Rivista Missioni Consolata

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I perdenti 24: Don Jerzy Popieluszko

Polonia
Mario Bandera

Don Jerzy (Giorgio) Popieluszko nacque il 14 di settembre 1947 a Okopy, provincia di Bialystok, in Polonia. Dopo gli studi teologici fu ordinato sacerdote dal cardinale Stefan Wyszynsky il 28 maggio 1972 a Varsavia. Destinato alla parrocchia di San Stanislao Kostka, oltre al lavoro parrocchiale, cominciò a svolgere il suo ministero tra gli operai organizzando conferenze e incontri di preghiera aperti a tutti. Durante le giornate visitava gli ammalati e assisteva i poveri e gli emarginati della società polacca. Insieme a don Teofilo Bogucki celebrava delle messe mensili nelle cui omelie sviluppava ampie riflessioni commentando anche la drammatica situazione che in quegli anni viveva la sua amata patria.

Il 19 ottobre 1984 di ritorno da un servizio pastorale venne rapito nei pressi di Torum da tre funzionari del ministero dell’Interno che lo pestarono a sangue e infine lo uccisero. La sua tomba, che oggi si trova accanto alla chiesa di San Stanislao Kostka a Varsavia, è meta continua di pellegrinaggi di fedeli provenienti da tutta la Polonia e dal mondo intero.

Il 14 giugno 1987 il suo conterraneo papa Giovanni Paolo II, durante una visita in Polonia, ha pregato lungamente sulla sua tomba. Il 6 giugno 2010 è stato beatificato da Benedetto XVI.

Caro padre Jerzy, vorrei iniziare la nostra chiacchierata con una domanda un po’ scomoda: è vero che avevi un carattere piuttosto pepato, o sbaglio?

Sì, è vero. A 19 anni mi accusavano di avere un carattere e un atteggiamento «ribelle», nonostante fossi (credo) un buon seminarista. Certo per un prete nella Polonia comunista di quel tempo non era proprio un bel biglietto da visita. Pensa che durante il servizio militare (obbligatorio allora anche per i chierici studenti di teologia) le provarono tutte con lo scopo di «farmi cambiare idea», ma nonostante il continuo lavaggio del cervello a cui fui sottoposto non riuscirono a spegnere la mia vocazione né a piegare la mia ferma volontà di diventare sacerdote.

Fosti ordinato da quella splendida figura dell’Episcopato polacco che fu il cardinale Stefan Wyszyński, vero?

Venni ordinato sacerdote nel 1972 dal cardinal Wyszyński, il quale per alcuni anni mi incaricò di seguire la pastorale giovanile in diverse parrocchie della diocesi di Varsavia. Il fatto di dedicarmi totalmente ai giovani, di mettermi a totale disposizione soprattutto degli studenti universitari, avrei scoperto più avanti, lasciò una traccia indelebile nel loro animo negli anni della loro formazione e alla fine riuscii anche a stabilire con molti di essi un «filo diretto», che con il passare del tempo avrebbe dato i suoi frutti.

Insomma sia pur restando un prete scomodo e di poche parole, ti riscaldavi e ti trasformavi in testimone cristallino del Vangelo quando venivi a contatto con i giovani. Avevi la rara qualità di stabilire subito con loro un dialogo franco e leale che andava dritto al cuore. 

Per questo mio modo di fare, nel giugno 1980 venni destinato alla parrocchia di san Stanislao Kostka come coordinatore della pastorale giovanile della zona sul cui territorio era impiantata la grande acciaieria «Huta Warszawa».

Don Jerzy Popiełuszko accompagna il vescovo Zbigniew Kraszewski nella visita delle acciaierie di Huta Warszawa, maggio 1981
E fu proprio lì che la tua vita sacerdotale prese una direzione ben precisa.

Il 28 agosto di quell’anno il primate di Polonia cardinal Wyszyński, mi chiese di andare dagli operai dell’acciaieria in sciopero che chiedevano un sacerdote per la messa: di colpo mi trovai catapultato nella realtà dei metalmeccanici polacchi e dopo qualche tempo divenni il cappellano del sindacato Solidarność.

La Provvidenza ti aveva dunque spalancato i vasti orizzonti dell’effervescente mondo operaio della tua terra.

Oltre a svolgere il lavoro parrocchiale mi ritrovai di colpo gomito a gomito con gli operai metalmeccanici, che con le loro richieste non solo salariali ma anche di una maggiore democrazia nel paese, erano l’autentica spina nel fianco del regime comunista polacco.

Quindi che strategia pastorale mettesti in atto per far fronte a questa nuova realtà?~

Incominciai organizzando conferenze, incontri di preghiera, assistendo con la mia presenza le famiglie degli ammalati cronici, facendo visita alle famiglie che avevano un loro congiunto in carcere e a quelle dei perseguitati politici. Insieme al mio parroco iniziai a celebrare mensilmente un’Eucaristia per l’amata patria polacca, che arrivò ad avere oltre un migliaio di persone: operai, intellettuali, artisti e anche gente lontana dalla fede. 

