Rivista Missioni Consolata – 121 anni

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Cari Missionari

Pellegrinaggio da Mshindo a Tosamaganga con sette tappe intermedie, giovani dall'Europo insieme alal gente locale in occasione del centenario IMC in Tanzania

100 anni meravigliosi!

Ordinazioni sacerdotali e pellegrinaggio internazionale a Tosamaganga, 1ª missione IMC in Tanzania

Carissimi,

quest’anno abbiamo celebrato il centenario della missione del nostro istituto in Tanzania. Abbiamo molte ragioni per ingraziare.

Ordinazioni

Anzitutto ringraziamo il Signore per il dono dell’ordinazione sacerdotale di quattro confratelli tanzaniani proprio
durante questo anno giubilare.

Prima l’ordinazione dei diaconi Tito Kimario e Emanuel Temu della diocesi di Moshi, e poi quella di altri due, i diaconi Isack Mdindile e Richard Lusaluwa della diocesi di Iringa (foto sotto). Sono i frutti nati dall’albero della fede seminato nelle varie parrocchie dai missionari in questi 100 anni di evangelizzazione in Tanzania, in particolare nella diocesi di Iringa.

Ringraziamo il Signore non solo per questi nostri confratelli, ma per tutti i figli e le figlie consacrati a Dio di questa diocesi e delle altre diocesi in Tanzania.

Nella messa di ordinazione, durante l’omelia, il vescovo di Iringa, mons. Tarcisius Ngalelekomtwa, ha insistito sul fatto che i nuovi ordinati debbano vivere la loro vocazione con coerenza e impegno, affinché questorealizzi la salvezza loro e di tutte le pecore che verranno loro affidate. Bisogna vivere la vita sacerdotale seguendo l’esempio di Gesù Cristo, il sacerdote per eccellenza. Il vescovo ha anche sottolineato che d’ora in poi tutti dobbiamo chiamare i nuovi sacerdoti «padri», perché dovranno prendersi cura della famiglia formata dai figli di Dio.

Pellegrinaggio da Mshindo a Tosamaganga con sette tappe intermedie, giovani dall’Europo insieme alal gente locale in occasione del centenario IMC in Tanzania

Il pellegrinaggio

Il giorno seguente, il 23 agosto, tutti i gruppi dei giovani provenienti dai vari centri Imc dell’Europa si sono radunati al centro Faraja (Consolazione) situato a Mgongo, dove vengono accolti bambini orfani o provenienti da famiglie in difficoltà. Là c’è stata una conferenza sulla vita e storia dei missionari della Consolata in Tanzania e sul centenario. Padre Cyprian Mvanda e il superiore regionale, padre Erasto Mgalama, hanno raccontato nel dettaglio i primi passi compiuti dai primi missionari agli albori della missione in Tanzania. I giovani europei hanno avuto l’opportunità di conoscere i bambini, giocare, ballare e cantare con loro, trascorrendo una serata meravigliosa, terminata con la cena alla quale ha partecipato anche la comunità della Faraja.

È stato fondamentale incontrarci per sentire le grandi meraviglie che Dio ha operato tramite i missionari nella regione di Iringa per essere pronti all’evento del giorno seguente: il pellegrinaggio a Tosamaganga, la primissima casa dei missionari della Consolata in Tanzania.

In strada

La mattina del 24 agosto (foto sopra), i fedeli e giovani locali insieme ai giovani dall’Europa si sono radunati presso la chiesa di Mshindo per partire in pellegrinaggio verso Tosamaganga.

Ai pellegrini si sono uniti tanti giovani e adulti delle parrocchie della Consolata in Tanzania per formare un lungo e variopinto corteo di persone che si è snodato lungo strade polverose.

È stato un pellegrinaggio colmo di gioia, preghiera, canti, musica, balli e riflessioni, con diverse tappe prima di arrivare a Tosamaganga.

Significativa è stata la penultima tappa all’orfanatrofio gestito dalle suore Teresine, una congregazione fondata da un missionario della Consolata, mons. Cagliero. Ci siamo inoltre recati al cimitero di Tosamaganga, dove riposano in pace tanti missionari che hanno speso tutta la vita per l’evangelizzazione e l’amore delle popolazioni.

