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Beato Oscar Arnulfo Romero:

Quando le pietre più dure sono le parole

© Erik Cleves Kristensen

Assassinato il 24 marzo 1980, beatificato il 23 maggio 2015, santificato il 14 ottobre 2018. Sono queste le tre date che ricordano monsignor Oscar Romero, il vescovo del Salvador ucciso per essersi schierato con gli ultimi. Eppure, il riconoscimento del suo ruolo e del suo martirio sono stati a lungo contrastati, anche all’interno della Chiesa. Per uscire dall’impasse è stato necessario l’intervento di Francesco, il primo papa latinoamericano.

Roma, 31 ottobre 2015: un gruppo di salvadoregni s’incontra con papa Francesco. Lo scopo della riunione è quello di ringraziare il pontefice per la beatificazione di monsignor Oscar Arnulfo Romero martire che ha avuto luogo a San Salvador il 23 maggio dello stesso anno. In quell’evento Francesco dice che Romero è stato martirizzato non soltanto in occasione del suo omicidio avvenuto – era il 24 marzo 1980 – per mano di un cecchino, quasi certamente assoldato dal maggiore Roberto d’Aubuisson. Il papa racconta: «Allora io ero un giovane prete e sono stato testimone di ciò che avvenne. Lui è stato diffamato, calunniato e il suo nome è stato macchiato. Il suo martirio è continuato anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato». Si è trattato, secondo lo stesso Francesco, di una lapidazione con la pietra più dura che esista: «la parola».

Dopo la morte di Romero, qualcosa di molto simile è stato scritto da dom Pedro Casaldáliga, allora vescovo di Sao Félix, Brasile, in una poesia (San Romero de América, Pastor y Mártir Nuestro) molto nota a tutti i suoi simpatizzanti: «Povero pastore glorioso, abbandonato dai tuoi fratelli di bacolo e tavola».

Quel discorso di papa Francesco, pronunciato con forza ed empatia, ha aperto la speranza di una canonizzazione precoce del «monsignore», come lo chiamava la gente del suo villaggio.

La conversione di Romero: da timido a profeta

Romero si era guadagnato l’ostilità e gli attacchi dell’oligarchia e dei settori più conservatori della Chiesa a causa della sua crescente scelta per i più poveri e vulnerabili tra la popolazione salvadoregna. In questo suo cammino di conversione, un momento fondamentale fu l’assassinio (12 marzo 1977) di padre Rutilio Grande.

Romero, arcivescovo di San Salvador, che fino ad allora era stato un uomo timido, conservatore e devoto, lasciò da parte le sue debolezze e prese una decisione coraggiosa e profetica che nessuno avrebbe potuto immaginare: per il funerale del prete assassinato, suo amico e confidente, ordinò di sopprimere tutte le celebrazioni eucaristiche per celebrarne una sola.

Lasciata alle spalle la sua timidezza e la spiritualità tradizionale e pietistica, si trasformò nel pastore dei poveri, di tutte le vittime della violenza. Lasciò la sacrestia per camminare con la sua gente della quale ascoltava e osservava il dolore con attenzione e rispetto.

Cambiò anche il tono delle sue omelie che, a poco a poco, andarono acquisendo toni profetici e drammatici. La gente semplice che non poteva assistere alle sue messe domenicali nella cattedrale seguiva con attenzione (attraverso la radio) le sue predicazioni che, senza timore di esagerare, potevano essere paragonate a ciò che è stato detto e scritto dai grandi profeti biblici. Le sue prediche erano lunghe; a volte drammatiche, ma mai noiose o ideologiche. Egli seppe leggere e discernere gli eventi dolorosi del suo popolo, dando conto tempestivo e certo dei tanti morti e scomparsi. Per questa ragione esse si trasformarono in un punto di riferimento non solo per i salvadoregni, ma anche per molti centroamericani.

Il caso più noto è quello della sua ultima omelia, su cui ha scritto nella citata poesia dom Pedro Casaldáliga: «San Romero d’America, nostro pastore e martire: nessuno potrà zittire la tua ultima omelia». Come sappiamo, essa firmò la sua condanna a morte perché ebbe l’audacia di dire ai militari: «Nel nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino nel nome di Dio: termini la repressione».

A essi Romero chiese anche di obbedire prima che ai loro capi alla voce della coscienza e alla legge di Dio che dice «Non uccidere». Il monsignore a quel punto era andato troppo oltre e per questo doveva essere messo a tacere.

Per capire questo cammino di Romero, occorre prendere in considerazione il ruolo che giocarono i gesuiti della Uca, soprattutto i padri Ignacio Ellacuría e Jon Sobrino, teologi ben preparati e apprezzati a livello internazionale. Anche in questo caso si tentò di screditarlo dicendo che era un «utile tonto e burattino dei gesuiti».