Questo tuo andare «verso le periferie», il diventare «ponte» con tutte le categorie di persone della tua parrocchia non fece venire qualche sospetto alle autorità comuniste nei tuoi confronti?

Certamente, mi tenevano d’occhio, me ne accorsi subito perché di colpo aumentarono le telefonate anonime con frasi minacciose più o meno velate al mio indirizzo, venne persino gettato un ordigno esplosivo nella mia camera da letto, per fortuna mentre non ero in casa.

E gli operai dell’acciaieria «Huta Warszawa» e il sindacato Solidarność, come reagirono a queste provocazioni del regime nei tuoi confronti?

Ci fu una stupenda risposta corale da parte degli operai che si organizzarono fra loro per offrirmi una scorta composta tutta da metalmeccanici volontari, che mi accompagnasse nei miei vari spostamenti.

Però eri anche spiato e seguito in ogni tuo movimento da persone di ben altro genere.

Ogni volta che mi muovevo da casa ero pedinato e ogni mio discorso, comprese le omelie, veniva registrato. Agenti in borghese si celavano tra quanti ascoltavano le mie prediche. Purtroppo (e questo mi fu causa di una profonda amarezza) tra i miei più fidati collaboratori, un sacerdote e ben quattro laici, sarebbero risultati informatori della polizia!

Eppure non una tua sola parola, e neppure un tuo singolo gesto, veniva preso come un invito alla ribellione alle autorità dello stato o una incitazione alla violenza.

Nelle mie omelie mi limitavo a chiedere per il popolo polacco il rispetto elementare delle libertà civili e, dopo la sua soppressione, il ripristino del sindacato libero Solidarność. In più affermavo continuamente che, poiché ci era stata tolta la libertà di parola, era più che mai necessario ascoltare la voce del nostro cuore e della nostra coscienza per vivere nella verità dei figli di Dio e non nelle menzogne imposte dal regime comunista.

Con molta astuzia avevi elaborato per le tue omelie un linguaggio che arrivava dritto alle coscienze, secondo il detto evangelico «chi ha orecchie per intendere… intenda!».

Difatti non concludevo mai le «messe per la patria» senza chiedere ai fedeli di pregare «per coloro che sono venuti qui per dovere professionale», mettendo così in forte imbarazzo gli agenti del servizio di sicurezza che erano presenti al solo scopo di registrare le mie omelie.

In ogni caso con il passare del tempo sei stato sottoposto ad angherie di ogni genere…

Visto che la mia predicazione era chiara ed efficace e il mio ascendente andava sempre più aumentando tra la gente, venni arrestato in più riprese, interrogato per ben tredici volte dalla polizia, poi fui sottoposto ad una continua sorveglianza. Il cardinale Józef Glemp per alleviare un poco questa situazione mi propose di «cambiare aria» e di trasferirmi per qualche tempo a Roma. Pur apprezzando la proposta rifiutai, perché dentro di me sentivo che come pastore non potevo abbandonare il mio gregge. Il mio posto era con i miei operai, con le loro famiglie e con la mia gente nella amata e benedetta terra di Polonia.

Altra immagine di don Jerzy Popiełuszko con il vescovo Zbigniew Kraszewski nelleaccaierie di Huta Warszawa, Maggio 1981

Don Jerzy durante la sua ultima celebrazione religiosa del 19 ottobre 1984 invitò a chiedere al Signore di essere liberi dalla paura, dal terrore, ma soprattutto dal desiderio di vendetta: «Dobbiamo vincere il male con il bene e mantenere intatta la nostra dignità di uomini, per questo non possiamo fare uso della violenza». Alcune ore dopo venne sequestrato da tre membri del servizio di sicurezza polacco: lo ritroveranno «incaprettato», il successivo 30 ottobre, nel lago di Wloclawek e scopriranno che gli avevano rotto la mandibola e sfondato il cranio a manganellate.

«Infondeva coraggio ai fedeli, non sobillava rivoluzioni», affermò il Cardinale Glemp, Arcivescovo di Varsavia, riconoscendo che don Jerzy non aveva «mai oltrepassato le sue competenze di sacerdote e neppure ridotto la Chiesa e il suo messaggio di salvezza a strumento di lotta politica». La gente di Polonia lo aveva già capito da un pezzo: sia il mezzo milione di persone che partecipò al suo funerale, sia i venti milioni di pellegrini che in questi anni si sono inginocchiati davanti alla sua tomba. La Chiesa Universale lo ha proclamato Beato nel 2010, alla presenza della sua anziana mamma.

Don Mario Bandera

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Mario Bandera