A Tosamaganga

Arrivati alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Tosamaganga, siamo stati accolti calorosamente dal vicario del vescovo che ha salutato i pellegrini in tre lingue: inglese, swahili e italiano e ringraziato Dio per il lavoro fatto dai missionari dopo aver preso il posto dei Benedettini 100 anni fa.

Dopo varie celebrazioni, alla sera ci siamo trovati per un momento di presentazione dei vari gruppi che hanno anche condiviso le esperienze avute nelle parrocchie prima del pellegrinaggio e anche alcuni aspetti della propria cultura di provenienza con canti, balli e musica. Il 25 agosto nella messa presieduta da padre Erasto Mgalama abbiamo nuovamente ringraziato il Signore per il cammino fatto insieme e per le meraviglie che Dio ha compiuto tramite i missionari. Ha poi sottolineato che una missione riuscita è quella che coinvolge tutti, è quella fatta «con e per gli altri». Celebriamo i 100 anni perché i nostri primi missionari hanno saputo fare e vivere missione insieme. Il successo non è dovuto a un solo missionario, ma a tutti coloro che hanno lavorato durante questi 100 anni in Tanzania.

Ora preghiamo che questo Spirito di fare missione insieme cresca in noi, perché l’essere missionari e il fare missione siano il compito di tutti. «Umisionari ni wajibu wetu, wajibu wetu ni umisionari» (la missione è il nostro dovere/compito/impegno), così dice il motto del giubileo in Tanzania.

Il pellegrinaggio continua

Padre Erasto ringraziando i giovani dall’Europa per la loro partecipazione alle feste del giubileo, ha ricordato che il culmine delle celebrazioni è il 14 ottobre (festa nazionale in Tanzania).

Ha chiesto poi di portare i ringraziamenti alle famiglie e di raccontare l’esperienza vissuta sulle orme di tanti missionari che hanno evangelizzato il Tanzania, invitando a continuare il pellegrinaggio in Europa, diventando missionari nelle proprie comunità parrocchiali, contro l’anonimato delle nostre città e dei nostri paesi, visitando le solitudini delle case, uscendo per cercare e consolare gli smarriti e gli esclusi, accogliendo chi emigra ed è discriminato.

In questo senso, il pellegrinaggio continua, perché la missione non è finita né in Tanzania né in Europa.

padre Thomas Mushi, da Iringa, Tanzania


Ricordando con nostalgia

Caro direttore,
sono l’autore della foto di copertina di dicembre 2017. Come membro del gruppo Gomni (di cui avete scritto a luglio 2018) sono stato in Tanzania sette volte tra il 1992 e il 2008. Esperienze indimenticabili per me. Vorrei condividere questa breve storia allo scopo di far conoscere in questi tempi che le diversità tanto discusse e vituperate possono essere motivo di confronto e magari di ricupero di certi valori che noi abbiamo perso o dimenticato, come l’accoglienza, la condivisione e la fraternità.

Visita ai villaggi con suor Ponziana

Un mattino, dopo la messa, suor Ponziana mi invita ad andare a trovare i vecchi e gli ammalati. Raccolte poche cose dalla mia stanza, messi gli scarponi e preso un bastone, partiamo. È una bella giornata calda. Ci mettiamo in viaggio passando da una specie di emporio per prendere due bottiglie d’acqua per bere, una per uno.

Il percorso è un po’accidentato, con diverse colline da superare. Siamo sugli altipiani della regione di Njombe a un’altezza media di 1.800 m. I villaggi della parrocchia sono numerosi e piuttosto lontani uno dall’altro.

Partiamo spediti. Appena fuori del villaggio della parrocchia, sento una voce in lontananza che grida: «Karibu, Armando (benvenuto Armando)». Il saluto è forte, ma non vedo nessuno. In queste zone e a questa altitudine, senza i rumori tipici del mondo occidentale, il suono si propaga facilmente. Proseguendo il cammino incontriamo un gruppo di donne che vanno al lavoro nei campi trasportando gli attrezzi sulla testa. Il saluto è d’obbligo: «Kamwene, habari, mnaenda wapi?» (buon giorno – in kihehe, hai notizie? dove vai? – in kiswahili). La stretta di mano tripla dà calore all’incontro e all’immancabile scambio di informazioni, senza fretta.

