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