Il poco che ho raccontato del nuovo santo serve soltanto per capire il percorso che lo ha portato a diventare un simbolo di molte delle lotte che sono state fatte in America Latina e in molte altre parti del mondo dove la povertà e la violenza continuano a mietere vittime. Quelle che padre Gustavo

Guitiérrez definisce «i morti prima del tempo».

© Jorge Garcia Castillo

Tutti a Roma

Roma, 12 ottobre 2018. Allo scopo di partecipare alla cerimonia di canonizzazione di monsignor Romero, viaggiamo alla volta di Roma io e il padre Gabriel Estrada, comboniano come me. Arriviamo nel pomeriggio. Il giorno successivo, nei pressi di piazza San Pietro, partecipiamo alla Conferenza internazionale di giornalismo per la pace nella sala San Pio X di Città del Vaticano.

Nella sala c’è un’interessante mostra di fotografie, immagini e testi riferiti alla figura e al messaggio di mons. Romero mentre sulla facciata della Basilica di San Pietro già luccicano i tappeti con le immagini dei nuovi santi. Paolo VI al centro, mons. Romero alla sua destra e Francesco Spinelli alla sua sinistra. Gli altri sono collocati in luoghi strategici senza che la loro posizione ne sminuisse l’importanza.

Il giorno dopo, molto presto, al cancello d’ingresso arrivano pellegrini dall’Italia e da molte altre parti del mondo. La celebrazione dell’eucaristia è prevista per le 10 del mattino. Dopo aver letto una breve biografia dei 7 «candidati», il papa viene invitato a scriverli nella lista dei santi. E così succede.

L’assemblea approva la decisione con applausi ed esclamazioni entusiastiche. A causa del modo in cui fu assassinato, del suo insegnamento e del suo radicale impegno per i poveri, i sofferenti e i più abbandonati, Romero è il santo che riceve più consensi.

Nella sua omelia, il papa sottolinea come Paolo VI, Romero e gli altri santi abbiano speso la vita per il Vangelo e per i loro fratelli.

Sono colpito dalla differenza abissale tra la cerimonia di beatificazione (a San Salvador) e quella di canonizzazione (a Roma). Nel primo caso, i primi posti erano occupati da alti rappresentanti della Chiesa, su entrambi i lati c’erano i politici e le famiglie ricche, davanti i sacerdoti concelebranti e dietro di loro, separati da una transenna, i membri delle «famiglie bene» e, infine, i poveri (quelli per cui il martire aveva dato la propria vita), molti dei quali avevano dovuto accontentarsi di seguire la messa attraverso i maxischermi.

Nella cerimonia di canonizzazione non è così, non tanto per un’opzione, ma perché i criteri di accoglienza nella piazza San Pietro sono altri. Non per questo si può evitare la stratificazione che assegna sempre i posti privilegiati alla gerarchia della Chiesa e al mondo sociale e politico.

San Romero d’America

Il giorno successivo, lunedì 15 ottobre, migliaia di pellegrini si ritrovano nell’aula Paolo VI (aula Nervi) per la celebrazione della messa di ringraziamento per la canonizzazione del martire salvadoregno. Il cardinale Gregorio Rosa Chávez presiede l’eucaristia. Ogni volta che, nella sua omelia, evidenzia alcune delle qualità dell’arcivescovo, l’assemblea esprime la sua approvazione con lunghi applausi.

Alla fine della messa, mentre i tecnici preparano la proiezione di un video su Romero, nell’aula inizia a crescere il vocio. La gente grida, applaude e corre verso il corridoio centrale. Francesco sta entrando nell’aula e, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo, saluta con strette di mano da un lato e l’altro, ricevendo doni e abbracci. «Francesco, Buon Pastore, El Salvador ti ama», grida la folla.

Una volta raggiunto il palco, monsignor José Luis Escobar, arcivescovo di San Salvador, legge un messaggio emozionante in cui ringrazia il Santo Padre per aver canonizzato il «martire del magistero della Chiesa», e chiede, tra l’altro, di dichiarare monsignor Romero dottore della Chiesa, di visitare El Salvador e di beatificare padre Rutilio Grande.

Due giorni di festa, due giorni in cui San Romero d’America è stato protagonista di una celebrazione che ha raggiunto livelli molto elevati a casa sua e in altre parti del mondo, dove è amato, rispettato e considerato come un vero profeta che teneramente amava Dio e i poveri.

Jorge García Castillo*
(traduzione e adattamento di Paolo Moiola)
* Padre Jorge García Castillo, collaboratore di MC, lavora a Città del Messico dove dirige le riviste Esquila Misional e Aguiluchos.