Al primo gruppo di capanne ci fermiamo per salutare, anche se qui non ci sono ammalati ne vecchi. Ci offrono una gallina e io cerco di rifiutarla perché so che questa gente mangia una sola volta al giorno. Suor Ponziana mi prende per un braccio e sottovoce mi sussurra che non si può rifiutare, sarebbe un’offesa per loro.

Riprendiamo il cammino e dopo un’ora arriviamo in un villaggio con molte capanne. Sul sentiero che attraversa il villaggio un giovane sui venti anni si muove trascinando il corpo con le mani. Ha le gambe rattrappite probabilmente dalla nascita. «Weuli (buon pomeriggio – ancora in kihehe). Habari?». «Nzuri (bene)». È la risposta caratteristica della gente. Anche se la situazione non è buona, la risposta è sempre positiva.

«Vado a trovare la nonna», dice il ragazzo. Lo accompagniamo lentamente alla capanna che si trova poco lontano.

«Hodi? (permesso?)». «Karibu (benvenuto)», risponde una voce da dentro. Entriamo attraverso un’apertura in un muro di fango secco. Attraverso il denso fumo di un fuocherello vediamo una donna molto anziana seduta su un gabellino di legno a pochi centimetri da terra. Ci da la mano  dalla pelle molto sciupata e rinsecchita e ci invita a sederci. La vecchia è seduta accanto ad un fuoco formato da tre pietre disposte a triangolo. Non c’è il camino e il fuoco poco vivo crea una coltre di fumo che ristagna nel piccolo ambiente rendendo difficile il respiro.

Dopo i convenevoli, la signora ci racconta la sua storia di persona rimasta sola, con nessun parente e la difficoltà di muoversi a causa delle gambe molto ammalate. Ormai la sua vita è accanto al fuoco che, a queste altitudini, è sempre acceso giorno e notte. La sua esistenza è condizionata dall’aiuto dei vicini che non manca mai e dalla presenza del nipote handicappato che le tiene compagnia durante la giornata. Ma la cosa sorprendente è che trasmette il suo racconto con un sorriso sulle labbra, senza recriminazioni, né lamentele, come se fosse una cosa normalissima, naturale.

Io le offro delle caramelle e la suora le dà una maglietta per ripararsi dal freddo. Concludiamo la visita pregando insieme.

Riprendiamo il cammino in silenzio ripensando alla condizione di quella nonna che affronta la sua situazione difficile con serenità senza drammatizzare, con dignità e l’orgoglio di esistere.

La lebbrosa

Dopo un paio di colline e mezzora di cammino arriviamo a un piccolo insediamento, con cinque o sei capanne e poca attività, nessun movimento. La suora va diritta verso una capanna. Si ferma prima di entrare e girandosi verso di me dice: «Tu stai qui, non entrare, aspettami». Dopo un quarto d’ora, suor Ponziana esce e mi dice: «Twende (andiamo)».

La osservo mentre si pulisce le mani con l’erba alta bagnata di rugiada. Incuriosito, le chiedo perché non mi ha lasciato entrare in quella capanna. Con la testa abbassata mi risponde sommessamente: «In quella capanna c’è una persona molto ammalata, ha la lebbra».

Rimprovero suor Ponziana per quella pericolosa mancanza di igiene e le consiglio di munirsi di un disinfettante comune mentre le offro una  bottiglietta di Amuchina che abitualmente mi porto nello zainetto.

«Turudi (torniamo)», mi dice. Ci mettiamo sulla strada del ritorno, silenziosamente. Poco dopo incontriamo un gruppo di giovani donne che rientrano al villaggio. L’incontro vivacizza l’atmosfera con i saluti e le notizie che ci scambiamo. Io ne approfitto per familiarizzare con loro. Arriviamo alla missione abbastanza stanchi ed accaldati. Mi accorgo che la bottiglia dell’acqua della suora è ancora piena. «La bevo con le mie consorelle», mi dice suor Ponziana. Questa cosa mi fa ricordare l’importanza dell’acqua per questa gente. Nella parrocchia non esiste ancora un impianto di acqua potabile e utilizziamo l’acqua piovana e quella bollita per le nostre esigenze. Se è così in missione, nel villaggio è molto peggio.

«Tutaonana kesko (ci vediamo domani)», mi saluta la suora. A domani.

Armando Favaro
23/09/2019 Balangero (To)